Il giardiniere


[Il giardiniere di V. Van Gogh, 1889 – Galleria nazionale d’arte moderna e contemporanea di Roma]

30 settembre 1991.
Credo di potere dire senza alcuna paura di essere contraddetto che Johnny Mild il 30 settembre 1991 è stato il ragazzo più felice di questo mondo.
Johnny Mild sono io, oggi come allora, ma allora avevo appena compiuto 14 anni e i miei genitori, dopo sei mesi di insistenze e marcature strette da parte mia, mi hanno accontentato. Finalmente! Da settimane speravo di ritrovarmi a montare questo splendido bolide. Del rosso fuoco che mi attraversava i sogni, e i pomelli del manubrio così morbidi e saldi al tempo stesso, e i pedali che agganci ai piedi per sentirti tutt’uno. Finalmente!
Questa sì che è una bici, non come quella di Mick. L’altra volta, saltando da un marciapiede all’altro ha quasi spezzato il mozzo e ha rischiato di spezzarsi qualche osso, tanto che la sua simpatica e sbraitante madre gli ha imposto di farsela a piedi per qualche settimana.
Questa invece… Che meraviglia. Ieri notte non ho chiuso occhio, mi sentivo agitato, caldo, sudavo. Mamma ha detto che era giusto misurare la temperatura, anche se è ancora bella stagione, anche se molte altre cose che ho fatto finta di non ascoltare Perché a me ha dato sempre fastidio mettermi quel cosetto freddo sulla pelle. Alla fine, ho ceduto. Segnava 38.2. A dire la verità, la testa mi pulsava. Come quando, dopo la solita corsa a perdifiato con Marc, finiamo per azzuffarci per stabilire chi è arrivato per primo. Quasi sempre sono io a vincere, anche se in certe occasioni devo confessare apertamente che ho perso, e anche male. Di qualche metro.
Sono state le occasioni, però, in cui mi sono distratto sul tragitto.
Mi ricordo bene della volta in cui passarono Maggie e Susan. Ed io quando incontro Susan non ci capisco più niente. Marc ne ha approfittato. Marc sa tutto di me. Non appena ha visto con la coda dell’occhio buono le gambe affusolate di Susan ha spinto ancora di più sulle sue, così sgraziate quando corre, però, devo confessarlo, davvero forti e resistenti.
Marc è mio fratello. Ha un occhio buono e triste, l’altro spento e imperscrutabile, che poi è una delle tante parole che Marc m’insegna e che provo a ricordare. Marc ha due anni in più e un padre in meno rispetto al mio. Vive con Sondra, che è la madre, una bellissima madre, la più bella di tutte le madri che io abbia conosciuto fino adesso.
Io e Marc siamo fratelli da sempre, per quello che riesco a ricordare.
Cioè, io un fratello non ce l’ho. Ho una sorella, Julie, ma non mi va di parlarne. Così distante, lei con i suoi diciotto anni appena compiuti pare essere una donna vissuta, e quando provo a parlarle, magari a chiedere qualcosa, cercando di essere gentile, come vogliono mamma e papà, lei se ne esce sempre con qualche battuta acida.
Julie è abbastanza acida, Almeno così mi sembra, e poi ho sentito dirlo anche alle sue amiche. Non mi avevano visto. L’aspettavano in fondo alla strada. Io ero là, con mio fratello Marc, alle loro spalle. E loro sorridevano squittendo come topolini. L’ha detto Marc. Di ritorno a casa ho cercato quella parola, squittire, che non avevo mai sentito, e devo dire che Marc, come spesso accade, aveva proprio ragione.
Le vocine delle amiche di mia sorella erano proprio come quelle dei topi. Comunque con quel loro modo di parlare e ridere insieme e sputacchiare dicevano in poche parole che mia sorella è proprio una tipa strana, spesso acida, forse perchè non l’ha ancora preso, dicevano.
E Marc mi guardava sorridendo, con quel tipo di sorriso che mi fa andare in bestia.
