Sulmona e una Panda Millecento


Sinfonietta semiseria in tre tempi.

Attori Protagonisti:

Cristian Sferruzza – Batteria acustica, cric automobilistico, catene da neve e confetti.
Paolo Badami – Basso Elettrico, consigli per gli acquisti, e Kya (o roba del genere).
Luca (GianLuca) Barreca – Chitarra Elettrica da Seattle e pergamena perduta.
Massimiliano Città – Conducente d’auto e cantante a tempo perso.

Comparse:
Rino Falzone – Conduttore di Paolo.
Fabio Nappi & His Family – Ristoratori (a metro).
Valerio e Paola – Personaggi surreali(Ma esistiti davvero, e spero per loro tutt’ora esistenti).
Camionista napoletano – Cicerone miscredente (uomo di poca fede).
Pianista delle navi Snav(Tratta Palermo-Napoli e ritorno) – Maestro.
Tipo dal vestito bizzarro simil Capossela – Amico di Paolo.

Primo Tempo – Palermo alle cinque di sera in inverno e un imbarco travagliato.

Alle cinque in strada. Prendo Luca che ha appena sostenuto un esame poi passo da Cristian. La nave salpa alle sette e mezzo; in agenzia m’hanno consigliato di essere all’imbarco almeno un’ora prima. Paolo segue un master e non può liberarsi prima delle sei e mezzo. Troppo tardi, non ce la farei, il traffico di Palermo sa essere una brutta bestia. Un amico si è impegnato ad accompagnarlo al porto. Passiamo la formalità dell’imbarco automezzi, chiediamo se è possibile far salire a bordo separatamente il quarto passeggero e l’impiegato di turno ci risponde in maniera inquietante:
“ l’importante è che lo conoscete voi ”…
Proseguiamo sulla rampa. Betsy (così ho ribattezzato da tempo la mia inseparabile panda 1100) arranca un po’ ma come al solito va. Parcheggio. Scendiamo i bagagli ed entriamo in ascensore, saliremo al sesto piano. La nave sembra accogliente. Il pavimento in morbido panno dalle tonalità blu segna il cammino, ci avviciniamo alla reception, consegniamo i biglietti; ci assegnano le camere 642a e 644a. “Dritto in fondo a sinistra”.
Il corridoio è quello giusto. Inseriamo le chiavi, niente. Un po’ di sconcerto attraversa i nostri occhi quando un passeggero ci suggerisce di cercare le camere contrassegnate dalla “a”. Un altro corridoio, sempre in fondo stavolta a destra, piccolo e stretto come piccole e strette sono le camere. Gettiamo i bagagli sul letto e ci avviamo verso il ponte centrale in attesa di Paolo.
Una nave raccoglie in piccolo storie e personaggi che tutti i giorni ci sfiorano passandoci accanto, e di storie in quella mezz’ora ne abbiamo viste e sentite. Curiosi e divertiti assistiamo al passaggio del tizio dallo sguardo triste che chiede una camera singola e si ritrova con altri tre inquilini, la signora dell’alta società che impellicciata di tutto punto ritiene inqualificabile la dimensione del bagno e protesta imprecando con voce alterata: “cosa da pazzi”. Sculettando. E in tutto questo il responsabile della reception che placido risponde a tutti con lo stesso tono, ormai da anni abituato a quelle facce, a quelle parole: “signori calma appena salpati accoglieremo in base alla disponibilità della nave le vostre richieste”.
Il tempo passa lento e iniziano fitti scambi telefonici tra me e Rino, l’amico che dovrà condurre Paolo al porto. Smorziamo la tensione con qualche battuta… “se Paolo perde la nave sono cazzi…”. Richiamo e sento “…piacere Paolo…”. Ok fatta. Dopo poco raggiungono l’imbarco. Paolo finalmente sale a bordo.
Palermo di notte è un gioco di colori, luci e suoni. Sulla nave i suoni lasciano posto ai rumori delle macchine che iniziano a carburare ma le luci e i colori si notano eccome.
