Terlamenbocht



Il mondo s’avvicina, velocemente, e si fa più piccolo ai miei occhi. Il mondo non fa rumore fuori, chè il rombo del motore lo nasconde, e copre i miei pensieri. Con lo sguardo teso davanti a me, non scorgo i volti della gente assiepata lungo i tornati, grondante di sudore, mani in aria e gambe saltellanti ad intonare cori e canti di vittoria. Tutta quella gente lì, ad aspettare, con l’aria che sputa calore ad ogni respiro, ad ogni passaggio.
Io sto dall’altra parte e mi trovo bene. A mio agio in un pozzetto ricavato nella lamiera incandescente. