Riccardino


– Andrea Camilleri – Sellerio – pp. 292 – € 15.

Ultimo non ultimo capitolo della saga del commissario di Vigata. Fin dall’inizio del suo cammino letterario Camilleri ha percorso la strada dei grandi romanzieri che come lui hanno disegnato un mondo parallelo. Faulkner con l’impronunciabile contea di Yoknapatawpha e Garcia Marquez con la sua Macondo su tutti. Luoghi inventati, luoghi della memoria ricostruiti come in un set cinematografico. Scomposti fisicamente e ricomposti a piacere, come un bimbo che si ritrova a modellare materiali plastici e li riordina a proprio piacimento sulla superficie. Dal banchetto di scuola alla pagina scritta. Ne prende gli scorci, Camilleri, atti a comporre un personalissimo puzzle della realtà. Così distante, altrettanto vicina. In quest’ultimo capitolo – che, come detto, ultimo non è – sviluppa un meta-romanzo interessantissimo in cui più che l’indagine (da qualche episodio, ahimè, sempre più simile a se stessa) protagonista è il modo in cui la storia viene narrata. Più di altre volte, oltre l’originale e personalissimo stile di scrittura forgiato negli anni (e in quest’occasione rivisto a più riprese), è il rapporto tra autore e personaggio a venire fuori in una prospettiva convincente. Malinconico è il rapporto con quel mondo che Camilleri ha generato nella sua fantasia e che il vorace mondo televisivo ha strappato al suo immaginario ponendone parallelamente un altro. L’intimo continuo e imprescindibile legame tra l’autore e l’oggetto della sua opera, che lentamente, sul finire dei suoi passi terreni (immaginati all’atto della scrittura, come indicato all’editore quale testamento letterario) svanisce, parola dopo parola. Per riaffermarsi nella memoria. Chapeau a Nenè.

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