Con ossa di cristallo


“Che cos’è la cosa più favolosa al mondo per lei?”
“Il desiderio, perché è umano.”
[M. Petrucciani]

 

La luce insolente di occhi indagatori puntata su di me disegna un’ombra lieve. Piccola cosa intorno al rumore che genera il mio passaggio. Qualcuno si sfrega le mani, gente in fila assiepata da ore davanti l’entrata. Il marciapiede che brulica di sussurri e parole intrecciate.
Ciascuno porta la propria storia con sé.
E ne puoi scorgere il peso scrutando il cammino.
Spesso su gambe malferme, piegate dai giorni, altre volte rigide, ché difficili si muovono al passo, altre invece leggere, come gazzelle ti sfiorano la strada. Al pari del soffio di vento attraversano la vita, la tua, lasciando nulla tra le dita e vuoto nell’animo.
Il mio nome segna frastuono intorno, genere di suono che mai ho amato.
Inseguono talvolta, i meno avvezzi, per una curiosità morbosa che scuote la strada e ricrea attorno il calpestio proprio delle bestie alla ricerca di una luce che non comprendono.
Quando il rumore ti prende, carica ogni gesto e lo priva di bellezza.
Gli impresari che mi ruotano attorno lo conoscono bene quel suono, un tintinnare di monete, un fruscio di carte leggere e sporche, ma senza le quali non starei qui, a garantire il tutto esaurito.
In cartellone il mio nome troneggia.
Grande e ben visibile, maestoso, quale mai in vita mia sono stato. E qualche giornalista impettito mi chiede come sono giunto fino a qui, come ho fatto a riuscirci.
Potrei rispondere che sono giunto dove mi dice d’essere semplicemente seguendo il corridoio, seguendo le indicazioni di chi mi precedeva, ma sarebbe così carica d’ironia da non esser compresa la mia risposta, pertanto rimango a scrutare la stupidità dell’interlocutore e vado oltre.
Dentro, mi chiedo, invece, qui dove?
E riuscito a far cosa?
Potrei esprimere poche affermazioni su di me, due soltanto. Forse.
Ho ossa di cristallo e mani grandi.
E pochi capelli sul capo coperto da un cappello che mi protegge dalla polvere della strada. Ho maniche ingombranti che mi scivolano addosso e che spesso ricaccio indietro senza successo. Ho un sorriso irriverente nascosto dietro ai denti e mastico note fin da quando ero bambino. Se tu mi vedessi adesso non penseresti che ne è trascorso di tempo da allora, non sembra. Minuto di statura e caracollante, non ho mai seguito una linea nel cammino, non sarei stato in grado di farlo e, pertanto, non me ne sono mai curato.
Se un problema è irrisolvibile allora non è un problema, se riesci a risolverlo, bene; allo stesso modo non è più un problema.
Non è un rifuggire gli ostacoli, un voler mettere la testa tra le gambe, di una bella figa magari. Non è la volontà passiva di provare a spegnere lo stridore del mondo tra la sabbia.
Niente di tutto questo, è semplicemente un modo di vivere e di affrontare la vita, reale.
Per quel che c’è dato, per quel che vogliamo prenderci. Per ciò che siamo in grado di rubare quotidianamente al destino. E ladro mi sono sentito nel profondo, testardo e intestardito nel volere scippare ai giorni a venire tutto quello che indietro m’era stato negato. Ciascuno a suo modo percorre il fragile filo dell’esistenza e prova a farlo considerando il rischio di precipitare.
Ma a restarsene impelagati con gli occhi fissi verso il basso nel terrore di un’accidentale caduta ci proietta immobili sulla fune. Così ho deciso un giorno di non guardare sotto e andare avanti, senza alcun paracadute.
Col rischio di finire col muso sul marciapiede e la volontà di evitarlo.
Per quante parole si possano proferire in una media esistenza umana, nessuna di essa riuscirà ad esprimere adeguatamente il limite di una volontà ferrea. Cosa questa riesca a poter farci fare o non fare. Un principio di follia, forse, oltre ogni logica, come dicono sia per quel sentimento chiamato amore.