Sono le sette e trentacinque e la nave salpa. Si muove lentamente con tutto il suo carico di tonnellate e storie che il mare leggermente accompagnerà, si spera, fino a Napoli. Scorriamo come al rallentatore la Cala, sullo sfondo risplende la cupola del teatro Massimo, poi nel gioco delle prospettive ci allineiamo per pochi istanti a Corso Vittorio Emanuele che si scorge in tutto il suo cammino da Porta Nuova a Porta Felice, con i suoi colori e le luci, tutto immerso nel traffico, scorriamo lentamente scivolando via dal porto.
È il momento della cena e noi, turisti per caso, siamo pronti a coglierlo. Sfoderiamo i nostri panini imbottiti al prosciutto e stretti stretti come sardine in scatola iniziamo a conversare, raccontando e raccontandoci tra un bicchiere di vino e l’altro. Si parla di tutto, di vita, di studi, di arte fin quando il discorso cade sulla storia del nostro castello, forse inconsapevolmente in maniera malinconica. La nave, dicevo, sembra accogliente e confortevole, il panno blu che segna il cammino dei corridoi lascia spazio ad un rosa morbido che riveste il bar nella zona centrale. Cerchiamo il cinema: stasera proietta L’ultimo Bacio. Un cartello sperduto a lato del ponte centrale indica sala cinema. Ma dove? “In fondo a sinistra” ci indicano. Andiamo. Sono curioso ho sentito tanto parlare di questo film ma non l’ho mai visto. Non sono uno alla moda. Film triste, cinico. La sala si svuota.
È ora di preoccuparci o meglio di occuparci del viaggio via terra. Consultiamo la cartina e le rotte tracciate dagli appositi siti scovati in internet fin quando ci imbattiamo in un camionista che conosce bene le zone. Un napoletano dal fare simpatico, più grasso che alto, capelli radi e barbetta incolta. Si entusiasma per il nostro viaggio, ci augura buona fortuna e rimane sconcertato e parecchio quando viene a sapere che la nostra auto è una panda. A modo suo ci segna su un foglio sgualcito la strada da seguire. Ringraziamo e speriamo (alla fine i suoi consigli si riveleranno precisi e utili). Fumiamo una sigaretta sul ponte esterno, inizia a far freddo mentre la nave si perde nel buio fitto della notte, si scorge a stento la scia d’acqua sollevata dal solco. Rientriamo.
Il tizio al pianobar che ossequiosamente ribattez-ziamo maestro suona mazurke che i passeggeri ostinatamente ballano. Passa il tempo e anche qui la sala lentamente si svuota. Entriamo in confidenza col maestro, raccontiamo del concorso e del viaggio, alla fine mi ritrovo su un piccolo seggiolino e di fronte un piano scordato, e canto il pezzo sbagliando qualche accordo e dimenticandone qualche altro.
Tra me e me penso se adesso è così chissà domani… Un gruppetto di anziani è rimasto curiosamente ad ascoltare, qualcuno sussurra “però bel testo…”.
Sarà…
Ormai è passata mezzanotte, è ora di dormire. Luca prende il suo libro e inizia a sfogliarlo, Nemmeno due pagine e lo sento russare. Niente, non riesco a dormire. Il mare è calmo ma nonostante tutto rimango sveglio, seguo la rotta, potrei ancora adesso se qualcuno me lo chiede tracciarla. La sveglia squilla, sono già le cinque e mezzo, un fastidiosissimo campanello risuona e una voce indisponente ci annuncia che tra mezzora circa la nave approderà nel porto di Napoli, la compagnia navale ringrazia e augura buon soggiorno. Ci rinfreschiamo, facciamo colazione, raccogliamo la nostra roba e la carichiamo sull’auto.

Secondo Tempo – In mezzo agli Appennini.

