L’ingombro


Nenè provava fastidio. Una sensazione strisciante, di quelle che permea ogni fibra del corpo e disturba la giornata ma non sai dire. L’aveva avvertito, quel fastidio, fin dal primo mattino.
Fermo a scrutarsi davanti al solito specchio, antico retaggio familiare dall’improbabile forma, che restituiva agli occhi uno sguardo sognante. Si faceva la barba e avvertiva un fastidio, sordo.
Si faceva la barba Nenè. Anche se non ce n’era di bisogno – aveva una crescita lentissima – doveva radersi, fino a graffiarsi talvolta, ma non usciva di casa senza farlo.
Aveva compiuto il rito, con quel fastidio dentro, da imprecarci su fino a fargli sputare un nome, ma non c’era verso di saperne di più.
Si muoveva fiacco entro l’arco dei pochi passi che il vecchio bilocale preso in affitto anni addietro gli permetteva di fare.
Talvolta ritornava indietro, conscio d’aver qualcosa da prendere o posare, ma osservandosi a fondo le mani, quasi fosse un dermatologo, non si ritrovava nulla.
E così andava.
Certe volte spingeva sulle punte, sollevando lo sguardo oltre la chioma dell’aranceto che nascondeva in parte la via sottostante. Rimaneva in una bizzarra posa, da ballerino sciancato, a schivare le fronde, per cercar di capire meglio, di vederci più chiaro. Era in guardia, come in attesa che qualcuno dovesse apparire dall’angolo, diretto verso il portoncino di casa, ma la gente, o meglio quello che della gente riusciva ad intravedere, tirava dritto, senza neppure prendersi la briga d’alzare lo sguardo oltre l’orizzonte del proprio cammino.
Poco male, avrebbe incontrato una fronte perlata e due occhi quasi fuori dalle orbite tesi per mettere a fuoco il panorama circostante.
Rilassava i tendini, e scivolava sulla terra, scalzo sul pavimento fresco. Nuovamente in equilibrio.
Nenè provava fastidio.
C’era un ingombro, un ingombro che non avrebbe saputo dire. Lo scorgeva presente tra un pensiero e l’altro, tra una voce e l’altra, gli pulsava tra le tempie degli impegni di quel mattino e lo seguiva lungo il filo del cammino che la casa pareva segnargli sulle cementine erose dall’incedere solitario.
Finì per vestirsi alla meglio, senza badare a cosa indossare.
Prese gli abiti lasciati qualche sera prima sulla spalliera della sedia del bagno, stropicciati, umidi. Se n’erano rimasti silenziosi per un po’, fino ad assumere l’aspetto di chi ti scruta e sa bene quale sia quell’ingombro che ti porti dentro.
Ma non parlano.
L’indossò, sbagliando più volte ad inserire la cintura nel passante di schiena, fino a lasciarsi andare esausto sul letto disfatto. Imprecò, ad alta voce, che qualcuno lo sentisse. Ma qualcuno non c’era nel raggio di un centinaio di metri. Nessuno avrebbe potuto notare quella curiosa imprecazione priva di senso.
Riuscì ad indossare le scarpe, inciampando sulle ciabatte lasciate alla rinfusa, ma non cadde.
E ne sorrise, amaramente.
Era in ritardo, pensava d’esserlo, in molte occasioni, anche se non era ricercato da nessuno.
Il lavoro, quella specie di lavoro che lo teneva a galla ancora non si caratterizzava per la richiesta d’efficienza e puntualità. Caratteri, del resto, che Nenè non avrebbe mai potuto garantire per indole.
Si guardò un’ultima volta allo specchio, dubbioso. Il volto stanco, sebbene quella notte avesse riposato discretamente come poche volte gli accadeva. C’era un ingombro sul suo viso, l’inarcatura delle sopracciglia creava uno scompenso sulla fronte regolare che tanto riusciva ad attrarre, eppure un buco in pieno volto lo avvertiva anche lo specchio.
Ma non parlava.
Alla fine assecondò il bislacco pensiero di una settimana prima e dopo avere indossato l’amata giacca senape cui s’accompagnava anche quando il tempo non ne richiedeva l’utilizzo, finì per aprire il cassetto del comò. Rovistò com’era bravo a fare in quelle occasioni. Prese il vecchio contenitore di legno, regalia del padre, uno dei pochi oggetti che era riuscito a strappare all’oblio di luoghi mai più frequentati del suo passato. L’aprì, osservò il lampo brillante e se lo ficcò in tasca.
