Alessandro Zannoni


“Cinque domande, uno stile”, ospita Alessandro Zannoni.
Scrive storie, da leggere e vedere. Esordisce, grazie a Luigi Bernardi, con Perdisa Editore. Il primo film tratto da una sua sceneggiatura vedrà l’inizio riprese nel 2019. Agli inizi del millennio fonda il “FestivalNoir” che si evolve negli anni come serie di incontri letterari chiamati “Leggere fa male”. A Sarzana, suo rifugio, organizza “Mi piace corto”, il primo festival dedicato ai racconti. Conduttore radiofonico sulla radioweb RadioRogna.it con il programma“Senzafiltro”. Già in ristampa con la raccolta di racconti “Stato di famiglia” (2019, Arkadia-Sidekar)

Quando accade, quando un’idea, l’Idea, giunge e prende forma, si rappresenta nel suo immaginario, pronta ad essere modellata per diventare una storia, che sensazione si prova?

Entusiasmo, perché significa riprendere a scrivere, e subito dopo sgomento, perché sono all’inizio del lavoro e so quanto sarà dura arrivare alla fine.

La consapevolezza che la parola appena scritta costituisca la conclusione di un racconto è evidente o necessaria?

Il finale è così importante che nessuna parola è mai quella evidentemente necessaria: sono sicuro che, se ci penso bene, potrei trovare un suono migliore.

C’è stato, nel suo percorso di vita, netto e distinto, un momento di scelta in cui ha affermato a se stesso “devo scrivere?”

Più e più volte, ma probabilmente senza un forte convincimento, perché mi sono perso a fare altre cose, di certo più semplici e più divertenti, ma anche necessarie – tipo guadagnare per vivere. Solo a quarant’anni ho deciso che era quello che avrei fatto da grande; ho mollato tutto e ho iniziato a scrivere seriamente, e la colpa è tutta di Luigi Bernardi.

Lo stile è un passaggio che ciascun autore percorre, può in qualche modo divenire un vincolo?

Bè, può divenire un vincolo dannoso per chi ha trovato il suo e non cambia più. Per quanto mi riguarda, l’unico vincolo dello stile è la sua cura.

In quale misura crede che la letteratura oggi riesca ad incidere nella società e con quale forza lo scrivere costituisca un gesto politico?

Consapevole o meno, la letteratura è gesto politico, ma non ha più forza incisiva. Vale di più un video su FB o una frase su Instagram, e certi politici lo sanno bene; ci stanno costruendo la carriera e larghi consensi.

 

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