Marco Olivieri


Oggi, per la rubrica “Cinque domande, uno stile” è ospite Marco Olivieri. Giornalista, è autore della monografia “La memoria degli altri. Il cinema di Roberto Andò” (2017, Edizioni Kaplan), curatore del volume “Le confessioni” (2016, Skira) e, con Anna Paparcone, autore del libro “Marco Tullio Giordana. Una poetica civile in forma di cinema” (2017, Rubbettino). Collabora con «la Repubblica» – edizione di Palermo e dirige il sito Carteggi letterari.

Quando accade, quando un’idea, l’Idea, giunge e prende forma, si rappresenta nel suo immaginario, pronta ad essere modellata per diventare una storia, che sensazione si prova?
Su quest’aspetto, sono soprattutto i narratori di storie e i romanzieri a doversi soffermare. Io, fino ad ora, ho scritto libri d’impianto saggistico, anche se attraversati dal desiderio di dar vita a una scrittura coinvolgente e che avesse legami con la letteratura. Ho, però, idee che potrebbero trasformarsi in racconti e romanzi e la sensazione che provo è quella di una grande responsabilità: sarò all’altezza dell’intuizione iniziale?”

La consapevolezza che la parola appena scritta costituisca la conclusione di un racconto è evidente o necessaria?
In realtà, credo che la scrittura necessiti sempre di una revisione profonda e di una rilettura, negli anni. Di conseguenza, la conclusione, ovvero il lasciare andare ciò che si scrive, è spesso legato a una dolorosa necessità. Tuttavia, in molti casi, può essere anche salvifico.

C’è stato, nel suo percorso di vita, netto e distinto, un momento di scelta in cui ha affermato a se stesso “devo scrivere?”
“È un desiderio maturato negli anni del liceo, dall’età di diciassette anni, prima in campo giornalistico e poi in direzione di una scrittura meno legata alla cronaca e più all’approfondimento e allo sviluppo di pensieri e tracce che coltivo dentro di me da molto tempo.”

Lo stile è un passaggio che ciascun autore percorre, può in qualche modo divenire un vincolo?
Lo stile non deve mai essere fine a sé stesso, ovviamente, ma profondamente correlato a ciò che si scrive. Ne deve costituire l’essenza. Forse solo l’accostarsi allo stile dei grandi scrittori può aiutare a cercare e trovare il proprio modo di stare al mondo, d’interpretare le cose e di tradurlo in parole e immagini.

In quale misura crede che la letteratura oggi riesca ad incidere nella società e con quale forza lo scrivere costituisca un gesto politico?
Questo tipo di analisi richiede pensieri ad ampio respiro e non legati alla cronaca. Io credo che ancora oggi la letteratura e la poesia, e pure una saggistica che si ponga il problema di una scrittura che avvicini il lettore e lo appassioni, possano svolgere questa funzione, ma non si tratta di qualcosa di studiato a tavolino. Ripartiamo intanto dalle fondamentali Lezioni americane di Italo Calvino: lì c’è già tutto per coltivare le potenzialità della scrittura.

 

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