Somebody to love


«Somebody to love»
Lo specchio muto

Sono solo una prostituta musicale!
[F. Mercury]

 

 

 

Hanno sorriso, prendendomi per pazzo quando ho chiesto ripetutamente di scostare le tende, che la sera non venissero serrate. Non ho paura della luce lesta ad invadere la mia intimità mattutina, non è più tempo di celare alcunché. Ma non è esattamente per la voglia di respirare il mattino nella sua prepotenza che chiedo di potere scorgere il panorama del giorno.
No, loro credono di sapere, eppure non sanno.
Un segreto, un insignificante segreto che tengo per me e con me porterò, ovunque il vento deciderà di spingermi.
Da qualche giorno un uccellino, di quelli dai colori screziati, brillanti, accecanti quasi, e le ali fragili che una brezza gentile strappa in una semplice e delicata folata se ne sta lì, quasi a voler picchettare sul vetro della finestra. Sembra un bambino dispettoso. Viene, svolazza intorno e poi si lascia andare al suo ossessivo canto ripetuto.
Con una melodia ardita che pare voglia sfidarmi.
L’ascolto e lo inseguo nel suo volo con lo sguardo. Lo cerco e provo a trattenerlo dentro me. Oramai qui, incastonato tra le lenzuola di lino del mio ricco corredo.
Ho qualche linea di febbre e le labbra tremanti. Gli amici entrano ed escono senza far rumore. Si guardano, abbozzano timidi sorrisi, scivolano leggeri sui loro passi oltre l’uscio.
Vorrei invitarli a lasciarsi andare come quell’uccellino là fuori. Avanzare senza indugio, privi di quest’opprimente pudore che invece li castra.
Il pudore della morte che ogni ardore affievolisce. Che spegne gli occhi e li spinge a fissare il pavimento, come se le stelle non fossero un panorama di gran lunga migliore da osservare.
Qualcuno, per quel poco di bagliore che tra le pupille trattiene, prova a sorridermi, dicendo che andrò a finire dritto dritto lassù, anch’io. Non potrebbe essere altrimenti. Non avrebbe alcun senso, altrimenti.
A dirla tutta non ci scorgo un gran senso nell’evoluzione della mia situazione. Ho cercato d’aggrapparmi con le unghie. Senza smalto, ridicolo ormai. Ma ho provato a conficcarle nella vita, quelle unghie, visto che da qualche tempo non m’è più possibile incidere con la voce.
Ma il solco il destino l’ha già tracciato e non lascia spazio per altri pindarici voli.

Quando decisi di tenere solamente i baffi, spazzando completamente via la chioma fluente che avevo portato per anni in giro lungo le strade del mondo, casa mia fu invasa da lamette d’ogni sorta e lettere che m’intimavano di darci un taglio.
Chi credevo d’essere? Non potevo mica scegliere da me se tenere o meno i capelli corti, o lunghi e i baffi.
I baffi poi!
Dove diavolo m’era venuto in mente di lasciarmeli così, in bella vista sulle labbra. Cercavo in qualche modo di nascondere i denti, credevo fosse possibile? Cercavo di creare una maschera nuova da vendere per l’Europa? Cercavo forse di far soldi in qualche altra maniera come se metter su miliardi su miliardi non mi fosse bastato?
Questa ed altre cazzate scrivevano nelle loro lettere, come se fossi proprietà di qualcuno.
Non di me stesso.
I giornali gongolavano come sempre. In attesa, sorridenti sciacalli, con la bava alla bocca. S’aggiravano famelici, pronti a cogliere ogni minimo indizio, imploranti che il destino mi concedesse l’agognato inciampo.
Il segno che potesse condurli lì dove volevano essere già da un pezzo. A strillare della mia frivolezza e dell’inconsistenza della mia musica, appigliandosi come insignificanti lillipuziani al taglio di una chioma retrò. Nella speranza che giungesse inevitabile lo scandalo che covava dentro le loro misere menti, come cova ancora il desiderio nella vecchia zitella che chiede di poter bagnare gli ardori.
Sono stato a lungo una puttana e ne ho deciso il prezzo, un costo non sostenibile da molti. Non certamente da loro. Scribacchini in cerca delle confidenze, delle battute argute da santificare, in cerca del personaggio da confezionare, pronto da mettere nelle tavole del consumo. Io ho deciso autonomamente d’essere un prodotto, da una botta e via. Così è stato, nel livore di chi ha dovuto fare i salti mortali per prendersi qualche mia dichiarazione, senza nessun’ombra d’amore.
Ma il vento cambia e verranno a sorridere, insieme a me.
Al capezzale di questo letto, come svolazza e sorride quell’uccellino irriverente che si fa beffe d’ogni cosa, anche del dolore.
Alla fine è così che funziona, semplice a dirsi. Se non hai consapevolezza delle cose non puoi trarne godimento, di contro neppure sofferenza.