«Che hai da ridere a quel modo», gli dico.
«Nulla, mi fanno ridere quelle ragazze là», mi fa lui.
«No, Marc ti conosco molto bene, io lo so che quel modo di ridere nasconde altro, tu ridi di me, l’ho capito, per quella cosa che hanno detto loro, anche se non l’ho capita, ma capisco te.»
«Ma no, che stai a pensare Johnny…»
«Che vuol dire? Cosa volevano dire quelle con “non l’ha ancora preso?”»
«Magari un’altra volta Johnny, un’altra volta. Facciamoci una corsa e non pensarci più.»
Non pensarci più è una delle frasi che Marc ripete più spesso, e il suo modo di tagliare la corda, di chiudere i pensieri, di spegnere il dolore. Anche questa frase è tipica del modo di essere di Marc.
Anche per lui si spendono parole e sinonimi di stranezza. A scuola lo scansano in molti, ma non si accorgono che è lui a scansarli, a non amare le solite cose che accomunano quelli della sua età.
Altri lo so bene, dicono di peggio. Ed io ho sempre provato a nasconderlo a Marc, una delle poche cose che nascondo a mio fratello. Dicono che attorno a lui, alla sua famiglia, aleggi la disgrazia, così chi gli sta vicino rischia, perfino la vita.
E tutto questo, tutta questa ignoranza, come dice mamma, per via dell’incidente, l’incidente che ha coinvolto la famiglia di Marc. Non aveva che sei anni o giù di lì allora.
Finirono sotto un tir. L’autista, che s’è scoperto esser sbronzo fino all’alluce, era intento a fare non so che, senza curarsi della traiettoria presa dal suo bestione. E quella traiettoria, arbitrariamente, decise di tagliare la strada ai Fletcher nella loro piccola utilitaria. Presa in pieno e sbalzata oltre, decine e decine di metri dalla carreggiata principale. Dopo una serie infinita di rimbalzi tra l’asfalto e il cielo, la carcassa di quell’Opel fiammante finì per fermarsi a pochi passi dal dirupo. La gente racconta che le ruote davanti continuavano a girare vorticosamente, come fossero ancora in corsa. Qualcuno timidamente provò ad avvicinarsi. Chiamarono ambulanza e pompieri. Alla fine, dopo un bel po’ che armeggiavano, riuscirono a tirarli fuori.
Padre, madre e figlio.
Alcuni parlarono di miracolo, altri di pura fortuna, altri di sorte.
Fredrich Fletcher morì sul colpo. Lo tirarono fuori a pezzi, e non metaforicamente. S’era spezzato in più parti, collo, gambe e tronco. La madre miracolosamente illesa, solamente una commozione cerebrale. Dissero che stava dietro e per questo si salvò, mentre il piccolo Marc, che voleva sempre mettersi accanto al padre, finì in coma, perse un occhio, ma alla fine si riprese. Anche se molti, non credono perfettamente del tutto.
Marc ha le sue idee e i suoi pensieri, cosa che spesso non posso dire dei suoi coetanei. Ho un’ammirazione profonda per Marc, lo confesso, e posso dire di non essere mai stato deluso da mio fratello. D’averlo avuto sempre al fianco nelle corse senza pensieri e nei momenti più difficili, come quando nonna Beth ha pensato bene d’attraversare il ponte poco fuori la città e lasciarsi andare lungo il fiume. Perché era stanca, ha lasciato detto, come se tutti quelli che sono stanchi abbiano il diritto d’andarsene, di lasciarsi andare, sotto un fiume o una strada e lasciare soli figli e nipoti.
Ho amato nonna Beth così tanto da odiarla nel profondo per quello che ha fatto.
Eppure Marc m’ha aiutato, a superarla, a non pensarci più, o meglio, a pensarci, per come volevo e voglio ancora ricordarla, per quello che la mia memoria, la mente d’un ragazzino di dieci anni, riuscirà ancora a portarsi appresso di quella donna così dinamica, e deliziosa e sorridente che poi ad un certo punto della sua vita, ha sentito d’essere stanca.