Uscì mentre il bus delle 12 tronfiamente gli tagliava la strada, scodinzolando da un asse all’altro, sempre più in bilico sul selciato sconnesso.
Tossì in maniera nervosa, a scacciare l’aria sporca smossa dal mezzo fumante.
L’ingombro sui suoi passi.
Era lì. Lì, tra la mano destra e l’anca, tra le asole di un respiro affannato che s’allargavano e restringevano a cadenza scostante inseguendo il petto ansante. Stava lì, quell’ingombro, tra l’incedere dubbioso di passi gettati sull’asfalto, alla rinfusa, come cicche da abbandonare.
Eppure andava. Continuava.
Fino a fermarsi. Scuotendo il capo infastidito, voltandosi, cercando lungo la scia del cammino una traccia per cui valesse la pena ritornare, o magari continuare.
Nenè era agitato.
Tirò su il borsello, a rovistare, dentro la tasca esterna, la solita. Quella in cui finiva per metterci tutto, insieme. Quella per cui finiva a maledirsi per ogni volta che cercava le chiavi dell’auto, o di casa, o le monetine per pagare il casello, o come in questo caso le sigarette.
Le sigarette, sì.
Le aveva, le teneva dentro, nel fondo. Anche se spesso diceva di non fumare. Eppure fumava, e per questo le cercava.
Rovistando.
Rovistava, com’era solito, da una vita.
Dapprima aveva iniziato a farlo lungo le pieghe della pelle lucida e diafana di zia Adelaide, la giovane sorella del padre, che aveva fin da adolescente acceso fantasie ed energie notturne.
Ragazzona dal sorriso gentile Adelaide e un seno che non riusciva a nascondere sotto le falde delle sue vestaglie, che seppur abbondanti nulla potevano contro la foga di quella giovinezza che veniva fuori all’improvviso in maniera esplosiva.
Era così che andavano le cose, esplodevano, dentro e fuori, come imparò per caso, senza neppure volerlo, un pomeriggio d’estate.
Il sole in guardia, ringhiante, avvisava di non provare neppure a mettere il naso oltre la porta scricchiolante d’assi e ferro. Quel pomeriggio in cui s’annaspava col naso all’insù alla disperata ricerca di un refolo d’aria, nella campagna amata di scorribande e smarrimenti, finì per ritrovarsi a fare il riposino accanto alla tenera Adelaide che, scostandosi di lato per sorridere meglio nel sonno, finì col porgergli l’infinito seno sinistro sulle gote, frementi, incapaci di alcunché, mentre il sangue affluiva e la vita esplodeva.
Fu in quell’occasione che capì quanto rovistare non sia poi così malvagio. Poi venne la vita a mostrargli le pieghe profonde, meno candide e morbide di quelle di Adelaide, più torbide e pericolose.
Così iniziò a rovistarsi dentro. E da lì nacque una serie di problemi, che accavallatasi, giorno dopo giorno, aveva avuto il piacere di completare la sua vita.
Era solito dire e dirsi: “l’esistenza è la somma delle nostre scelte, spesso dei nostri errori”.
E di errori, a suo modo, ne aveva commessi fin troppi.
Da quando rifiutò il romantico amore della figlia dei vicini di casa della nonna. Una ragazzetta niente male, che portava in dote la bellezza di una capigliatura infinita, così come la proprietà dei genitori, che si estendeva fin oltre la valle, a perdersi nella vertigine di uno sguardo.
Continuò balzando come un felino tra una scuola e l’altra, alla ricerca della sua giusta dimensione, una collocazione che avrebbe dovuto tenerlo ben saldo alla vita. Ma quel chiodo non arrivò mai, non giunse la radice ad ancorarlo per terra. Rimase sospeso, a pochi centimetri dal suolo.
Rovistando.
Fu in uno dei suoi celebri balzi scolastici che conobbe Saveria, e se ne innamorò nel profondo, da farci pure un figlio.
Qualcuno disse, era ora, aveva trovato l’approdo al suo vagare, qualcuno sorrise, beffardo, altri nel paesino pensarono che era l’occasione giusta per mettere testa a partito, altri ancora, più consapevoli, finirono per compatire la piccola Saveria e il piccolissimo Nino.
Non durò che qualche stagione, sette per l’esattezza. Neppure due anni, che Nino ebbe la bella pensata d’affacciarsi in punta di piedi sul bordo del pozzo lasciato scoperto dalla pesante lastra di ferro da nonno Lino. E si trattenne così bene Nino, oltre il limite delle sue paffute gambette, da precipitarci dentro quell’oblio, dal quale fu tirato fuori dopo un giorno pieno di disperate ricerche.