I piagnistei li ho sempre lasciati scivolare dietro le mie spalle incongruenti. Quel modo di fare, quel graffiare dolente il destino sulla pelle arrossata, l’ho sempre considerato una gran perdita di tempo.
Ostinarsi a scontrare il fato, che stoltezza.
Affrontarlo, aggirarlo perfino, m’è parso più utile, forse più umile, ma in qualche modo soddisfacente.
Ciascuno di noi, o meglio di chi, in qualche modo, ritiene d’aver consapevolezza di sé, si ritrova al mattino a fare i conti con se stesso.
Le strategie non sono poi così variegate.
Due, in fondo. Scorgersi in profondità o navigare a vista, veleggiando sul vento di una sana incoscienza.
Ciascuno segua la sua onda, così come ho provato a fare.
Il mare della quotidianità ti viene addosso e trascina ogni cosa, bisogna cavalcarla quella maledetta onda, per riuscire a restarsene oltre la linea dell’orizzonte senza soffocare nelle proprie angosce. La tavola da surf non è per tutti, ciascuno se ne disegna una per le proprie capacità di resistenza. Per quella irragionevole disperazione che ci fa grata la vita in qualsiasi delle sue forme, si cerca di restare con la bocca oltre il filo dell’acqua, annaspando talvolta, ma con l’ultimo respiro utile a sentirsi ancora vivo.
Forse questo avrei potuto rispondere al caro e solerte giornalista, avrei potuto rispondere così.
Vedi, amico mio.
Ho ossa di cristallo e mani grandi.
E galleggio ancora.
E ho dita affusolate che si muovono senza sosta, così dicono.
Bianchi e neri li tenevo sotto di me, quieti e silenziosi, in attesa d’essere accarezzati, blanditi, presi a schiaffi senza possibilità di ribellione. Li ho stretti a me e a loro mi sono stretto per non precipitare. Li ho cercati come fossero occhi di donna, cangianti e fuggevoli, li ho inseguiti, li ho scolpiti e battuti, come pulsioni di vita da assecondare. Li ho amati, d’amore rapace e umano e oltre alla loro natura ho cercato d’assecondare la mia, umana, così umana da rifugiarsi nell’abbraccio notturno di una donna d’avere. E di donne ne ho avute, speranze, dolori e impazienze.
Ed errori ho commesso, d’umana natura.
Incontrare negli occhi di un figlio i tuoi occhi, ricordare nel sorriso d’un figlio il tuo, o quel modo di sbadigliare al mondo l’indolenza dei giorni. Per ogni cosa che è patrimonio nostro da lasciare in eredità.
Ma ho ossa di cristallo e mani grandi e così adesso anche lui, mio figlio.
Da lì, da quegli occhi così simili ai miei ho ripreso il tortuoso cammino, inerpicandomi scala dopo scala nelle melodie che il tempo mi ha impresso tra le dita.
E nulla m’è mai importato per tutte quelle volte ch’era difficile vedere oltre il palmo del naso.
Occhialini vezzosi mi nascondevano al mondo. E il mondo si riduceva a quell’infinita combinazione di suoni che ottantotto voci possono generare.
Così, il respiro della mia musica ha fatto il resto.
Ci sono strade da camminare, velocemente, senza dare possibilità agli sguardi del mondo di soffermarsi a ripercorrere la tua scia. Forse attendono l’eco di quel passaggio perché troppo impegnati a scrutarti caracollante nel cammino, così differente da quello cui fin da bimbi sono stati abituati.
Ci sono mondi da lasciare al vento affinché il soffio violento li strappi alla merda soffocante.
Mondi stantii, senza coraggio né incanto.
Il rischio di vivere non è dato a molti.
Neppure il talento.
Ma non ho scelto io d’avere ossa di cristallo, né mani così grandi da contenere ottantotto tasti tutt’insieme, come vassalli di un monarca deliziato. Li battezzavo a mio piacimento, ora spezzandone la voce, ora accrescendone il tono, ora segnandone il passo, scegliendone il ritmo.