Stanca da sempre, per esempio, ricordo la vecchia Wini, la nostra vicina di casa. Stanca nell’andare avanti e indietro per il giardino, lungo la strada e al market dove capitava d’incontrarla a far la spesa.
Stamattina mamma, dopo colazione e prima di condurmi in garage per scartare il mio splendido regalo, m’ha detto che la vecchia Wini ci ha lasciato, in silenzio, durante la notte, così come in fondo posso dire che abbia vissuto, almeno per quel che ne so.
Certo che fine farà il figlio adesso? Quel tipo bizzarro, così fuori di melone da lasciare sempre tutti spiazzati.
Eppure quel tipo, Roger, a Marc piace davvero tanto.
Non so se proprio gli piaccia o gli faccia simpatia, è certo che spesso mi chiede di accompagnarlo a vedere cosa fa. E cosa potrebbe fare quel matto di Roger, starsene nel suo giardino, con la solita divisa a rimestare terra e vasi, a passare di fiore in fiore come un’ape – questa è la solita frase di Marc.
Certe volte invece di andare al parco e tirare quattro calci, Marc mi dice, dai andiamo dal giardiniere. E già so cosa vuol dire. Passiamo dal market – dove siamo certi di trovare Cathy – prendiamo le solite due birre e poi risaliamo verso la casa di Wini e Roger.
Qualche volta ci fermiamo alcuni minuti a chiacchierare con Cathy, quando non c’è molta gente in negozio. Cathy è una in gamba. Al mattino studia, prepara alcune materie da casa per l’università mentre il pomeriggio dà una mano alla madre in negozio. I suoi occhi sono sempre sorridenti e luminosi, t’invogliano a salutarla a scambiarci qualche parola poi la voce t’inchioda a restarci tutta la vita insieme. Così leggera e dolce e suadente, affascinante. Lo dice Marc ma lo penso anche io e poi ha due tette che sembrano non finire più. Sfidano le più ardue leggi di gravità. Anche questa è di Marc, perché lui è proprio così, ricama parole e frasi quando sarebbe più semplice dirne un paio di parole, come che ne so… Che tette da sballo o roba così. Invece Marc deve rendere tutto più poetico e meno banale.
Strano, ma mi piace anche per questo. Come mi piacciono le chiacchierate infinite sulle cose del mondo, su quelle cose del mondo che proviamo a capire o che ancora ci sfuggono e cerchiamo di inseguire, per non rimanere indietro.
Come indietro lasciamo quelli che sghignazzano alle nostre spalle o provano a darci qualche calcetto vigliacco cercando di farci finire a terra davanti alle ragazze nello spiazzo della scuola.
Gli va sempre male a quelli. Che poi sono sempre i soliti tre. Gli Idioti, così li abbiamo battezzati, così stupidi nei loro riflessi mentali da essere lenti anche nei gesti. Io e Marc in ginnastica siamo i migliori di tutta la scuola e gli Idioti lo sono così fino al midollo da non averlo ancora capito. Metabolizzato.
Continuano ancora a provarci. Come il toro dalla vista annebbiata e le anche ferite che imperterrito punta il toreador senza nemmeno riuscire a sfiorarlo.
Dicevo di Cathy, della sua dolcezza, dei suoi capelli rossi sempre arruffati e di quelle tette generose.
Andiamo per prendere le nostre birre, certe volte ci facciamo incartare un panino da dividere e a passo lento ci indirizziamo verso la casa di Roger. Sappiamo sempre di trovarlo in giardino quando la giornata permette.
Quel tipo, Roger dico, sembra avere da sempre la stessa divisa. Che poi divisa non è. Ma un abbinamento di vestiti sempre uguale. Una camicia bianca, logora, strappata qua e là, spesso con chiazze di terra nei punti più disparati. Pantaloni di flanella, anche durante la bella stagione, che ci chiediamo come faccia a sopportare e un berretto infilato fin sotto le orecchie.
