Strange fruit


«Strange Fruit»
Eleonor e le Gardenie

 

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È da pazzi pensare che per suonare o cantare ci voglia la droga.
Perché la droga può sistemarvi in una maniera tale che non ce la farete più,
né a cantare né a suonare.
[B. Holiday]

Le assi del soffitto s’intersecano, quali linee del destino e sembrano premere verso il basso, come a volermi schiacciare. Qualche crepa nell’intonaco, ma nulla che possa avvicinarsi agli strappi che il tempo ha disegnato sulla mia pelle. Avrei dovuto opportunamente chiuderli, provare a cicatrizzarli, ma alla fine ho deciso di lasciarli lì, e che l’anima che contengono se ne andasse pure al diavolo.
Tamponare il tempo, fermare il flusso degli eventi, non è proprio degli uomini e, a quanto mi pare di capire, neppure degli dei.
Il tempo è l’unico dittatore che impone. Dispone e stritola ogni voce, anche la più potente.
E alla fine di ogni cosa la silenzia quella voce, relegandola in una stanza tre metri per due, una delle tante in fila lungo un corridoio solitario e assente, anche se pullula d’anime recluse in attesa di un dolore migliore.
Questa camera racchiude in sé i soli colori che i miei occhi sono stati in grado di sostenere nel corso degli anni.
Il bianco e il nero.
Mescolati, nella parete in fondo dove l’umidità ha provato a farli intrecciare, con scarsi risultati. Anche qui.
Le mattonelle del pavimento che s’alternano, come in uno di quegli aggeggi per ricconi annoiati. Dove distribuisci bene le tue pedine e provi a sopraffare l’avversario, come se là fuori, oltre il quadro di quello stupidissimo gioco, centinaia di migliaia di avvoltoi non siano pronti a brindare sulla tua carcassa, figurarsi sopraffare.
Quella è roba da pivellini.
Bianco e nero.
Uomo bianco uomo nero donna bianca donna nera. In fondo, a destra, vicino al cesso, come ogni cesso che si rispetti.
Qualche scopa tra le mani, per raccogliere il fetido che gli altri si lasciano alle spalle, per ripulire i loro passi, smacchiare le anime, incarognite dall’arroganza.

Ed eccomi nuovamente qui. Ancora una volta. Mai abbastanza, in fondo. Per quanto si possa dire mai più, non avrai la certezza di chiudere. Di darci un taglio. Di voltare pagina una buona volta.
Non è così che vanno le cose quando ti ritrovi a dipendere. Accade con le persone, con i ricordi, con i profumi dell’infanzia che ti porti sulla pelle.
Per quanto sapone tu possa sprecare, per quanto denaro tu abbia da spendere per acquistarne di nuovo, non riuscirai mai a toglierti di dosso il puzzo di ciò che sei stato.
Il passato è un’ombra, ti segue e definisce il passo successivo. Armonizza il tuo andare e non c’è verso di scrollarselo. Fiuta il mastino, segugio che scalpita lesto lesto a riportarti a sé, per quanto tu stringa i denti, giurando e spergiurando, «cazzo non lo farò più», lui se ne resta lì, sornione, sorride, perché sa bene che ritornerai.
Così, in un distratto bagliore di lucidità scorgi il destino, che si specchia nel passato e ti inchioda, alle sue dipendenze.
Accade con gocce di rugiada che mutano colore, accade con fumi di vento che disegnano attorno alle anime cappi invisibili e che invisibilmente stritolano senza dare presenza di sé. Accade con i reflussi di coscienza a sospingere l’incedere dell’ombra e dell’incognita che tutti attende immobile. Mentre il presente passa oltre.
Accade di sentire sulla gola la stretta di una mano leggera che serra e piano, inesorabilmente, e ti lega a sé e ti fa dipendente.
Come accade con ciò che ci ostiniamo in maniera patetica a chiamare emozioni.
E con la roba che non da emozioni, ma ne genera di distanti, così distanti da parere vicine, a portata di bacio e di sospiro.
Ma non è altro che roba. Illusione letale.
Ardore d’un istante, solco urticante per l’intera esistenza. E ti ritrovi con le dita ansimanti, in cerca dei fantasmi, che scivolano lesti sulla pelle, graffiano, gracchiano, belano, irridono il fantoccio che sei divenuto. E prudono, di solitudine e rancore, mentre la luce volge inesorabilmente verso l’oscurità che falcia il sentiero. Sguardo serrato, in cerca di un riferimento, un ramo, un tronco, una foglia, una radice da seguire per uscirne fuori.
Non è una cosa semplice. Sfuggire all’ombra che è generata dal fatto stesso che ci stai in piedi in questo lurido mondo.
Non è come quando al mattino ti alzi e dici mi va di farmi un toast, ed ecco bell’e pronto in pochi minuti, o magari dici preferisco sorbirmi un bel caffè-latte, pentolino sul fuoco, latte quanto basta e un sorso di caffè memoria dell’altro ieri.
Sul fuoco ti ritrovi tu e poco per restarne memoria.
Non è così semplice, non lo è affatto.
Smettere.
Ché in fin dei conti tu pensi di farlo e ci riesci anche. Giorni, settimane, mesi. Perfino anni, e poi d’improvviso, scrosciante come un temporale ad agosto rieccoti lì.
In una surreale e grottesca questua.
Racimoli ogni spicciolo, ti frughi lungo le tasche del nuovo cappotto alla moda che hai trovato nel tuo già ricco guardaroba. Frughi dentro l’anima, fino in fondo, cercando residui da poter barattare con quello che ancora ti tiene in vita e via. Poi finisci di cercare spiccioli, ché sai di non averne più. Ed inizi ad elemosinare tra la gente che affolla il tuo giorno, chiedendo a quelli che pensi ti possano voler bene.
Ti vendi l’ultimo rantolo di dignità, lo accompagni nella merda, nella fossa, lo segui.
Ti copri di merda in fondo alla latrina, da non vederci nulla più attorno, e dentro, e fuori. Tendi le braccia, esili e martoriate al primo che passa, credendo che sia l’amico di una vita nella stolida illusione che ti possa tirare fuori dalla melma, mentre pigia coi palmi di mani forti sempre di più. Soffocandoti. E tu chiedi, a chiunque.
A quelli che t’amano. Pensi.
Si chiede per amore, si risponde per pietà.
E talvolta nei rari momenti di ragionevolezza, quando sei presente a te stessa, nelle occasioni, rare, in cui occhi pensanti ne incontrano altri, finisci per parlare allo specchio, e domandi come una bimba di fronte al problema dell’esistenza di babbo natale, ma m’amano davvero?
Tutti in fila, davvero m’amano?
E poi, con un sorrisetto che non sapresti definire, concludi col dirti sì.
T’amano.
E ti stringono al petto e bruciano labbra sulla pelle e scivolano dentro e fuori come treni a vapore e sorridono di luce riflessa e nelle notti d’inverno non sanno neppure il tuo nome. Ma t’amano, fino a tal punto da fornirti di roba. Ti riempiono come un tacchino farcito e tu sei bell’e contenta.
Fino alla prossima dose.