Sulla strada in pavé betsy ballonzola qua e là, è la via che conduce fuori dalla zona portuale di Napoli e immette all’imbocco autostradale, ci lasciamo alle spalle il Maschio Angioino. Siamo allegri, inizia il viaggio vero e proprio. Il classico on the road di Keruachiana memoria. Siamo pieni a tappo ma betsy regge. Via per la A1 Napoli-Roma fino a Caianello come indicato sulla nave dal nostro camionista cicerone. Tutto bene, strada larga a tre corsie, temperatura mite, cielo terso. Arriviamo allo svincolo, usciamo a Caianello e ci immettiamo nella statale 85 o 185 (sempre statale è) direzione Isernia. “Evitate Pescara mi raccomando” disse il nostro Camionista. Ci fermiamo in un paesino. Sosta pranzo, la nostra organizzazione turistica non è stata il massimo, siamo senza videocamera, né macchina fotografica di alcun tipo, ci affidiamo ad una Kodak usa e getta, sempre meglio che niente, alcuni scatti sfuocati immortaleranno le tappe del viaggio. Cerco qualcosa di salato, Luca trova biscotti al cioccolato formato banzai, poco male, ripartiamo. Si giunge allo svincolo autostradale di Pescara svoltiamo a destra dritti verso l’Aquila. È la nostra strada. Il viaggio prosegue tranquillamente senza stress, attraversiamo l’Italia da una costa all’altra passando sugli Appennini. Aggiriamo Isernia, saliamo ancora. Il panorama è incantato, colline e fitta vegetazione, qualcuno si sente sulla strada per Liccia ma siamo ben distanti da casa. Proseguiamo e in prossimità di Castel di Sangro ci imbattiamo in un piccolo centro abitato e il suo castello, singolare costruzione arroccata su una vetta che sembra inaccessibile, una vetta che scivola a valle su ripide lastre di pietra e marmo. Fotografiamo e via. Giungiamo a Roccaraso (località che non dimenticheremo facilmente) più di 1200 metri d’altitudine. Scorgiamo il primo cartello che indica Sulmona, poche decine di chilometri e arriveremo. Sono all’incirca le dieci. Finalmente giungiamo a Sulmona. Entriamo fino in centro nella piazza principale. La nostra è una vera e propria parata. Attraversiamo uno splendido corso tra la gente che passeggia ammirando le vetrine già addobbate a festa. Neanche l’ombra di un automobile, ci insospettiamo ma andiamo avanti comunque. Chiediamo informazioni sul teatro comunale Maria Caniglia nel quale alle due e mezzo, secondo precedenti e rocamboleschi contatti, dovremmo esibirci. Una ragazza ci dice che dobbiamo percorrere il corso e in fondo svoltare a sinistra verso Piazza Garibaldi da li risalire per il vicolo in fondo, poi riflette e sbottando a ridere esclama: “Ma voi non potete passare da qui. Questa è un’isola pedonale”. Troppi occhi addosso, è meglio continuare.
Ormai.
Piazza Garibaldi è piuttosto grande. Si accede dal corso passando sotto un acquedotto di romana fattura (anche se Paolo mi spiega che l’arco non è tipico delle costruzioni romane, risalirà all’epoca medievale…). Al centro un cantiere aperto sta ultimando i lavori a quello che la nostra guida storica crede essere un teatro all’aperto o roba del genere. Scendiamo dall’auto dopo due ore e quarantacinque a sgranchirci un po’. Cerco di mettermi in contatto con gli organizzatori per sapere quale sarà il nostro hotel. Intuiamo che l’organizzazione non è impeccabile. C’è da lavorare e molto. Chiamo e un tizio mi risponde, mi passa la segretaria(?) un nome e nient’altro: Hotel Salvador.
Ancora a chiedere in giro e tra circa e pressappoco viene fuori che è un motel fuori Sulmona almeno due chilometri.
“Il rifornimento dell’Agip avete presente?”.
“Beh veramente no!”.
“Comunque dopo il rifornimento Agip c’è quello dell’Erg, ecco li troverete il motel”.
Dialogo alquanto surreale.
Usciamo da Sulmona, non dal corso ma da vie e viuzze varie, richiediamo ancora e stavolta l’indicazione è migliore “sulla statale per l’imbocco autostradale di Pescara”. Qualche svolta a caso e poi la strada giusta e le giuste indicazioni ci conducono al nostro meritato ristoro.