Eppure sorprende Roger. Nonostante la mole – in molti lo ritengono obeso – riesce a piegarsi con estrema eleganza. E lo fa di continuo. Cura ossessivamente le sue creature e con queste parla.
Lo abbiamo ascoltato più volte, sempre nascosti dietro la siepe ad est del suo giardino. Certe volte sembra cantargli qualche nenia, cullante nel tono, tanto da prenderci, anche. Me e Marc, dico. Veniamo fuori con una sensazione di serenità mista a tristezza. Melancolia, mi dice Marc.
Sì, spesso me ne torno a casa melancolico per quel che ho visto fare e dire a Roger. Un uomo buono, perchè non potrebbe essere altrimenti per uno che si dedica di continuo al suo giardino senza pretendere nulla in cambio, solamente la salute delle sue creature. Sondra dice che è amore. Il vero amore. Sondra fa delle ciambelle che sfiorano la perfezione divina. Ed io e Marc ce ne stiamo a strimpellare le nostre chitarrine assaporando quel delizioso profumo in attesa che il te sia pronto.
I nostri pomeriggi uggiosi trascorrono così, spesso a casa di Marc, con Sondra che ci allieta con qualche canzone dei suoi tempi mentre noi proviamo a starle dietro con gli accordi. Però da poco siamo riusciti ad impararne un paio e le canzoni alla fine sembrano per essere tutte uguali. Tranne quando canta Sondra, che con la sua voce rende tutto migliore.
Quando ci parla d’amore, di quell’amore, dell’amore che il vecchio Roger dedica alle sue creature, so che posso identificarmi nell’amore che provo per lei, per Sondra. E so di poter dire che sia l’amore di cui lei parla, quello che non ha nulla da pretendere. Se devo chiedere qualcosa, che so un bacio o un gelato, o una sera trascorsa in panchina a parlare, so di doverlo chiedere – almeno quando ne avrò il coraggio – a Susan. Tutto quello che invece viene da Sondra lo prendo senza pretendere altro.
Puro amore, come dicono i due Fletcher.
Amore puro che il vecchio Roger destina alle sue creature. Piante e fiori, e qualche siepe.
Oltre una di queste ci appollaiamo spesso io e Marc, come due guardoni dico, ma Marc s’incazza, rispondendo che non è la stessa cosa. Dice che osservandolo impariamo, abbiamo da imparare. Eleganza e bellezza, questo mi dice Marc.
Certe volte non nascondo che mi annoio e anche parecchio.
Ci sono pomeriggi, pomeriggi interi, in cui Roger se ne sta piegato davanti al mucchietto di terra sollevato leggermente con le mani. Se ne sta lì e lo accarezza per un tempo infinito. E dopo aver ricavato un piccolo vulcano t’aspetti che pianti un seme o roba del genere. Invece, lui se ne rimane lì, a fissarlo, muovendo impercettibilmente le labbra. Sussurrando qualcosa, una nenia forse come dice Marc.
Qualche volta si siede e contempla il cielo. E noi, come due idioti, ad inseguire la traiettoria del suo sguardo, cercando di incrociare la stella giusta, anche se è giorno, anche se di stelle non c’è alcun segno, eppure ricerchiamo, proviamo a farlo, proviamo ad intercettare i suoi pensieri. Così dice Marc, ma anch’io e spesso mi lascio andare a quella folle ricerca. Folle e silenziosa.
Marc dice che quell’uomo ha scoperto una dimensione che non è così facile da mantenere per noi altri. La dimensione della quiete, del silenzio.
Quell’uomo si circonda di rumori blandi, di suoni che devi far molta attenzione a catturare, basta una piccola distrazione e volano via, come le api, e tu rimani lì, come un fesso che ha perduto la sua grande occasione.