Adesso, adesso niente baffi. Che la gente stenti a riconoscermi per la strada e la strada stenti a tastare i miei passi, mentre i miei stessi passi stentano a seguire le gambe in questo stanco cammino.
Le mie gambe.
E l’idea che le ha portate lontane.
Forse ci rendiamo conto del vuoto solamente quando nulla intorno ci permette di riempirlo, e restiamo sperduti, come piccoli cerbiatti nella foresta e ad ogni scivolar di foglia sul terreno tremiamo e tratteniamo le paure che ci fanno vivi tra le labbra.
In queste occasioni domande che raramente ci siamo posti si fanno breccia nei nostri pensieri e li riempiono fino a toglierci il respiro. Ma non è con quelle domande che vogliamo colmare il vuoto della solitudine. Una solitudine che sappiamo bene non esserci propria eppure siamo costretti a sopportare.
I gesti quotidiani assumono un sapore grave quando sei consapevole di non poterli svolgere più con la serenità d’un tempo. E il dolore di un semplice saluto, o d’un pranzo frugale mandato giù a denti stretti, stretti come la volontà di non lasciarsi andare, ancora.
E ti guardi allo specchio, il corpo cade, la pelle con pudore pare nascondersi alla vista, macchiata e arrossata, dolente.
Conati d’anima vengono fuori senza lasciar tempo alla musica, alla voce, di poterli trattenere ancora per sé, in un timido gesto d’amore. E non servono baffi a farti da schermo mentre lentamente viene fuori lo scheletro di quello che era.
«Signore, cosa mi stai facendo?», è stato l’urlo lacerante e collettivo d’un amore d’avere.
Adesso sussurro, quasi fosse preghiera, ma non so se pregare riesca a lenire il dolore d’andarmene via, così, senza un’altra ribalta, senza un nuovo clangore, nel ritmo tuonante di braccia levate al cielo, in cerca di me ed i miei occhi, ad inseguire quel vento che soffia lontano e ritorna.
Non posso più radermi con la consuetudine dei giorni andati, non potrei sostenere una goccia di sangue, un taglietto sul viso, un normale graffio.
E il tempo che incide non lascia la pena di un altro rancore.