Monarca sovrano con diritto di vita e di morte su di loro.
Li ho tenuti sotto le mie dita per più di vent’anni.
Con ironia e passione.
Quell’ironia che la natura sa di non avere. Siamo tutti figli suoi. Eppure non sa di scherzare, e talvolta lo fa.
Scherza.
Ed io con lei.
Mio padre mi pose su una pedana, come avesse pensato ad un piedistallo. La mia personalissima tavola da surf.
Legno umile d’umile origine, a sostenere il peso d’una vita fuori dall’ordinario molto tempo prima che divenisse, a detta degli altri, straordinaria.
Ma il limite delle definizioni non è proprio di chi è impegnato direttamente nel conflitto.
La storia, la narrazione delle vicende, avviene principalmente dall’esterno per quel che si vuole vedere o si è capaci di scorgere. Non ho mai pensato di generare una narrazione di me stesso, ricordo solamente d’essermene rimasto sospeso, nell’etere, a qualche palmo da terra.
Il resto l’hanno fatto le mie mani.
La zavorra della quotidianità me la sono presto scrollata di dosso. C’era da vivere o morire. Io scelsi la musica e di suonare. E qualcuno ha pensato potesse dirsi vivere, e forse anch’io. Se nei passi brevi di una quotidianità smarrita avevo molto da camminare, lungo le scale che ripide salivo grazie alle mie dita ho saputo di volare.
Libero come un uccello, svolazzando nell’aria.
Leggero come il suono della mia musica. Al di là di ogni limite, oltre gli sguardi carichi di compassione, oltre gli sterili lamenti e rancori lanciati contro il destino, oltre il reale che mi ha creato così fragile.
Mi sono posto oltre ogni cosa potessi misurare con lo sguardo e con la fatica. E lì ho saputo di volare, nel respiro della musica che mi ha fatto leggero e impetuoso, e mi ha visto pronto ad impennare verso l’alto per poi planare su di lei. Quando sai di dare tutto, nel tocco, nell’idea di ciò che fai, sai d’avere fatto tutto per il meglio. Nel momento in cui pensi di cambiare le cose, è proprio in quell’istante che le stai cambiando.
Senza l’angoscia del risultato, della gara assillante che ci propinano ogni giorno.
Tutti cadaveri ambulanti in fila, alla spasmodica ricerca della migliore prestazione, della più fulgida, la più elegante.
Della performance che li condurrà per primi al traguardo.
Alla morte.
Quest’incedere funereo, costretto lo avverti distintamente nel parlottio di gente distratta, e puoi vederlo, oltre le lenti di occhiali scuri indossati nella notte, al di là del tonfo di cadaveri ambulanti che scivolano per terra senza averne consapevolezza.
E lo sai bene scorgendolo negli sguardi dei passanti, nello scintillio di chi rimane fermo, davanti a te, senza nessun incanto per il suono delle dita che accarezzano la mia donna di sempre.
Io mi sono ritrovato oltre, a sentire il calore della vita che respira caldo accanto a me, e sa di musica.
Mi sono ritrovato oltre, senza nulla da temere.
Ne ho vista di gente atteggiarsi a sterminatrice di idee. Animali grandi e grossi inciampare sulle loro rozzezze. Incapaci di muoversi leggeri sui fianchi della donna.
Incapaci d’amare.
Non ho scelto d’avere ossa di cristallo e mani grandi, ma ho trattenuto le mie ossa fragili, le ho tenute in piedi in un breve cammino che m’ha visto scivolare sinuoso lungo i fianchi della mia compagna, inseguendone la tortuosa figura.
Quella che ho amato a denti stretti, assaporandone il gusto, per sentirmi vivo. Ho nascosto il fastidioso luccichio delle mie ossa seppellendolo di suoni e note, e armonie ardite, e scale difficili da salire non appena disceso a tastare l’asfalto freddo.
E adesso qui, con ossa di cristallo e mani grandi, continuo ad accarezzare la donna che ha parole soltanto per me.

 

 


 

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