Helgoland di Rovelli

 

–Carlo Rovelli, 2020 – Adelphi – pp. 227 – € 15,00.
Affascinante lettura ad inseguire il cammino della grande “Rivoluzione” nel mondo della fisica. Utile strumento per affrontare la conoscenza da un punto di vista prettamente contemporaneo da cui scaturisce quest’umile riflessione:
Ciò che non determina vive, ancora, per poco, ma vive. Continua a vivere si dice, proprio perché il fluire del tempo, delle cose, della vita stessa è un movimento che implica scostamento da una posizione ad un’altra, da un luogo all’altro, da un pensiero al successivo. Il movimento è carattere vitale, l’acqua stantia muore, così come l’attesa del determinato nelle cose, nel mondo. L’ostinata idea che si
possa scolpire e levigare la materia, portarla al perfetto equilibrio è un’azione che la natura disconosce, di cui non tiene conto. Le cose del mondo sono irregolari, frastagliate, storpie, mal fatte agli occhi di chi immagina e proietta un equilibrio di forme e misura che è espressione di un qualcosa d’esterno alle cose, di divino. Un che di nulla sta fuori, mentre ogni cosa è dentro le cose, tra le cose, nel loro
muoversi e dimenarsi alla continua ricerca. 

«Le caratteristiche di un oggetto sono il modo in cui esso agisce su altri oggetti. L’oggetto stesso non è che un insieme di interazioni su altri oggetti. La realtà è questa rete di interazioni, al di fuori della quale non si capisce neppure di cosa staremmo parlando. Invece di vedere il mondo fisico come un insieme di oggetti con proprietà definite, la teoria dei quanti ci invita a vedere il mondo fisico come una rete di relazioni di cui gli oggetti sono i nodi.» [p. 87]

«[…] ogni cosa sia solamente il modo in cui agisce su qualcos’altro.» [p. 88]

«La teoria dei quanti, io credo, è la scoperta che la risposta a questa domanda è sì. Le proprietà di un oggetto che sono reali rispetto a un secondo oggetto non lo sono necessariamente rispetto a un terzo.c Una proprietà può essere reale rispetto a un sasso, e non reale rispetto a un altro sasso.» [p. 89]

«Il mondo dei quanti è quindi più tenue di quello immaginato dalla vecchia fisica, è fatto solo di interazioni, accadimenti, eventi  discontinui, senza permanenza» [p.92]

«… è meglio considerare una particella non come un’entità permanente bensì come un evento istantaneo. A volte questi eventi formano catene che suscitano l’illusione di esseri permanenti, ma solo in particolari circostanze e solo per un periodo di tempo estremamente breve in ciascun caso singolo». (Schrödinger, Nature and the Greeks and Science and Humanism) [p.93]

«Il mondo si frantuma in un gioco di punti di vista, che non ammette un’unica visione globale. È un mondo di prospettive, di manifestazioni, non di entità con proprietà definite o fatti univoci. Le proprietà non vivono sugli oggetti, sono ponti fra oggetti. Gli oggetti sono tali solo in un contesto, cioè solo rispetto ad altri oggetti, sono nodi dove si allacciano ponti. Il mon1do è un gioco 
prospettico, come di specchi che esistono solo nel riflesso di uno nell’altro». [p.95]

«Le proprietà di un oggetto fisico si realizzano rispetto a un secondo oggetto e possiamo pensarle, abbiamo visto, come lo stabilirsi di una correlazione fra i due, ovvero come informazione che il secondo oggetto ha sul primo». [p. 111]

ΔX ΔP ≥ h̄/2
«Si legge: “Delta X per Delta P è sempre maggiore o uguale di metà h tagliata”. Questa proprietà generalissima della realtà è chiamata il “principio di indeterminazione di Heisenberg”. Vale per tutto». [p.113]

XP − PX = i h̄
«Ci dice esattamente questo: cioè “prima X e poi P” è diverso da “prima P e poi X”. Quanto diverso? Di una quantità che dipende dalla costante di Planck: la scala dei fenomeni quantistici. Per questo le matrici di Heisenberg funzionano: perché permettono di tenere conto dell’ordine in cui le informazioni sono acquisite. Anche il principio di Heisenberg, cioè l’equazione nella pagina precedente, segue con pochi passaggi dall’equazione di questa pagina, che dunque riassume tutto. Quest’equazione traduce in termini matematici entrambi i postulati della teoria quantistica. I due postulati ne rappresentano, al meglio di quanto comprendiamo oggi, il significato fisico». [p.114]
«Bohr ha difeso la teoria dalle critiche di Einstein, talvolta a ragione, talvolta addirittura vincendo discussioni con argomenti errati.97 Il pensiero di Bohr non è limpido, è sempre un po’ oscuro. Ma le sue intuizioni sono acutissime e hanno costruito buona parte della comprensione attuale della teoria. L’intuizione chiave di Bohr è sintetizzata in questa osservazione, cui ho già fatto cenno: “Mentre nell’ambito della fisica classica le interazioni fra un oggetto e l’apparato di misura possono essere trascurate – o se necessario possiamo tenerne conto e compensarle –, nella fisica quantistica questa interazione è una parte inseparabile dal fenomeno. Per questo la descrizione non ambigua di un fenomeno quantistico richiede in linea di principio di includere la descrizione di tutti gli aspetti rilevanti dell’arrangiamento sperimentale”. (Bohr, The Philosophical Writings of Niels Bohr) [p.142]