Io ho smesso e poi ripreso.
Adesso sono qui.
Con la profonda convinzione di sapere che è l’ultima volta. L’ultima volta che ci casco. Ma anche prima, prima che finissi in questa lettiga d’ospedale m’ero ripromessa la medesima cosa.
Le mie promesse non valgono granché, me ne rendo conto.
Eccovi promesse, tutte lì, vi vedo. Schierate come un plotone d’esecuzione. A puntare sorrisi beffardi contro i miei occhi. Languide le vostre parole scivolano lungo la mia sconfitta. Eccovi promesse, tutte lì, vi sento. Una s’avvicina, il profumo m’inebria, e stordisce il respiro. Punta lo specchio contro il mio volto e mostra la vita a solcare le rughe.
Un’altra saltella e sbeffeggia gli errori e li conta, cantando. Eccovi promesse, tutte lì, vi lascio. A marcire d’invidia, voi rimaste irrisolte ed io qui con la voce in affanno e le spalle piegate, e le gambe che tremano, forse, ma hanno strada da fare.
Mento a me stessa, anche quando non ce ne sarebbe di bisogno. Potrei semplicemente guardarmi allo specchio e dirmi la verità. Non come una novella cenerentola dalle gambe piegate dal tempo, non cercare attorno a me un reame candido, una servitù fedele, o ancora più penosamente un amore sincero.
Basterebbe mettere il mio gran bel culo a sedere, e guardandomi fissa negli occhi dire:
«Bella le cose stanno così e cosà, e non è modo per una signora, per una Lady della tua risma di comportarsi in codesta maniera e bla e bla e bla».
Ma non ho affatto voglia di mirarmi allo specchio, di svelare la scultura che senza fretta il tempo ha fatto di me, non ho voglia di scoprirmi, che lo facciano gli altri; né ho tanto meno voglia di prendermi per il culo, lo facciano pure gli altri.
Forse ho semplicemente paura, ma non ne sono certa.
Paura di guardarmi negli occhi, forse.
Paura di scorgere la verità, forse.
Non sono certa di ciò che sarei in grado di mostrare a me stessa.
Magari accade di distrarsi, di parlare con qualcuno, d’essere spensierata, conversare di banali quotidianità, senza soffermarsi sui massimi sistemi, né sul lavoro, né sul passaggio sublime di Lester, o roba del genere. Magari finisco per sistemarmi un po’ il trucco e senza accorgermene mi trovo a fissare lo specchio davanti a me e i miei occhi con tutto quello che possono dire sinceramente, senza esser stati prima preparati non riescono a rimanersene in silenzio. E parlano, e dicono tanto, troppo, sfacciatamente da costringermi a pressare forti le mie mani sudate alle orecchie per non sentire quel suono opprimente.
Il suono stridulo della verità.
Che sale lento, e s’insinua dentro la mia mente.
Difficilmente riesco a disfarmene.
Io da sola Di fronte allo specchio, converso con i miei occhi e come loro, scoperti e nudi, io me ne sto così, scoperta e nuda.
Anche adesso, anche adesso qui piegata su me stessa.
Piegata sulla schiena, senza molta forza per la verità che mi permetta di sollevarmi e guardare oltre il bordo della finestra per scorgere chi diavolo sia a schiamazzare così allegramente di primo mattino.
Piegata e senza forze.
Per l’ennesima volta, ancora una volta.
L’infermiera sorride. Ha un’ombra alle spalle, ma d’un altro colore. Ha figli, e tanti, che l’attendono ancora alla sera e un marito che pare, così dice, la tenga per mano nelle notti d’inverno a narrarle del giorno e di quello che è stato. Ma a me sembra che menta, che lo faccia per pena, che mi voglia strappare al tepore di queste umide lenzuola, riportandomi a casa, per ciò che vorrebbe, per ciò che non ho mai cercato d’avere.
L’infermiera sorride, di se stessa o per me, non saprei. Non è un granché d’attrice, lo vedo bene.
Quello lì è un sorriso che non appena fuori dalla porta la tizia mette via, lo ripone in tasca pronto a riappiccicarselo tra i denti al prossimo ingresso.
Quasi fosse una dentiera posticcia.
Si vede lontano un miglio che non appartiene alla sua fisionomia, le rende il viso rugoso. Lo deforma. Lacrime e risa deformano il volto degli uomini alla stessa maniera.
Così come i rantoli di piacere.
Ma di quello poco posso dire.
Da un bel po’ me ne sto lontana. E loro, discretamente ricambiano il mio cenno a distanza. Non sono nemmeno una di quelle che si trastulla con la sua voce. Non sono una di quelle che urla ai quattro venti datemi da cantare qualsiasi cosa e lo farò.
Io devo sentirla la mia musica.
Come un maschio vigoroso che viene dentro me.
Deve attraversarmi la musica ed io devo esser disposta a permetterglielo. Niente lagne meccaniche. Nulla di tutto questo.
Gli usignoli li lascio al bosco.
Quegli animaletti così fastidiosamente insignificanti che nulla sanno della loro voce, né potrebbero altrimenti. E non venitemi a raccontare che anche loro hanno un’anima. Sì che forse ce l’avranno pure, il buon dio ne avrà data una anche a loro, ma niente a che vedere col canto. Con quello che io penso sia saper cantare.
Avere consapevolezza delle cose.
E della musica.
E di una penetrazione completamente intima che si traduce in suono per il mondo.
Ma fermo restando che quel che senti è completamente tuo.
E di nessun altro.
Di quel piacere intenso voi, o chi diavolo stia ad ascoltare i miei dischi, riuscite a percepire solamente il suono della mia voce. E non è la stessa cosa. La musica sta dentro di me. Ed io mi sforzo di piegarla, nota su nota, parola su parola, per portarla docilmente alle vostre orecchie. Mai che ci sia riuscita del tutto.
Non v’è nulla di docile nelle mie esibizioni.
Nulla di piatto.
Provo a piegarla, per sfuggire a qualcosa che mamma avrebbe chiamato destino.

