Angela Iantosca


Per la rubrica “Cinque domande, uno stile”, oggi è la volta di Angela Iantosca, scrittrice e giornalista (dal 2017 dirige la rivista “Acqua e sapone”). Autrice di saggi inchiesta quali “Onora la madre: storie di ‘ndrangheta al femminile” (2013, Rubettino), “Bambini a metà. I figli della ‘ndrangheta” (2015, Perrone) e “Una sottile linea bianca. Dalle piazze di spaccio alla comunità di San Patrignano” (2018, Perrone).

 

 

 

Quando accade, quando un’idea, l’Idea, giunge e prende forma, si rappresenta nel suo immaginario, pronta ad essere modellata per diventare una storia, che sensazione si prova?

C’è una sensazione particolare che si forma in un punto preciso del mio stomaco, nella mia testa, nelle mie mani e che ha lo stesso colore, la stessa consistenza dell’innamoramento. Una sensazione che diventa urgenza di scrivere, di far correre le mani veloci sulla tastiera, di toccare le lettere, di dar vita a quei pensieri che si rincorrono nella mente.
E mentre le mani provano a tenere il passo delle Idee, intorno non c’è nulla. C’è una nebulosa e tutto diventa il luogo che sto narrando. Seguo il personaggio, la sua storia e i suoi abiti che assumono l’aspetto che hanno sempre avuto ma che ora una luce sta illuminando. E io vedo. Vedo il protagonista, la sua storia, chi gli gira intorno, i pensieri degli altri, anche di chi è alle mie spalle, dietro di me, che sono dentro la scena, immobile e invisibile. È così che la statua esce dal marmo e la riconosco. Perché una storia, un libro è come un figlio: ne conosci e riconosci le pieghe, l’odore, i movimenti, i difetti, le grinze, le piegature. Quando metti il punto alla fine non puoi che amare ciò che ora è di tutti. Come un figlio.

La consapevolezza che la parola appena scritta costituisca la conclusione di un racconto è evidente o necessaria?

È evidente. Credo ci sia una armonia dietro un racconto, dietro una storia, ma anche dietro un articolo. Una armonia dettata dalle parole giuste. Non una di più non una di meno. Perché le parole giuste sono quelle che sanno farti arrivare in alto, in un climax di emozioni: ti portano sul precipizio e ti lasciano lassù, senza fiato, con tutte le emozioni al limite, il vento che soffia dalla scogliera, le gocce d’acqua che arrivano ai tuoi piedi e la gioia-dolore che stia finendo tutto lì, in quella bellezza insopportabile e giusta. Non una parola di più non una di meno.

C’è stato, nel suo percorso di vita, netto e distinto, un momento di scelta in cui ha affermato a se stessa “devo scrivere?”

Quando ho cominciato a scrivere il primo libro, “Onora la madre – storie di ‘ndrangheta al femminile” (Rubbettino, 2013). Il libro nasce quando, leggendo della collaborazione di alcune donne appartenenti a famiglie di ‘ndrangheta, mi sorge una domanda: se una donna da sola, con le sue parole, è riuscita s scardinare un clan potente, è possibile che le altre donne non sappiano niente? È possibile che davvero le donne nella ‘ndrangheta, da sempre considerata una organizzazione criminale maschile e maschilista, non abbiano avuto nessun altro ruolo oltre a quello di mogli e madri?
Da questa domanda e dalla necessità di trovare una risposta nasce il “devo scrivere”. Da quel momento è stato così anche con gli altri libri: “Bambini a metà” (Perrone 2015), il libro nato dalla necessità di concentrare l’attenzione sul protocollo “Liberi di Scegliere” scritto dal Tribunale per i minorenni di Reggio Calabria, per regalare una alternativa ai figli della ‘ndrangheta in particolari condizioni; dallo stesso “devo” nasce il libro “Voce del verbo corrompere” (Bulgarini 2017), una antologia letteraria con la quale spingere alla lettura usando delle chiavi di lettura, in questo caso la corruzione. Dallo stesso “devo” nasce “La Vittoria che nessuno sa” (Sperling&Kupfer 2017) che racconta la storia di un uomo che ha scelto di diventare donna per rispetto di se stessa. E ancora dal “devo” è nata “Una sottile linea bianca – dalle piazze di spaccio alla comunità di San Patrignano” (Perrone 2018) per raccontare le storie di ex ragazzi tossicodipendenti e quelle piazze di spaccio che sono i luoghi in cui i “nostri” ragazzi vanno a fare spesa in cerca dello sballo.

Lo stile è un passaggio che ciascun autore percorre, può in qualche modo divenire un vincolo?

Non ho mai cercato uno stile, ma nella consapevolezza di averne uno. Credo di aver sempre scritto così, sin da ragazzina: in modo asciutto e diretto. I miei professori del Liceo mi dicevano che avevo uno stile giornalistico… quindi, credo che fosse proprio nel mio destino e la “leggenda” narra che a 5 anni, mentre ero in gita con i miei, vedendo le foglie cadere dagli alberi dissi: “Sembrano delle ballerine”… Amo le descrizioni che possano creare la scena negli occhi e nella testa di chi legge, anche con immagini forti o immagini poetiche che possano trasmettere silenzio e pace, o gli odori, i sapori, le sensazioni sulla pelle.

In quale misura crede che la letteratura oggi riesca ad incidere nella società e con quale forza lo scrivere costituisca un gesto politico?

Scrivere significa fare politica. Forse con più incisività della politica stessa. Non c’è bisogno di essere iscritto ad un partito o vestire qualche casacca per far capire da che parte si è, se si è umani, se si ha una particolare attenzione verso gli ultimi. Una cosa che mi appartiene, forse proprio perché sono giornalista, è accompagnare il lettore in certi contesti, mostrarglieli, lasciandolo poi libero di scegliere, di decidere dove andare. Una scelta che potrà fare solo se sarà davvero informato su ciò che accade, con obiettività. Certo, alla luce dei dati sulla quantità di lettori in Italia (si scrive di pi di quanto si legga), mi sorge il dubbio che la letteratura, in qualsiasi sua forma, riesca ad incidere poco e che abbiamo molto più appeal (soprattutto sui giovani) quei mezzi di distrazione di massa che tanto preoccupano. Ma questo non può essere un motivo di sconforto, anzi uno stimolo in pi per far arrivare gli stessi contenuti attraverso altre vie: audiolibri, trasformazione delle storie importanti in fumetti, racconti brevi, progetti nelle scuole per promuovere certi argomenti di rilevanza nazionale…

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