Ma già allora lui non c’era. Partito qualche sera prima per l’allettante proposta d’un lavoro facile, facile da fare, da perdersi e da rimetterci.
Ritornò troppo tardi, anche se la valle ripeteva ancora l’eco del dolore di un intero paese distratto che aveva perduto un pargoletto.
Eppure, Nino, quel figlio, era il suo, non d’altri. Suo e di Saveria, e mentre tutti, gli altri, piangevano, imprecavano e si lamentavano, Nené se ne restava seduto, a dondolarsi sulla sedia.
Non l’aveva previsto, come molte delle cose accadute nella sua vita, Nené non aveva previsto tutto quel dolore né che potesse avvertirlo così vivamente. Ogni istante, presente e pressante, come un ago che non lascia scampo e continua a strisciare a fondo, lungo tutta la superficie della pelle. Questo avvertiva Nené, d’essere squarciato.
Squarciato dal destino.
Rimasero fermi, talvolta dondolanti, per un tempo indefinito, Nenè e Saveria, ombre di due bei giovani, così come lo erano stati fino a qualche settimana addietro.
Poi, Saveria si spense, o almeno così fu che si spensero le sue connessioni neuronali. Finì con l’impazzire, nel gesto e nella parola. Inconcludente, fuori da ogni logica, si muoveva tra le stanze della casa paterna.
I genitori di lei li avevano accolti, cercando con le loro vecchie ma robuste braccia di poter assorbire parte di quell’immane dolore, ma fu vano ogni tentativo.
Persero del tutto la figlia, nonostante fosse rimasta davanti ai loro occhi. Ormai prigioniera di un esaurimento progressivamente devastante. Persero il genero, fuori dalla portata dei loro occhi. Il genero che aveva dondolato per tutti quei mesi finì per allontanarsi da casa, come accade per gli animali morenti, che sanno d’esserlo, e vanno a spegnarsi altrove.
Ma Nenè non morì, né seguì Saveria lungo il viaggio della follia che l’aveva accolta. Nenè ebbe la forza di sopravvivere, di sopravviversi. Smarrendo qualsiasi ambizione di esistenza, qualsiasi parvenza di dignità, decise di restarsene al mondo, sospeso. Smise perfino di rovistare, cosa che gli era riuscita fino a non molto tempo prima.
Si abbandonò all’orizzonte degli eventi. Che gli eventi, come avevano deciso per lui, continuassero a fare. Fino al prossimo e rinnovato schiaffo del destino, o incedente, o incontro che riuscisse a spingerne i passi verso un’altra direzione.
Minuti, ore, giorni, settimane, mesi.
Tempo che s’avvicenda sulle spalle di Nenè, e ne appesantisce il passo e la voglia. Di sopravviversi.
Con quell’ingombro dentro e sul fianco, zavorra di ogni possibile scelta.
Eppure di anni ne sono trascorsi dalla morte del bambino. Quindici se non sbaglia, ma ogni volontà di sopravviversi paga il prezzo di una porzione di memoria da cancellare, per non finire alla maniera di Saveria. Così Nenè cancella e continua a farlo.
Cancella memorie e parti di sé.
E di quello scrive.
Certe volte segna pagine e pagine, come in una forsennata corsa, una disperata fuga. Da ciò che è stato, da quello che potrebbe essere ancora. Scrive, e sopravvive alla memoria. Rovista, in modo differente, lo fa ricercando nel passato un passato diverso, così che possa venirgli davanti agli occhi sotto forma di un presente migliore, senza quello strascico, senza lo squarcio vivo di un dolore impossibile da rimarginare.
Lambito dall’idea di cambiarsi i connotati, come estrema ratio di cancellazione d’ogni riferimento. Per non scorgersi così simile alla consapevolezza che ha di sé davanti all’unico interlocutore che gli è rimasto fedele nel tempo: il foglio bianco.
… e quell’ingombro che tiene tra le mani, come gesto e azione in divenire, per quel nuovo che doveva avanzare dentro e fuori.
Giunge le mani, in un ultima roboante preghiera. Punta a sé quell’arnese metallico, ancora luccicante nonostante gli anni. Con un leggero gesto d’esitazione, l’ultimo segno di una vita indolente, preme il grilletto con i due pollici incrociati.

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