Due vite di Trevi


– Emanuele Trevi, 2021 – Neri Pozza – pp. 125 – € 15,00.

 

Dove si racconta l’intreccio di vita. Due esistenze e un riverbero. Pia Pera, Rocco Carbone e gli occhi dell’autore, Emanuele Trevi, che prova a strapparne la memoria all’oblio.

«L’erotismo è solo censura ingentilita da luoghi comuni d’accatto» [p.53]

«La genericità del lessico evoca palazzi, automobili, uffici, negozi, interni di case… E in mezzo a questo mondo di nomi comuni, sempre vagamente inafferrabile, ci sono, ovviamente, personaggi che interagiscono tra loro. È solo dopo un po’ che ci rendiamo conto che quello che stiamo leggendo non è un romanzo come tanti altri. Perché quel mondo esterno, in realtà, non esiste se non nella mente del personaggio. O meglio, è uno spazio mentale, una proiezione, quella che gli indiani chiamano una māyā. E certo, la māyā è una magia potente, un attributo degli dèi. Il mondo ci inganna facendoci credere nella sua sussistenza, nel suo esistere al di fuori di noi – e lo stesso fa il romanziere. Ma in realtà, ciò che sembra agitarsi là fuori, si agita all’interno di una singola coscienza. Illusione essa stessa, la sua attività non smette di produrre illusioni. In altre parole, la coscienza racconta, e questo processo narrativo è essenzialmente un processo di differenziazione. Così come il candore della luce si scompone nello spettro dei colori, lo spazio mentale si suddivide in una pluralità di personaggi, che nei loro moti di attrazione e repulsione danno vita a una certa trama.» [p. 60]

«… se sei in grado di raccontare un tale disordine, una tale catastrofe, in qualche modo ti sei salvato» [p. 64]

«Capita agli uomini di uscire all’improvviso dalle loro storie per una momentanea, irrisoria distrazione, una minuscola sfiga. Qualcosa che non c’entra nulla e prevale su tutto il resto. Da quel momento, l’onda d’urto dell’assurdo procede a ritroso investendo tutto il passato, fino al primo giorno» [p.78]

«È come se il velo dell’infelicità, appena prima della fine, cadesse a terra mostrando nuda la più enigmatica, impalpabile, sfuggente delle divinità: la vita felice.» [p.81]

«Perché noi viviamo due vite, entrambe destinate a finire: la prima è la vita fisica, fatta di sangue e respiro, la seconda è quella che si svolge nella mente di chi ci ha voluto bene. E quando anche l’ultima persona che ci ha conosciuto da vicino muore, ebbene, allora davvero noi ci dissolviamo, evaporiamo, e inizia la grande e interminabile festa del Nulla, dove gli aculei della mancanza non possono più pungere nessuno. » [p.83] 

«Per tutti noi, voglio dire, c’è un tempo evidente, che è quello in cui prendiamo forma e veniamo consumati, seguendo una direzione irreversibile, come una pallina su un piano inclinato. Ma esiste anche un tempo meno percepibile e non misurabile in giorni o anni, nel quale non facciamo che spendere energie puramente negative, necessarie a respingere oscure minacce, a ricercare un instabile equilibrio tra forze contrarie, a fuggire da ciò che i nostri genitori hanno desiderato per noi. Non ce ne accorgiamo nemmeno, eppure, quando ci sentiamo stanchi, non dovremmo pensare solo a ciò che abbiamo fatto, ma all’oscuro lavoro di sottrazione e rinuncia che ci costa la nostra stessa consistenza, nella veglia e nel sonno. Credo che avessero ragione gli antichi filosofi che supponevano uno strato della nostra anima in comune con altre specie di esistenza, una dimensione “vegetativa” del nostro essere che tende a sfuggire alla coscienza come l’attività di un organo involontario.» [p.85]

«Semmai, la capacità più auspicabile è quella di arrendersi a se stessi, perché una parte consistente del dolore che si prova dipende dalla volontà di rimediare all’irrimediabile e dunque di avvelenare quello che è con quello che potrebbe essere.» [p.89]

«le vere rivoluzioni sono trasformazioni: di ciò che già sappiamo, di ciò che abbiamo sempre avuto sotto gli occhi. Perché è vero solo ciò che ci appartiene, ciò da cui veniamo fuori.» [p.100]

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