«[…]parliamo di «significato» in contesti molto vari, che in generale non hanno rilevanza diretta per la sopravvivenza. Una poesia è piena di significato, ma leggerla non sembra aiutare le mie probabilità di sopravvivere o riprodurmi (magari qualcuna sì: una fanciulla si potrà innamorare del mio animo romantico…). L’intero spettro di ciò che chiamiamo «significato» in logica, psicologia, linguistica, etica, eccetera, non si riduce all’informazione direttamente rilevante. Però questo ricco spettro si è sviluppato nella storia biologica e culturale della nostra specie a partire da qualcosa che ha radici fisiche, a cui si sono aggiunte le articolazioni proprie della nostra enorme complessità neurale, sociale, linguistica, culturale, eccetera. Questo qualcosa è l’informazione relativa rilevante. La nozione di informazione rilevante, in altre parole, non è l’intera catena fra la fisica e il significato nel mondo mentale: ma è il primo anello, quello difficile. È il primo passo fra il mondo fisico, dove non esiste nulla che corrisponda alla nozione di significato, e il mondo della mente, la cui grammatica è fatta di significati e segnali che hanno significato. Aggiungendo le articolazioni e i contesti che ci caratterizzano – il cervello e la sua capacità di manipolare concetti, cioè processi che hanno significato, le sue integrazioni emozionali, la sua capacità di correlarsi a processi mentali altrui, e ricorsivamente ai propri, il linguaggio, la società, le norme, eccetera – otteniamo qualcosa che si avvicina via via sempre più alle diverse nozioni, più complete, di significato». [p.171]

«Ma la scoperta della natura quantistica della realtà è la scoperta che la natura del mondo fisico è essa stessa comprensibile come una rete di correlazioni: come informazione reciproca, precisamente nel senso fisico di correlazione. Le cose della natura non sono insiemi di elementi isolati che hanno ciascuno le sue proprietà, in sdegnoso individualismo. Significato e intenzionalità, intesi come sopra, sono solo casi particolari, in ambito biologico, dell’ubiquità delle correlazioni. C’è continuità fra il mondo dei significati della nostra vita mentale e il mondo fisico. L’uno e l’altro sono relazioni.» [p.172-3] 

«La mia conoscenza del mondo è un esempio del risultato di interazioni che generano informazioni significative. È una correlazione fra il mondo esterno e la mia memoria. Se il cielo è blu, nella mia memoria c’è l’immagine di un cielo blu. La mia memoria ha quindi le risorse per permettermi di prevedere il colore del cielo se chiudo gli occhi e li riapro subito dopo. In questi termini, ha informazione sul cielo anche in senso semantico. Sappiamo cosa significa che il cielo sia blu: lo riconosciamo riaprendo gli occhi. Questo è il senso di «informazione» usato nei postulati della meccanica quantistica […] È il doppio significato di «informazione» che dà al concetto il suo carattere ambiguo. La base che abbiamo per comprendere il mondo è la nostra informazione sul mondo, che è una correlazione, di cui ci serviamo, fra noi e il mondo». [p.174-5]

«Il punto di vista dall’esterno è un punto di vista che non c’è.128 Ogni descrizione del mondo è dal suo interno. Il mondo visto dal di fuori non esiste: esistono solo prospettive interne al mondo, parziali, che si riflettono a vicenda. Il mondo è questo reciproco riflettersi di prospettive». [p.178]

«Se pensiamo in termini di processi, eventi, in termini di proprietà relative, di un mondo di relazioni, lo iato tra fenomeni fisici e  fenomeni mentali è molto meno drammatico. Possiamo vederli entrambi come fenomeni naturali generati da complesse strutture di interazioni». [p.181]

«Ὁ κóσμος ἀλλοίωσις, ὁ βίος ὑπóληψις. Il cosmo è cambiamento, la vita è discorso, recita il frammento 115 di Democrito. Il cosmo è interazione, la vita organizza informazione relativa. Siamo un ricamo delicato e complesso della rete di relazioni di cui, al meglio che comprendiamo oggi, è costituita la realtà». [p.182]