Il motel non si presenta male, quattro piani ampia facciata e vasto spiazzale. Entriamo e chiediamo se c’è la nostra prenotazione. Almeno quella c’è ed è curiosa, a nome “Del Cantautore Massimiliano Città”. Il tizio ci consegna la chiave numero sette, primo piano. Saliamo e troviamo la donna delle pulizie intenta a mettere in ordine la camera. Aspettiamo un po’, “qualche minuto e potete accomodarvi” ci dice la signora. Fatto. La camera è spaziosa quattro letti in serie e un comodo bagno. A turno ci rinfreschiamo e in neanche un’ora siamo di nuovo in strada per Sulmona. Ritorniamo nella ormai familiare piazza che sono le dodici circa. Ci prepariamo per il pranzo quando ci imbattiamo in un piccolo alimentari fornito di tutto. I gestori, credo marito e moglie sono simpatici, in particolare l’anziano signore che ci intrattiene un po’. Panini e arrosto e un bel bottiglione di vino tanto per gradire. Chiediamo informazioni per una trattoria economica ma di buona forchetta, gentilmente il signore ci accompagna fuori e ci indica non so più quante strade e stradine che ci porteranno a scovare un gioiello culinario. Qualcuno addenta già il suo panino. Paolo e Luca vanno in avanscoperta per individuare esattamente il teatro. Ritornano subito dicendo che è dietro l’angolo. Ottimo. Finiamo il nostro pranzo artigianale e ci incamminiamo.
La cittadina è silenziosa e tranquilla, così come i suoi abitanti. una signora ci incontra per strada. Anziana ma ben tenuta, si presenta, chiede aiuto, ha appena fatto la spesa e le borse pesano, ha ottantadue anni. Luca e Cristian vengono incastrati, costretti ad accompagnare la donna. Io e Paolo assistiamo alla scena increduli e divertiti. Parte qualche scatto ancora surreale. Dopo qualche minuto i due ritornano raccontando che la signora aveva offerto loro i soldi per il gelato. No grazie.
Finalmente all’una raggiungiamo la porta di servizio del teatro. qualcuno esce, chiudono. Un tizio ci dice che si sono appena concluse le selezioni del mattino, le seconda sessione riaprirà alle due e mezzo. Che fare? Gironzoliamo un po’ fino ad una piccola piazza in cui tronfio domina il busto d’Ovidio, di fronte un elegante bar “Gran Caffè” dai grandi prezzi. Ci sediamo sui gradini umidi e freddi della statua, chiacchieriamo ancora osservando l’ambiente, un altro goccetto tanto per scaldarci che manca poco. Alle due e mezzo siamo nuovamente di fronte la porta di servizio. Due signori aspettano con noi, scambiamo qualche parola. Sono il tecnico del suono e il tecnico di palco. Chiediamo informazioni su come funziona. Niente di che, sono arrivati il giorno avanti mezz’ora prima dell’inizio delle selezioni, ne sanno quanto noi. Si apre la porta entriamo. Dritti verso il palco, pronti a toglierci il dente come si dice. Mi imbatto in una signora chiedo di un tizio che credo sia l’organizzatore, questa stizzita risponde che mi sbaglio, che lei è nell’organizzazione, mi presento e lei freddamente mi chiede se siamo disposti a suonare per primi. Nessun problema. Poi getta l’asso e mi chiede se parteciperemo al galà serale e la relativa quota. Lasciamo in sospeso e ci avviamo verso il palco.
Il teatro è di media grandezza ma caldo. La tappezzeria rosso porpora crea un’atmosfera cupa aiutata dalle luci basse. I palchetti sono deserti, la platea è in fermento, i ragazzi che suoneranno dopo di noi, i vari tecnici, qualcuno dell’organizzazione credo, qualche ragazzo interessato e nulla più. Neanche una cinquantina di persone.
Il pezzo è nato per pianoforte ma per motivi tecnici non l’abbiamo mai provato con me al piano. Sul palco benché scalcinato un pianoforte c’è. Mi avvicino ma il tecnico di prima mi mette in guardia “a tuo rischio e pericolo”. Evito. Paolo va in camerino a cambiarsi. Io cerco disperatamente un bagno, gli altri iniziano il soundcheck. Ritorno sul palco per la prova microfono, chiedo un po’ di riverbero in più ma il tecnico dal fondo della sala risponde che nel mixer non c’è l’opzione (?). Non so ancora come muovermi, trovo una sedia tra i piedi, la giro con la spalliera alla platea, mi siedo, ecco la mia postura per l’esibizione. Provo qualche vocalizzo, la voce è bloccata. Sento come un ronzio alle orecchie la voce di Luca nelle sere di prova che mi ritorna in mente quando mi avvertiva: “secunnu mia t’affrunti…”
Paolo s’è perso, lo cerco, lo trovo in un camerino a discutere con un altro musicista. Tocca a noi.
