Al culmine della disperazione di Cioran


Al culmine della disperazione ••••
– Emil Cioran, 1998 – Adelphi – pp. 146 – € 16,00.

 


Splendido e disperato. Disperato libro per disperati pensieri, che affollano le menti disperate di chi vorrebbe avere un briciolo di speranza, ma dentro cova il vuoto del non essere. Del non potere. Del non riuscire. Ricchissimo bagaglio di spunti per riflessioni.

«L’insonnia è una vertiginosa lucidità che riuscirebbe a trasformare il paradiso stesso in luogo di tortura. Qualsiasi cosa è preferibile a questo allerta permanente, a questa criminale assenza di oblio.» [p.11]
«…essere travagliati da un’infinità interiore e da una estrema tensione significa vivere con una tale intensità da sentirsi morire di vita.» [p.15]
«La creazione è una temporanea salvezza dagli artigli della morte.» [p.20]
«Se le malattie hanno una missione filosofica, non può essere che quella di mostrare quanto sia illusorio il sentimento dell’eternità dell’esistenza, e quanto fragile il sogno di un compimento della vita. La malattia rende la morte sempre presente. Le sofferenze ci legano a realtà metafisiche che un uomo normale e in perfetta salute non capirà mai. E evidente che tra le malattie esiste una gerarchia in rapporto alla loro capacità di rivelazione, poiché non in tutte è uguale, per intensità e durata, l’esperienza dell’immanenza della morte nella vita, così come non tutte comportano un’identica forma di agonia. Per quanto le malattie assumano caratteristiche diverse a seconda degli individui, esistono tuttavia modi di morire inerenti alle malattie in quanto tali… Solo i veri sofferenti sono capaci di contenuti autentici e di una profonda serietà.» [p.37]
«Ogni malattia implica eroismo, un eroismo della resistenza – e non della conquista – che si manifesta attraverso la volontà di mantenersi sulle posizioni perdute dalla vita.» [p.38]
«La stanchezza è la prima causa organica della conoscenza, poiché crea le condizioni indispensabili a una differenziazione dell’uomo nel mondo.» [p.43]
«Il rimpianto rivela il significato demoniaco del tempo, il quale, per le trasformazioni che opera in noi, provoca implicitamente il nostro annientamento.» [p.46]
«La tristezza insorge ogni volta che la vita si dissipa.» [p.54]
«La vita non è che una prolungata agonia» [p.55]
«Essere malato vuol dire vivere – lo si voglia o no – al culmine.» [p.73]
«Tutta la morale non aspira che a fare di questa vita una somma di occasioni perdute.»
[p.77]
«Felici coloro che possono vivere nell’attimo, che possono vivere il presente assoluto, presi solo dalla beatitudine dell’attimo e dall’incanto che procura l’eterna presenza e l’eterna attualità delle cose.» [p.102]
«Benché non si possa intervenire nell’esistenza di nessuno, né strappare nessuno alla solitudine del dolore, la passività è criminale quanto la pietà approssimativa degli uomini. La presenza della miseria nel mondo compromette l’uomo più di ogni altra cosa, e spiega perché questo animale megalomane vada incontro a una fine catastrofica. Davanti alla miseria mi vergogno persino dell’esistenza della musica, che in una simile cornice diventa inespressiva e fredda. L’ingiustizia è l’essenza della vita sociale. Come si può dunque aderire a una dottrina, sociale o politica, che sia? … La miseria rende simili ai fantasmi, crea parvenze di vita e apparizioni bizzarre, come forme crepuscolari successive a un incendio cosmico.» [p.109]
«Se l’infinito disorganizza l’individuo, lo tormenta e contamina le radici del suo essere, gli fa anche dimenticare il gesto meschino, tutto ciò che è insignificante e contingente. Davanti all’infinito persino i dolori sembrano meno gravi.» [p.114]
«Non è un caso se l’arte che meglio esprime l’infinito, la musica, dissolve le forme in una fluidità dal fascino strano e ineffabile. La forma tende sempre a dare un carattere assoluto al frammento, a isolarlo in una autonomia e, individualizzandone i contenuti, a eliminare la prospettiva dell’universale e dell’infinito … Più di tutte le altre arti, la musica esige una tensione e un’ispirazione così profonde da rendere inspiegabile come si possa, dopo tali momenti, distinguere ancora qualcosa. Se nel mondo vi fosse una coerenza immanente e fatale, i grandi compositori, al vertice della loro arte, dovrebbero suicidarsi o perdere la ragione. Ma non sono già incamminati verso la follia tutti coloro che si sono avventurati nell’infinito?» [p.115]
«Dal momento che non mi spengo subito né posso raggiungere l’ingenuità, è un’idiozia continuare a compiere i gesti ordinari di ogni giorno. Va superata a ogni costo la banalità, in modo da poter realizzare la trasfigurazione: l’attuazione dell’espressività assoluta. Che tristezza vedere gli uomini accantonare se stessi, trascurare il proprio destino e consumarsi nella piattezza. Perché non ci sforziamo in ogni istante, perché le luci che sono in noi non sono sempre vivide o non ci stordiamo delle profondità delle tenebre? Perché non dare un’espressione infinita a tutte le nostre contingenze? Perché non estrarre dal dolore tutto ciò che può dare, o coltivare un sorriso fino a raggiungere il punto vitale da cui è sorto? Abbiamo tutti delle mani, ma a nessuno viene in mente di educare le sue, così da renderle espressive al massimo grado sfruttandone la delicata gestualità.» [p.116]
«Gli uomini, in genere, lavorano troppo per poter restare ancora se stessi. Il lavoro è una maledizione che l’uomo ha trasformato in piacere. Lavorare con tutte le forze al solo fine di lavorare, scovare una gioia in uno sforzo che porta solo a risultati di nessuna importanza, pensare di potersi realizzare esclusivamente attraverso un lavoro che non dà tregua: ecco qualcosa di ripugnante e incomprensibile. Il lavoro duro e assiduo istupidisce, abbrutisce e rende impersonali.» [p.119]
«Bisogna che combatta me stesso, che mi scateni contro il mio destino, contro la mia sorte. Il mio slancio più selvaggio getti nell’anonimato del mio essere tutti i cadaveri che mi impediscono d’innalzarmi, tutti gli ostacoli che rinviano la mia trasfigurazione, e non restino che la mia spaventosa espansione e il mio desiderio insaziabile di luce e di tenebra. Che ciascuno dei miei passi sia un trionfo o un crollo, un volo o un fallimento. Che la vita cresca e muoia in me in un’alternanza folgorante, a un ritmo convulso si schiudano i fiori e risplenda il marciume della mia anima. Niente del calcolo meschino e della visione razionale delle esistenze ordinarie comprometta la tensione sconfinata delle mie bufere interne, dei miei dolori e delle mie illusioni. Con la travolgente efferatezza delle mie risorse inesplorate e la fede cieca delle passioni represse possa io inghiottire la luce e le tenebre per la mia orgia interiore, per i piaceri e i supplizi del mio caos, per le tragiche delizie delle mie gioie e disperazioni ultime.» [p.124]

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