Lo specchio è muto, nulla ha da dire, lamentele da blaterare, né sorrisi da scambiare con quello che di me rimane.
Lo specchio sta lì, regalo di un viaggio esotico che non ricordo più d’aver fatto, eppure con questi stessi occhi mi fissa impudente, ricordandomi d’esserci stato, in qualche tempo e in qualche luogo. Lì, dove le mie mani l’hanno chiesto e preteso e portato via, a casa, in questo bagno.
Lo specchio è muto eppure grida più di quanto riescano a fare migliaia di persone in coro, assiepate sul prato di uno stadio e strette sulla mia mano come ero abituato ad averle. Gli animi rossi, fragili, carichi di timore e le lancette d’orologio che segnano il passo, marciando verso il silenzio.
Lo specchio è muto.
Non indosso da anni costumi attillati, e nemmeno paillettes e brillanti sul viso a mascherare l’intento. Non ho più luci stroboscopiche attorno a me, a guidare la danza.
Lo specchio è muto, la chitarra scordata, la voce assente.
Fuori frotte di giornalisti attendono, vestiti di nero, rigorosamente di nero, con occhiali da sole che nascondono i loro sguardi ripetuti e vacui, bianchi. Tali da non permettermi di distinguerli in mezzo al traffico. Hanno accenti e cadenze simili e sconfinano oltre il giardino, i loro sguardi svolazzano, come cornacchie in attesa di un annuncio che a breve giungerà.
Ho cantato per la strada, e suonato in mille posti diversi ed ogni volta l’eco delle voci di un pubblico in festa restava dentro di me.
Ho cantato su palchetti alla buona, voltando le spalle alla gente, sperimentando posture, scorgendo nei loro occhi meraviglia, sdegno, sconcerto, disappunto, euforia.
Follia.
Occhi vivi, accessi e curiosi, mai spenti.
Facevo un buon lavoro, riempivo i loro sguardi e i miei bicchieri di Moet & Chandon.
E per questo mi hanno pagato bene, a lungo.
Ho intrattenuto i loro silenzi, cullandoli. Ho impegnato pomeriggi tediosi, mentre il temporale gli impediva di venir fuori, li ho accompagnati nelle giornate di jogging e nelle notti d’amore, ho raccontato memorie di giorni vissuti, lì, fianco a fianco.
E per tutto questo sono stato pagato, come una dolce puttana.
Ho cantato canzoni, scritte e usate come preservativi, nati e abusati, con la consapevolezza che sarebbero state buttate via nel volgere d’una notte. Non ho mai pensato di cambiare il mondo né di mettermi a capo di rivoluzioni rumorose, non sarei stato credibile, avevo da cantare.
Ho cantato per loro e per me.
Ho viaggiato dentro limousine raffinate, sfrecciato su aerei supersonici. Pochi istanti e si alzavano in volo oltre le nuvole e il tedio quotidiano. Ho giocato a vivere qualcosa di diverso dalla quotidianità.
La morte è reale, la vita accidentale.
Ho viaggiato di città in città, nella speranza che la mia voce potesse alzarsi oltre la mediocrità che attanaglia il giorno e l’abitudine non mi rendesse schiavo delle paure e la noia non entrasse dentro me, in qualche momento a cercarmi la vita.
Così vera da volerne fuggire.
Ho pensato pure d’amare e mi sono illuso di farlo.
Qualcuno, più d’uno.
Ho amato senza ritegno, né censure, per quello che sentivo di volere, all’istante.
Prêt-à-porter.
Come se ogni volta mi ritrovassi ad avere tra le mani una nuova canzone da cantare, nulla di più che una piacevole serata tra amici e poi nuovamente di corsa ad inseguire un’altra melodia.
Ho amato senza curarmi di quando o dove e perché. Non ho pensato mai di considerare se fosse opportuno o no, amare o non amare.
O perfino lecito.
Non ho saputo definire a fondo questo termine.
Ho amato spegnendomi in ogni bacio, svuotandomi dentro ogni carezza, ho amato rimanendo più solo, ma ero troppo impegnato ad ingannar con la voce perché loro si accorgessero.
Ho amato prendendomi cura di me e di chi mi stava accanto.
Ho cantato per la strada e suonato in mille posti diversi ed ogni volta l’eco delle risate di un pubblico in festa restava dentro di me.
Pochi, uno sparuto gruppo d’amici e poi pian piano il fondo della sala che si riempie, in me, nei teatri, sempre fitti di occhi accesi, puntati addosso.
E le arene, gli stadi, le spiagge immense oltre le quali il mio sguardo s’è perso più d’una volta.
La voce no.
Quanta estensione nella mia gola? Quante scale da salire e scendere che non ho mai misurato.
Perché stavano lì e danzavano sulla mia bocca.
E loro con me.
Adesso lo specchio è muto e questo silenzio stride e beffardo pare urlare. Chiedere, implorare un’altra nota da aggiungere alla mia voce, vorrebbe un altro acuto da lanciare a voi, voi che ve ne state lì, ancora in attesa, pronti a raccoglierlo.
Un acuto che viene dal tempo trascorso e traccia la mia strada.
Quanto mi trovo lontano da casa, adesso?
E quanta strada dovrò percorrere per ritornare?
Quanta voce ho lasciato lungo i miei passi?
In che tonalità ho pianto, sorriso, bestemmiato?
E quando il mio tempo ha cessato di andare oltre e s’è fermato?
Lo specchio è muto, nulla ha da dirmi.
Mostra l’immagine sbiadita dagli anni, di un uomo in mostrine, il sorriso accentuato, baffi folti e voce d’incanto, ma lo specchio è muto e quella voce è soltanto un ricordo che circola ancora e passa da orecchio in orecchio, da parte a parte, fino a quando lontano nel tempo l’eco si spegnerà definitivamente per ritornare a me.

 


 

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