Presentazione. Cristian batte quattro. Ci siamo. L’adrenalina è a mille. Il pezzo va, la sala riempita a macchia risponde con un applauso. La giuria è distante, non si nota, imperscrutabile. Siamo sotto giudizio. Credo, crediamo sia andata alla grande. Siamo molto soddisfatti. Ritorniamo dietro le quinte, è durato troppo poco, neanche tre minuti. Riceviamo i complimenti da qualcuno e ci avviamo in platea curiosi di confrontarci e di ascoltare gli altri. Un ragazzo sale sul palco si presenta e poi esclama “vai con la base”… La prossima… “vai con la base”. Un duo, finalmente suoneranno, niente, “vai con la base” e qualche riff di chitarra acustica. Finalmente un altro complesso. Suonano. Ci guardiamo negli occhi come presi da telepatia contemporaneamente. Ci sentiamo un po’ pesci fuor d’acqua. Il pomeriggio lo passiamo assistendo alle altre esibizioni. Sono le sette e decidiamo alla fine di partecipare al galà che si terrà da li a poco nel foyer. Andiamo alla ricerca della tizia dai capelli biondi che a quanto pare raccoglie le adesioni e soprattutto le quote. La segnalano sul palco, andiamo. Niente, sul palco non c’è, stanno smontando il service. Forse in platea indica qualcuno. Niente neanche lì. Un gruppo di ragazzi di Bari che come noi ha tardato ad accettare la serata ci segue. Incontriamo la figlia. “la rintraccio al telefonino pochi minuti e sarà qui”. Finalmente giunge e noi versiamo quanto dovuto nelle candide mani. Rientriamo al Salvador per rinfrescarci e riposare un po’. Alle otto e un quarto siamo attesi per il galà. Parcheggiamo in un vicoletto antistante l’entrata del teatro. Manovra perfetta. Scendiamo e ci imbattiamo in una combriccola di anziane vecchiette che ritorna verso casa dalla messa serale. Una di queste ci scruta a fondo. È lei la signora che al mattino aveva chiesto aiuto per la spesa. Si fermano, scambiamo quattro chiacchiere. Una sorride felice quando diciamo di esser di Palermo ed esclama: “mia figlia c’è stata a Palermo. Li mi racconta c’è un bellissimo, grande teatro”. Ci augurano buona fortuna per il concorso e proseguono lentamente per la loro strada come noi. Entriamo in teatro, sono tutti in platea. La giuria starà comunicando il verdetto? Corriamo. Falso allarme. Sta soltanto inculcando utili consigli a noi giovani musicisti. Uno inizia l’arringa con frasi che sembrano uscite dai pubblicitari del Dash: “Quando suonate, anche di fronte a mille, duemila persone, bene, fissate gli occhi di uno soltanto e in base alla sua reazione, all’espressione modificate il vostro modo di porvi, agire, cantare, suonare (!)…” e via discorrendo. Incontriamo gli sguardi con Paolo e commentiamo. Il mondo è bello perché vario recita il proverbio e forse è davvero così, credo di avere convinzioni sull’arte, quindi sulla musica, del tutto diverse dal rivenditore di detersivi al supermercato. Paolo lo punta e mi dice: “devo dirgli qualcosa, da qui a fine serata, devo dirgli qualcosa”. Più tardi durante cena lo vedrò discutere animatamente con il tizio del Dash. Qualcuno da sopra il palco annuncia: “i risultati dopo la cena a magnà”. Scendiamo nel foyer, ammassati l’uno accanto all’altro stanno una serie di tavoli e sedie, sedie e tavoli che accoglieranno le nostre stanche membra. Posti numerati e segnati. I Dorian Gray siederanno proprio all’entrata. Un tavolo da otto dove incontreremo due ragazzi toscani e due di Teramo se non ricordo male. Inizia la cena e ci accorgiamo che i due sperduti camerieri non si schiodano dal bancone in fondo alla sala. Un vocicchiare si alza lento, qualcuno più forte ci illumina è un self service. A posto. Anzi a caccia. A caccia di piatti, posate e non secondario di cibo. Patate arrosto cotte a fuoco lento, porchetta ben serrata e deliziosa sfoglia di lasagne compongono il nostro luculliano pasto. Riusciamo tra spinte e scivoloni a portare al tavolo la nostra cena. Risalta come un fungo in un prato di margherita un’unica, solitaria bottiglia di vino rosso. chiediamo al cameriere. “Sono state stabilite tre bottiglie