A dire il vero mi sono visto molte più volte come un fesso che scruta i movimenti impercettibili di un vecchio stravagante che come un poeta che prova ad intercettare l’ispirazione. Ma sarò certamente io incapace di entrare in quella dimensione, sarò incapace io di essere come il vecchio Roger e mio fratello Marc.
Certe volte mamma mi rimprovera, di essere ancora troppo immaturo, di inseguire un modello, Marc, che non sono riuscito a capire quanto invece sia distante dalla mia reale natura. Mamma dice che rimarrò deluso quando mi renderò conto della distanza che separa la mia natura, il mio carattere, da quello di Marc.
Certe volte vorrei zittirla, quando con voce così sicura si mette lì a sputar sentenze sul mondo e sulle persone, quando mi mette in mezzo convinta di conoscermi, di saper tutto, mentre non sa un bel niente. Mia madre non riesce ad accettare il fatto di non conoscere suo figlio. Forse mia sorella, forse di lei può capir qualcosa, sono entrambe femmine, hanno molte cose in comune, forse, perchè a guardarci chiaro c’è un abisso tra mia sorella e mia madre, però forse anche mamma, all’età di mia sorella, pensava alla stessa maniera e faceva le stesse cose.
Marc mi dice che suo padre alla sua età era identico a lui, o meglio, come corregge sorridendo Sondra, che Marc adesso somiglia tantissimo al padre, quando il signor Fletcher aveva la sua età. Sondra dice che il marito amava la musica e la poesia e, spesso, se ne restava a farfugliare con la testa per aria.
Sondra sorride quando ricorda alcuni episodi del marito, con una dolcezza e una malinconia che verrebbe voglia di stringerla, di abbracciarla e dire “non avere più paura, ci sono qua io con te”.
Purtroppo non posso, provo a farlo nella mia mente, e un calore m’assale, m’avvolge e non capisco più niente. Certe volte sento di essere più vicino al vecchio Roger di quanto possa immaginare. Però lui, a dirla come Marc, ha trovato la sua dimensione, la sua quiete. Nel piccolo giardino di casa, con tutti i riferimenti necessari a farne un uomo sicuro là dentro. Ma fuori? Ecco, fuori cosa farebbe Roger? Come si sentirebbe?
E come mi sento io qui? Qui fuori? Adesso, a qualche passo da Sondra e Marc.
Quali sono i miei riferimenti? Loro forse?
E mi ritornano alla mente le parole di mia madre.
Mentre il dubbio m’assale.
Così ritorno sui miei passi e risalgo lungo il promontorio. Niente di eccezionale, divertente per chi lo percorre a folle velocità sullo skate in direzione opposta. Opposta a quella che sto percorrendo. Ritorno a casa di Roger, da solo per capire se è davvero quello che voglio. Se è lì la mia dimensione, nella contemplazione del suo sguardo così assente e lontano dalle cose del mondo.
Da solo, per comprendere cosa stia a fare, a farneticare quel vecchio.
Mi avvicino sempre più. Gli sono alle spalle, a pochi passi che se avessi intenzione di fargli del male non avrebbe tempo e modo di sfuggirmi. Ma non ho intenzione di nuocergli. Non l’ho mai avuta nei confronti di nessuno, come Marc. Come poso intercettare il suo pensiero e la luce dei suoi occhi, così flebile, cosa osserva del mondo, del suo mondo?
Mi sporgo, oltre la siepe, che mi prende, mi avvinghia fino a cedere. Finisco dentro il giardino, ai piedi di Roger.
Il panico mi congela le gambe, mentre Roger impassibile come sempre mi guarda, senza neppure vedermi.
Poi, accenna un sorriso – o sono io a vedergli qualcosa del genere sulle labbra – mi pare che in qualche modo accenni una forma di saluto con la mano destra, quella che indossa il guanto trattenendo l’immancabile paletta.
Non so cosa fare, bloccato in quella postura così ridicola. Se mi vedessero gli Idioti, sai che ridere e raccontarne a tutta la scuola. E Susan, e se fosse qui Sonda, cosa penserebbe di me?