«Come scrive il filosofo americano Erik Banks […] “Per quanto misterioso sia il problema corpo-mente per noi, dobbiamo sempre ricordarci che per la natura è un problema risolto. Tutto quello che ci resta da fare è capire come ha fatto”». [p.185]
«La scienza in fondo è solo un’estensione del modo in cui vediamo: cerchiamo discrepanze fra quanto ci aspettiamo e quanto riusciamo a raccogliere dal mondo. Abbiamo visioni del mondo e, se non funzionano, proviamo a cambiarle. L’intero sapere umano si è costruito così. La visione avviene nel cervello di ciascuno di noi, in frazioni di secondo. La crescita della conoscenza avviene molto più lentamente, nel serrato dialogo dell’intera umanità, in anni, decenni, secoli. La prima riguarda l’organizzazione individuale dell’esperienza e forma il mondo psichico; la seconda riguarda l’organizzazione sociale dell’esperienza che fonda l’ordine fisico come lo descrive la scienza. (Bogdanov: «La differenza fra gli ordini psichico e fisico si riduce alla differenza fra l’esperienza organizzata individualmente e l’esperienza organizzata socialmente»). Ma sono la stessa cosa: aggiorniamo e miglioriamo le nostre mappe mentali sulla realtà, la nostra struttura concettuale, per rendere conto delle discrepanze che abbiamo osservato fra le idee che abbiamo e quanto ci arriva dalla realtà. E quindi per decifrarla sempre meglio. Talvolta è un dettaglio, impariamo qualche fatto nuovo. Talvolta rimettere in discussione le nostre  aspettative tocca la stessa grammatica concettuale del nostro modo di pensare il mondo. Aggiorniamo la nostra immagine più profonda del mondo. Scopriamo nuove mappe per pensare la realtà, che ci mostrano il mondo un poco meglio. Questo è la teoria dei quanti». [p. 192-3]

«Certo, c’è qualcosa di sconcertante nella visione del mondo che emerge da questa teoria. Dobbiamo abbandonare qualcosa che ci  sembrava molto, molto naturale: l’idea di un mondo fatto di cose. Dobbiamo riconoscerla come un vecchio pregiudizio, un vecchio carretto che non ci serve più. Qualcosa della concretezza del mondo sembra dissolversi nell’aria, come nei colori iridescenti e violacei di un viaggio psichedelico. Ci lascia storditi come nelle parole di Prospero nell’epigrafe a questo capitolo: “E, come il tessuto senza sostanza di questa visione, le torri coronate di nubi, i palazzi meravigliosi, i templi solenni, il grande globo stesso, sì, tutto quello che conteneva, si dissolve, e come questo spettacolo inconsistente svanisce, non lascia dietro sé neppure una voluta di fumo”. È la fine della Tempesta, l’ultima opera di Shakespeare, uno dei passaggi più emozionanti della storia della letteratura. Dopo aver fatto volare il suo pubblico nell’immaginazione e averlo portato fuori da sé, Prospero/Shakespeare lo conforta: “Amico mio, mi sembri scosso. Come se tu fossi sconcertato. Allegro, signore! La nostra festa sta finendo. Questi nostri attori, come vi avevo predetto, erano spiriti e si sono sciolti nell’aria, nell’aria sottile”. Per poi dissolversi sommessamente in quel sussurro immortale: “Siamo fatti della stessa sostanza dei sogni, e la nostra breve vita è circondata da un sonno”». [p.193-4]

«La migliore descrizione della realtà che abbiamo trovato è in termini di eventi che tessono una rete di interazioni. Gli «enti» non sono che effimeri nodi di questa rete. Le loro proprietà non sono determinate che nel momento di queste interazioni e lo sono solo in  relazione ad altro: ogni cosa è solo ciò che si rispecchia in altre. Ogni visione è parziale. Non esiste un modo di vedere la realtà che non
dipenda da una prospettiva. Non c’è un punto di vista assoluto, universale. I punti di vista tuttavia comunicano, i saperi sono in dialogo fra loro e con la realtà, nel dialogo si modificano, si arricchiscono, convergono, la nostra comprensione della realtà si approfondisce.
Di questo processo non è attore un soggetto distinto dalla realtà fenomenica, né un punto di vista trascendente: ne è attore un pezzo stesso di quella realtà, a cui la selezione ha insegnato a occuparsi di correlazioni utili, informazioni che hanno significato. Il nostro discorso sulla realtà è esso stesso parte della realtà. Di relazioni è fatto il nostro io, le nostre società, la nostra vita culturale, spirituale e politica. Per questo, tutto quanto siamo stati capaci di fare nei secoli lo abbiamo fatto in una rete di scambi. Per questo la politica di collaborazione è più sensata ed efficace della politica di competizione… Per questo, credo, anche l’idea stessa di un io individuale, quell’io ribelle e solitario che mi aveva spinto alle sfrenate domande solitarie della mia adolescenza, quell’io che credeva di essere completamente indipendente e totalmente libero… per questo alla fine si riconosce come solo un’increspatura, in una rete di reti…». [p. 195-6]

«Il mondo frammentato e insostanziale della teoria dei quanti è, per il momento, l’allucinazione meglio in armonia con il mondo». [p.197]

 

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