per i tavoli da otto”. Perfetto siamo otto e tre bottiglie. Iniziamo a far conoscenza con i nostri vicini commensali e a scambiarci pareri e sensazioni. I ragazzi toscani si dimostrano da subito molto estroversi. Sono fidanzati, Paola e Valerio, quest’ultimo è un cantautore e si è esibito al mattino, lei lo ha seguito nel viaggio che dalla provincia di Pisa lo ha portato fino a Sulmona. Non abbiamo potuto assistere alla sua performance come lui alla nostra. Scopriamo di alloggiare nello stesso motel e che tutti i siciliani che abitano il paesino di Valerio sono a quanto pare di Castelbuono ma tra i pochi nomi che fa non riusciamo ad individuare nessuno. Tra un bicchiere e un amaro boccone Luca ravviva la serata con una sfilza di barzellette dall’humor molto inglese. Entriamo in piena sintonia. È il momento della torta. Entra altra gente, la sala sembra scoppiare, un cameriere si avvicina e ci dice che dovrà eliminare il nostro tavolo, ci ribelliamo ma alla fine barattiamo con un’altra bottiglia di vino. Accordato. Da lontano, in fondo alla sala la giuria tutta schierata e in piedi inneggia e brinda all’organizzatore pronta a pronunciare il verdetto. La lista scorre e il nostro nome non risuona nella sala diventata d’un tratto silenziosa fino a quando: “una segnalazione particolare per il testo dei Dorian Gray”, non so perché ma esultiamo divertiti, ricevo imbarazzato i complimenti dei commensali. Adesso verrà consegnato il giudizio personale a ciascuno dei partecipanti con l’attestato. Lo ritira Luca. C’è un po’ di naturale tensione, è sempre relativo ma qualcuno ha scritto con l’inchiostro le proprie impressioni sulla nostra esibizione. Decidiamo di bruciarlo di comune accordo se ci sarà qualche elemento negativo.
Luca ritorna raggiante e le sue prime parole sono: “cumpà sugnu troppu cuntentu…”:
“Suoni radicali con ovvi riferimenti alla scena di Seattle. La Band c’è, il testo poetico è molto curato, purtroppo(!) con questo tipo di musica in Italia non ci sono tante prospettive.”
Quel purtroppo vale più di mille applausi.
Decidiamo di uscire con i ragazzi toscani. Sulmona è bella e tutta da scoprire. Chiediamo in giro in quale pub si possa andare e ce ne indicano uno di nuova apertura Irish Bar. Andiamo. Passiamo alcune ora in giro conoscendo gente qua e là.[…] Ancora con l’adrenalina del pomeriggio passato su un palco.

Poi a riposo.

Terzo Tempo – Con una Panda Millecento

In sottofondo la TV e il giornalista che elenca le solite disgrazie planetarie, una delle notizie però ci riguarda da vicino, l’Abruzzo è investito da un’ondata di maltempo, si prevede neve. La parola magica che ci fa scattare sull’attenti. Valutiamo il da farsi e decidiamo di partire sul momento. Non so come ma credo sia una legge universale che una valigia ben fatta in partenza diventi un oggetto impossibile da richiudere alla fine. Così accade. Lasciamo il Salvador. Carichiamo le valigie. Sul parabrezza trovo un biglietto di Paola e Valerio. Dicono di esser scesi in città e che da li a poco anche loro partiranno. Lasciano un numero di telefono in caso li volessimo salutare. Ci avviamo verso il centro commerciale. Guardiamo un pò, si compra, qualche confetto è d’obbligo, e poi via verso Sulmona per l’ultima volta. Chiamo i ragazzi, ci aspettano all’ingresso del teatro che ormai è diventato punto d’approdo di ogni incontro sulmonese. Li rivediamo, chiacchieriamo un po’, rinnoviamo saluti e auguri con l’intento di rincontrarci a Castelbuono e perché no a Grosseto. Siamo nuovamente in viaggio, sulla strada del ritorno. La carica d’adrenalina del viaggio d’andata lascia spazio alla stanchezza, la giornata è uggiosa, inizia a piovigginare, il sole scompare lentamente dietro le nuvole, la luce via, via va scemando. Pochi chilometri e i primi fiocchi di neve s’infrangono sul parabrezza, iniziamo a preoccuparci un po’. All’unisono mi consigliano “Max vai piano”. Roccaraso e i fiocchi si fanno cespugli, la strada è ghiacciata, betsy incomincia a seguire percorsi alternativi, di testa sua.