Roger s’alza. Penso voglia venirmi addosso, con la sua mole farebbe di me un sol boccone.
Invece, si incammina verso casa, come se nulla fosse accaduto.
Nemmeno un minuto che esce la madre, Wini, ferma sulla soglia a battersi il mattarello sulla coscia. Una scossa lungo le gambe m’incita ad alzarmi. Sto per andare via, quando Wini mi sorride, stavolta è certo ne percepisco perfino il suono.
«Ehi, tu! Ragazzino!»
Le mie gambe ritornano nuovamente immobili sul passo.
«Cosa fai lì, come un idiota? Entra su, ho appena sfornato una torta, credo non sia da buttare, vieni ad assaggiarne un po’»
Con gli occhi bassi di un criminale segui senza molta convinzione l’invito.
Wini mi fa accomodare nella loro cucina. C’è un profumo inebriante.
Wini si muove con lentezza, ha qualche problema all’anca mi dice. Apparecchia solamente per me, e scrutando i miei occhi alla ricerca d’altro, mi dice che Roger non ama i dolci, s’è ritirato in camera sua.
Resto a gustare la torta che mi si appiccica tutta sul palato. Provo a farla fuori nel più breve tempo possibile, rischio di soffocare. Ma è quell’ambiente che mi dà i brividi e mi annaspa.
Saluto, credo di farlo cortesemente, come ringrazio, e fuori inizio a correre senza un reale motivo verso casa.

9 luglio 2006
Mamma aveva ragione, devo concederglielo. Quando diceva che alla fine mi sarei accorto della distanza tra me e Marc m’infastidivo, mi rendeva nervoso quel suo volersi intromettere nella mia vita, nel rapporto tra me e Marc, nella nostra fratellanza. Non so se fosse riuscita a vederci lungo, perché ho sempre avuto l’idea, confermata dalle molte azioni, che mia madre non fosse proprio un’aquila nel comprendere le cose del mondo, ma in questo c’ha indovinato. Forse è la parola giusta: indovinare. Tra le cose dette alla fine una e una soltanto s’è verificata. Così come accade per gli oroscopi. Ne scrivono di tutte che alla fine, per la grande legge dei numeri, qualcuna l’azzeccano. Ed è lì, nella capacità percentuale di incrociare al momento giusto la predizione di un evento del tutto casuale, come un incontro o un appuntamento di lavoro andato a buon fine, che si giocano la loro sopravvivenza.
Grazie alla creduloneria di chi li segue e insegue.
La superstizione è connaturata all’uomo, è insita nell’animo umano, in quell’animo che demanda i propri fallimenti, le sorti del suo essere a qualcosa fuori da sé, che sia un dio o la concatenazione di più eventi.
La superstizione è figlia di una latente vigliaccheria.
Sì, l’ha detto Marc anni fa ma ho iniziato a pensarlo, a crederlo, a farlo mio. Ho provato a far miei anche molti dei suoi pensieri, dei suoi interessi, ma alla fine è giunto il momento in cui necessariamente avrei dovuto dare una svolta alla mia vita, cercarmi la strada, la mia, senza che nessuno, neppure Marc, stesse lì a guidare i miei passi.
È stata la sua lezione, il suo più grande gesto d’amore nei miei confronti. L’avermi spronato a farmi strada, ad aprirmi un varco nella vita, per quel che mi è possibile fare, per quel che devo e voglio fare.
Il suo ricercare poetico ha attecchito in me nel momento in cui ho preso alcune decisioni, ho fatto delle scelte sbagliate o no non importa, ma personalmente mie, individualmente mie. Scelte di cui mi sono assunto allora responsabilità e conseguenze. Scelte che hanno disegnato la mia vita nel ritratto che posso fare adesso di me.
E lo devo a Marc, così come molte cose che ho annotato nel corso di questi anni, non molti, ma carichi di intensità e viaggi e dolore.
