Palomar di Calvino

– Italo Calvino, 2020 – Mondadori – pp. 114 – € 10,00.
Racconti che riflettono, si specchiano nello sguardo di un disincantato osservatore forse, di un osservatore che considera, osserva, pensa. Un libro a metà strada tra narrazione e speculazione filosofica. 
«[…] di ciò che sa diffida; ciò che ignora tiene il suo animo sospeso» [p. 45]
«Quando Palomar s’era accorto di quanto approssimativi e votati all’errore sono i criteri di quel mondo [dell’industria] dove credeva di trovare precisione e norma universale, era tornato lentamente a costruirsi un rapporto col mondo limitandolo all’osservazione delle forme visibili; ma ormai lui era fatto com’era fatto: la sua adesione alle cose restava quella intermittente e labile delle persone che sembrano sempre intente a pensare un’altra cosa ma quest’altra cosa non c’è. Alla prosperità del terrazzo egli contribuisce correndo ogni tanto a spaventare i piccioni, – Sciò! Sciò! -, risvegliando in sé il sentimento atavico della difesa del territorio». [p. 50]
«Forse perché il mondo intorno a lui si muove in modo disarmonico ed egli spera sempre di scoprirvi un disegno, una costante.
Forse perché lui stesso sente di procedere spinto da moti della mente non coordinati, che sembrano non aver niente a che fare l’uno con l’altro e che è sempre più difficile far quadrare in un qualsiasi modello d’armonia interiore». [p. 75]
«Ogni processo di disgregazione dell’ordine del mondo è irreversibile, ma gli effetti vengono nascosti e ritardati dal pulviscolo dei grandi numeri che contiene possibilità praticamente illimitate di nuove simmetrie, combinazioni, appaiamenti. Ma se il suo errore non avesse fatto che cancellare un errore precedente? Se la sua distrazione fosse stata apportatrice non di disordine ma d’ordine?» [p. 93]
«Non c’è contraddizione tra le due posizioni. La soluzione di continuità tra le generazioni dipende dall’impossibilità di trasmettere l’esperienza, di far evitare agli altri gli errori già commessi da noi. La vera distanza tra due generazioni è data dagli elementi che esse hanno in comune e che obbligano alla ripetizione ciclica delle stesse esperienze, come nei comportamenti delle specie animali trasmessi come eredità biologica; mentre invece gli elementi di vera diversità tra noi e loro sono il risultato dei cambiamenti irreversibili che ogni epoca porta con sé, cioè dipendono dalla eredità storica che noi abbiamo trasmesso a loro, la vera eredità di cui siamo responsabili, anche
se talora inconsapevoli. Per questo non abbiamo niente da insegnare: su ciò che più somiglia alla nostra esperienza non possiamo influire; in ciò che porta la nostra impronta non sappiamo riconoscerci». [p.97]
«Apre gli occhi: quel che appare al suo sguardo gli sembra d’averlo già visto tutti i giorni: vie piene di gente che ha fretta e si fa largo a gomitate, senza guardarsi in faccia, tra alte mura spigolose e scrostate. In fondo, il cielo stellato sprizza bagliori intermittenti come un meccanismo inceppato, che sussulta e cigola in tutte le sue giunture non oliate, avamposti d’un universo pericolante, contorto, senza requie come lui». [p. 108]
«La vita d’una persona consiste in un insieme d’avvenimenti di cui l’ultimo potrebbe anche cambiare il senso di tutto l’insieme, non perché conti di più dei precedenti ma perché una volta inclusi in una vita gli avvenimenti si dispongono in un ordine che non è cronologico ma risponde a un’architettura interna». [p. 112]
«Ognuno è fatto di ciò che ha vissuto e del modo in cui l’ha vissuto, e questo nessuno può toglierglielo. Chi ha vissuto soffrendo, resta fatto della sua sofferenza; se pretendono di togliergliela, non è più lui». [p. 112-113]

 

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