“Frena!!!”.
“Sto frenando!!!”.
“E perché non freniamo?!?”.
“Che ne so!!!”.
Lentamente scivoliamo via ondeggiando qua e là finché ci intraversiamo. Per fortuna le macchine salgono a due all’ora. Adesso sembra opportuno montare le catene. Ci proviamo. Siamo sotto la bufera. C’è un freddo cane. Cristian e Paolo armeggiano. Le catene non sono proprio della panda, ma universali(?) almeno speriamo. Dopo qualche tentativo sembrano montate. Riparto. Track, track e il rumore scompare.
“Le abbiamo di certo perse, andiamo avanti comunque”.
“Ragà sento il volante rigido, non gira…”.
Nel frattempo ai tanti suoni e rumori tipici di betsy se ne aggiungono altri. Sale la preoccupazione come l’intensità della nevicata. Continuiamo a pattinare liberamente sul ghiaccio, sterzo e controsterzo. Ci fermiamo nei pressi di una locanda, riesco ad accostare al margine della strada, si cerca di capire cosa succede. Le catene sembrano scomparse, si guarda meglio e si scopre che sono incastrate nei braccetti. È necessario toglierle. Serve un cric… E chi l’ha mai usato?!?. Apro il cofano motore, dovrebbe essere sotto la ruota di scorta. C’è. Cazzo è rotto? In realtà il cric della panda è particolare, si incastra e fa leva sulla struttura. Lo capiamo dopo mezzora, dopo un altro cric chiesto in prestito ai gestori della locanda (uguale al nostro) e dopo che Paolo rincorre una panda che passa di lì con il cric in mano come se volesse aggredire qualcuno quando in realtà cerca di capire come cazzo funziona il coso. Riusciamo a sollevare betsy e dopo varie e varie imprecazioni a disincagliare le catene. Procediamo ad andatura più che ridotta. Passa il gatto delle nevi. Spazza la strada, si cammina meglio, iniziamo a scendere abbiamo abbandonato i mille e passa metri di Roccaraso, la strada si fa più agibile. Piove soltanto. Meglio così.
Dopo un’interminabile viaggio, almeno così è parso, giungiamo alle porte di Nola, dopo aver seguito le indicazioni telefoniche di Fabio. Abbiamo appuntamento presso un rivenditore di auto. Scendiamo a sgranchirci ancora una volta. Un tizio s’avvicina e vuol pagare Cristian, lo crede il parcheggiatore di turno(?). Arrivo Fabio, ci salutiamo. Ci conduce a casa sua. L’interland di Nola è compresso in pochissime centinai di metri scorriamo paesi e paesini. Arriviamo.