Perché il viaggio è un cammino di dolore che ci spinge ad andare oltre, ad allontanarci da esso per poterne comprendere la reale natura.
Rileggo alcuni stralci di un diario che in maniera poco convinta avevo iniziato a tracciare sotto la spinta di mio fratello. Annotavo ogni cosa, molte delle sue espressioni, che ho ripetuto nel corso della mia vita, quasi fossi un attore in scena, con un copione da recitare. Eppure non c’è mai stata voglia di simulare, né d’esser diverso da me. Le affermazioni a cui mi sono più legato, quelle che ho ripetuto, certe frasi che hanno sciolto il ghiaccio che separava me dalla ragazza appena conosciuta e che mi faceva andare in fiamme, l’ho prese in prestito da mio fratello, ma facendole mie. Metabolizzate.
La sua grande lezione. Eleganza e bellezza.
Ho provato ad inseguirle, ho provato a vestirmi a quella maniera.
Senza ricercare marche alla moda, ma abiti che si armonizzassero con il mio modo d’essere, abiti così come sono le parole, che ci vestono, ci mostrano e talvolta ci nascondono al mondo dalle nostre fragilità.
Forse no, forse a pensarci bene, anche in questo caso mia madre s’è sbagliata, confermando la sua indole incapace di scorgere la verità delle cose.
Non siamo così distanti io e Marc, la vita non ci ha allontanato, la sua poesia non è rimasta arida sotto la mia pelle se ancora adesso, a distanza di tempo, raccolgo le sue frasi, le ricordo, le ho fatte profondamente mie da non riconoscergli più il diritto d’autore.
E proprio oggi, in un impasto di lacrime e dolore, sorriso e memoria, mi giunge la notizia del vecchio Roger. Il giardiniere. Ci ha lasciato.
Per la verità è morto un paio di giorni fa, ma alla televisione e nei giornali ne hanno dato notizia solamente questa mattina.
Sì, chi l’avrebbe mai detto, giornali e televisioni per un semplice giardiniere, per giunta bizzarro e fuori di testa per come veniva disegnato dai vicini del quartiere.
Il nostro giardiniere, quell’uomo che più o meno segretamente inseguivamo nei suoi pindarici voli di sguardi alla ricerca di dio sa solo che, quell’uomo che legava così strette le nostre giornate, i pomeriggi, alla dolcezza di Cathy e alle sue forme.
Qualche anno dopo, in una delle poche lettere che ci scambiammo con Marc, mio fratello mi confessò che sì, il vecchio Roger era un tipo interessante da osservare e studiare per le sue ricerche poetiche, ma lo considerava la scusa per trascinarmi da Cathy, al suo negozio.
Marc, così sicuro delle cose del mondo ai miei occhi, era incapace di ritrovarsi davanti a quella meraviglia di ragazza da solo.
Marc, mi confessò d’essersi innamorato, perdutamente innamorato. Che a leggerlo tra quelle righe m’era impossibile comprendere se fosse una delle sue solite esagerazioni o davvero provasse o avesse provato un sentimento così devastante nei confronti di quella ragazza.
Fatto sta che abbiamo conosciuto in qualche modo il vecchio Roger grazie all’amore inconfessato di Marc.
Roger, il giardiniere, figlio di Winifred. Così vicini eppure così distanti. Noi così ragazzini e lui così adulto, aveva attraversato la vita come il bagliore di una cometa, interstellare, vicina agli occhi di chi ha potuto scorgere i suoi, tanto da lasciare negli sguardi un bagliore mai sopito.
Leggo adesso e non ci credo, ascolto la voce dei cronisti contriti, le interviste i ricordi, le memorie riguardanti il vecchio Roger, il nostro giardiniere.
A quanto pare nacque Roger Barrett, visse come Syd, e ritorno a morire così com’era nato.
Ma di nessuno ancora, ho visto e sentito dire che sia stato a guardare il suo giardino.
Nessuno tranne io e Marc.

26 febbraio 2020 – 2 marzo 2020


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.