Sguattera dei signori, madre bambina, donna mai cresciuta. Mamma e quel colore della pelle che m’ha lasciato appiccicato.
Nigger.
Puttana e parole dolci del genere m’ha lasciato in eredità.
Che se fosse soltanto per l’esser puttana non me la sarei presa tanto, lo sono stata davvero. Ho provato a tenermi su, in piedi. A quindici anni facevo la vita da un bel po’, di bianchi insoddisfatti ne girano a bizzeffe, ancora oggi. Bianchi panciuti che ti chiamano nigger per strada e tenendo stretto il braccio della mogliettina adorata guardano con occhi sdegnati le nostre anche, come stessero al pascolo a rimirar le bestie. Ma avreste dovuto essere sotto al mio letto per sentire come ansimavano quelli lì.
E zac, pochi istanti e tutto finisce.
Fare la puttana per delle mezzeseghe come loro non era affatto male. Poi purtroppo venivano fuori complicazioni, come in ogni storia della nostra misera esistenza.
Ogni paradiso ha il suo inferno e giunge sempre quando meno te lo aspetti.
E quando non sembra scorgersi all’orizzonte, magari quell’inferno ce l’hai proprio dentro. Io non mi sono fatta mancare proprio nulla a riguardo. L’inferno giungeva sempre puntuale, fuori o dentro di me. Ed ogni volta a piegarmi sulle ginocchia a piangere in qualche cella abbandonata da dio, a ripromettermi, appena esco non lo faccio più.
Ma è destino di chi vuole vivere mille giorni in un giorno solo quello di tormentarsi da sé.

 

 

 


 

 

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