Gianni Montieri


La bellezza della parola di Gianni Montieri, da poco in libreria con “Le cose imperfette” (2019, LiberAria editrice), è ospite di “Cinque domande, uno stile”.

Quando accade, quando un’idea, l’Idea, giunge e prende forma, si rappresenta nel suo immaginario, pronta ad essere modellata per diventare una storia, che sensazione si prova?

Non ho idea di che sensazione si provi e non so nemmeno se esista una particolare idea che giunga o si formi; mi capita invece di ragionare a lungo su alcune cose, fatti accadute, immagini, ricordi, desideri. Tutti questi aspetti, insieme, a un certo punto producono un’accelerazione che mi porta a scrivere una poesia o un gruppo di poesie. Ecco, il mio immaginario è la scintilla che concretizza l’osservazione e i pensieri.

La consapevolezza che la parola appena scritta costituisca la conclusione di un racconto è evidente o necessaria?

Qualche volta è evidente, qualche volta no. Necessaria non credo.

C’è stato, nel suo percorso di vita, netto e distinto, un momento di scelta in cui ha affermato a se stesso “devo scrivere?”

No, non credo ci sia stato un momento, più facile che io abbia detto “devo leggere”, “andiamo al cinema” “cosa ha fatto il Napoli?”

Lo stile è un passaggio che ciascun autore percorre, può in qualche modo divenire un vincolo?

Più che un vincolo, lo stile, è una necessità. Si scrive in un certo modo, si asseconda un’attitudine, un modo di raccontare, si cerca un linguaggio, si prova a inventare una lingua in cui stare al sicuro. Lo stile è la nostra cameretta, la nostra scrivania, le nostre quattro mura dalle quali guardiamo fuori, se funziona troviamo la finestra, la apriamo, ci affacciamo.

In quale misura crede che la letteratura oggi riesca ad incidere nella società e con quale forza lo scrivere costituisca un gesto politico?

Scrivere è sempre un atto politico, nel momento in cui comincio a scrivere sto già facendo politica, sto comunicando, sto agendo rendendo pubblico ciò che ho in testa. La letteratura credo che incida nella società nella misura in cui riesce a porci delle domande, a farcene fare altre, a mantenere alta la soglia d’attenzione(anche verso noi stessi) e a non smettere d’immaginare.

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