L’accoglienza meridionale si nota subito, i familiari ci mettono a nostro agio. La nonna si rivela un personaggio simpaticissimo. Ci rinfreschiamo il corpo e le idee. Il signor Nappi, padre di Fabio, ci propone la pizza a metri(?). Da quelle parti si usa così, non la pizza rotonda ma a metri. Beh ero abituato al metro di birra, ma ogni alimento si può misurare a metri a quanto pare. Ci propone due tipi di pizza con patatine e la classica napoletana che non è come la crediamo noi ma: “Pomodoro, aglio, origano e acciughe, ma le acciughe non le faccio mettere, assaggerete quelle mie, è meglio”. Fatto! Dopo poco ritorna con un metro e mezzo di pizza. Ceniamo. I signori Nappi ci presentano un po’ d’assaggi di vino e prodotti tipici del luogo, non sarà che l’anteprima, e ridotta, del pranzo che c’aspetterà l’indomani. Fabio ci porta in giro, si sceglie come è ovvio Napoli. L’impressione è di una città ancora più caotica di Palermo, e grande. Conosciamo alcuni amici e ci avviamo verso un pub, lo Jail. È uno scantinato diviso a cellette. Claustrofobico. Manca l’aria. Un gruppo si esibisce, niente male anche se il suono è smorzato dall’ambiente angusto. Rimbomba tutto. Beviamo qualche drink e poi nuovamente in giro per la chiusura in corsetteria. Ritorniamo stremati a casa. Troviamo già tutto bell’e pronto. Tre alloggeranno nell’appartamento della nonna e uno su con Fabio. Cristian e Paolo fanno coppia nel matrimoniale io mi spaparanzo sulla brandina. Si scherza fino alle quattro e mezza poi tutti a nanna. Domani mattina si gira Napoli.
Si… Ci svegliamo verso l’una. Andiamo a comprare un po’ di dolci. Le donne di casa sono in fermento, al lavoro per il pranzo degli ospiti, il signor Nappi è già uscito in cerca di quella meraviglia che è la mozzarella di bufala Campana. Rientriamo dal giro babbà; per le due si pranza. Ovvero inizia il tour de force. Un po’ di tutto grazie. Primo, secondo, polenta e vino locale ad annacquare il pasto. E poi la mozzarella e i dolci, e il pane di casa. Full. Chiamano al telefono. Una cugina di Fabio festeggia il compleanno, siamo invitati. Altri dolci… Facciamo pochi metri e ci ritroviamo nell’abitazione degli zii. Un po’ di imbarazzo iniziale viene subito smorzato, mi ritrovo al piano, non so come a risuonare il pezzo del concorso. Poi accenno qualche canto siciliano. Lascio il posto al cugino pianista ed inizia lo spettacolo. Ci produciamo nel più classico dei repertori della canzone classica napoletana. Da o’ scarraffone a tu vo’ fa l’americano, a malafemmena… Il tempo vola, sono le cinque. A pelo… Il traffico dovrà essere dalla nostra parte. Salutiamo, ringraziando per la speciale accoglienza. Direzione Napoli, zona portuale, allerta a non sbagliare. Entriamo al porto, costeggiamo il Maschio Angioino e dopo varie e varie corsie preferenziali e attraversamenti di marciapiedi giungiamo all’imbarco Snav. Sono le sette meno un quarto. In tempo. Il mare è in movimento, sarà un viaggio sentito. Eccome. Ci distraiamo visitando in lungo e largo la nave come non avevamo fatto all’andata. Ci intrippiamo in sala giochi. Tutti arcade degli anni ottanta e si ritorna bambini, almeno per un po’… Poi nuovamente sul ponte centrale. Ormai siamo in confidenza col maestro, sempre quello di prima, e concordiamo un repertorio da eseguire insieme. Da Yesterday a Vedrai, vedrai… passando per divertenti canzoni estive degli anni ottanta(non ricordo più i titoli). Il cinema riproietta L’ultimo bacio e Mortal Kombat saltiamo il primo e rimaniamo fottuti nel secondo. Una cagata senza precedenti. Si fa mezzanotte passata.
A nanna.
Suona la sveglia, saltiamo dai letti (se cosi possono chiamarsi), lasciamo la nave. Neanche quattro giorni e mi ritrovo nuovamente sulle strade di Palermo. Immerso nel traffico e nel trambusto amico. Accompagno i ragazzi. Ritorno in camera. Richiudo la porta e mi lascio alle spalle questa esperienza dormendo d’un sonno profondo come non accadeva da quattro giorni.

Questo è lo spiccio resoconto di un viaggio tanto breve quanto grande. Come il lettore capirà non tutto, perché impossibile, è stato trascritto. Un viaggio che ha compreso e compresso quattro differenti viaggi, quattro modi diversi di vivere un’esperienza.
E ritorniamo alle nostre case…

[14 Gennaio 2004 ]

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