Il soffio di un poeta


Ci sono coincidenze, o accadimenti che chiamiamo tali. Fatti che rotolano come pietre impazzite nelle nostre vite, e avvenimenti che ti portano ad essere lì. Accade che in una serata d’estate, piazza castello si riempia delle note Jazz di Enrico Rava. E poco importa se la maggior parte del pubblico non ha mai ascoltato alcunché, di Rava, dico. E poco importa che molti spettatori esclamino (ovviamente con notevoli capacità critiche che non starò a sindacare) che forse sarebbe meglio variare tema, melodia, ritmo, genere. Ecco forse sarebbe meglio cambiare musica, perché il jazz, si sa, dopo un po’ “abbutta!”. Poco importa, di molte cose, perché una voce gira tra i vicoli del centro storico. E quando le voci girano, gira che ti rigira forse dicono il vero. E quella voce dice che Lucio Dalla è “‘o paisi”. Ecco, “‘o paisi”. Ma io non ci credo, sarà un sosia, le solite storielle castelbuonesi, magari un tizio basso, goffo e peloso che “passia a chiazza” e qualcuno subito, un buontempone di certo, a indicarlo “talia, Lucio Dalla c’è!”. Ecco. Magari il desiderio di volerne sentire la voce oltre le fredde scale di una musica difficile da capire, pesante da ascoltare a lungo. Eppure quel signore basso, e goffo, dal passo sgraziato, che distrattamente guarderemmo per la strada, è lì, passeggia. A Castelbuono, in estate. Nella stagione in cui belle signore giungono ad abbigliare le nostre colline, o le bellezze nostrane iniziano a far mostra di sé sperando di afferrare un buon partito, ecco quel tipo stralunato dal volto particolare si avvicina alla piazza musicale. Soggiornava a Tusa, e da questo a quello, come in una artistica catena di sant’Antonio lo tirano per la maglietta, l’allungano, come accade nei fumetti, e lo portano lì. Ma lui, come tutti gli artisti, quelli che non hanno bisogno di prefissi né telefonici né qualitativi tipo “geniale, grandissimo”, e roba del genere, ecco lui, quel tipo goffo e sgraziato, si schermisce e non vuole cantare, assolutamente no. Ma almeno una canzone, una soltanto, racconta la leggenda. Niente da fare. E il clarinetto, almeno quello, gli chiedono. Ma non cammino mica col clarinetto, sono in vacanza… Ecco la leggenda narra di rincorse a cercare un clarinetto per il paese, “il mio regno per un clarino”, forse si sarà urlato, forse. E finalmente sul palco, oltre l’arcobaleno, oltre, in una notte stellata castelbuonese che ha il miracolo di un dolce ricordo, per chi l’ha vissuto. E immagino, nella leggenda di questa modesta storia, il ragazzo o la ragazza che ha affidato lo strumento di ogni giorno, di fatica, sulle scale difficili da suonare, ripetere e così facile da dimenticare, ecco, immagino il valore emotivo di quello strumento, in cui per alcuni istanti ha soffiato l’anima di un poeta.

 

(dal periodico locale castelbuonese “Suprauponti”, Dicembre 2012)

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