Giulia Caminito


Giulia Caminito è l’ospite odierna della rubrica “Cinque domande, uno stile”.  Esordisce con il romanzo “La grande A” (2016, Giunti vincitore del Premio Bagutta, del premio Brancati e il premio Berto) cui seguono “Guardavamo gli altri ballare il tango e altri racconti” (2017, Elliot), “La ballerina e il marinaio” (2018, Orecchio Acerbo – illustrazioni di Maja Celija), “Un giorno verrà” (2019, Bompiani).
Nel 2021 per Bompiani esce il romanzo “L’acqua del lago non è mai dolce” con il quale vince Premio Campiello dello stesso anno.

1)   Quando accade, quando un’idea, l’Idea, giunge e prende forma, si rappresenta nel suo immaginario, pronta ad essere modellata per diventare una storia, che sensazione si prova?
Nel mio caso ci sono vari momenti in cui mi sembra che qualcosa stia accadendo nella progettazione. Di solito la cosa che succede più spesso, per quanto possa sembrare assurdo, è che trovo una corrispondenza su uno dei nomi che ho scelto per i protagonisti, una coincidenza casuale ma significativa che mi fa capire che quel nome è giusto e mi dà quasi un magico avvio per il romanzo. È successo anche di recente a una cena. Avevo già da tempo in testa il nome di un personaggio del nuovo romanzo, che ancora devo iniziare a scrivere, e mio padre, alla cena, mi ha raccontato che quello era il nome che mia nonna voleva dargli ma che alla fine non è stato scelto. Considerando che è un nome inusuale, particolare, ho sentito un brivido e ho capito che quel personaggio devo scriverlo.

2) La consapevolezza che la parola appena scritta costituisca la conclusione di un racconto è evidente o necessaria?
Io tendo a rilavorare di più i finali degli incipit, e progetto tutto l’arco temporale cercando di capire dall’inizio dove voglio andare a parare, come voglio chiudere. Quando arrivo a quel punto di solito la prima volta scrivo di fretta con l’urgenza di finire, poi torno e torno ancora e sistemo, mi allungo. Non sempre è facile decidere come finire, con il mio ultimo romanzo ho tentennato molto, ho spostato varie volte alcuni paragrafi, e mi sono interrogata a lungo su come avrei dovuto finire, cosa era giusto per la storia. Poi una notte ho sognato la scena finale, una casa allagata, e ho capito che doveva essere quella.

 



3) C’è stato, nel suo percorso di vita, netto e distinto, un momento di scelta in cui ha affermato a se stesso “devo scrivere?”
No, non credo ci sia stato un momento di scelta, ma più che altro ho scoperto che mi piaceva, che mi faceva stare bene, mi dava un tempo denso in cui nascondermi, che mi faceva dimenticare il resto. Come accade con le sostanze per alcuni a me è successo con la scrittura, che rende tollerabile il mondo, cosa c’è fuori di me.

4) Lo stile è un passaggio che ciascun autore percorre, può in qualche modo divenire un vincolo?
Penso che lo stile debba poter cambiare ed evolversi in maniera naturale e libera. L’importante è instaurare col proprio stile un rapporto sincero, reale, che non sia una posa (a meno che non sia la posa stessa ciò che cerchiamo) per evitare appunto che diventi vincolante, un perimetro, una pretesa da dover sopportare per i libri a venire.

5) In quale misura crede che la letteratura oggi riesca ad incidere nella società e con quale forza lo scrivere costituisca un gesto politico?
Devo dire che io mi sono interrogata molto su questi argomenti e ora ciò che penso è che la politica si debba fare, stia nella militanza, stia nel collettivo, nel trasformare le necessità individuali in una spinta comune, in un desiderio per sé e per gli altri. La politica si fa anche scrivendo, perché molta della teoria politica, nonché dell’informazione politica sia in passato che oggi sono passate dalla parola scritta. Ma non penso che questo sia compito della scrittura letteraria, del romanzo, che debba insegnare, che debba avere un impatto sul sociale. Io scrivo spesso di temi sociali e politici, ma lo faccio perché a me interessano quei temi, li ho studiati, fanno parte di me, e non potrei scrivere altro, non troverei linfa per il mio scrivere, mi travestirei. Questo non mi rende una scrittrice impegnata o superiore o necessaria, ma solo una che scrive e a cui piace scrivere di certi temi.

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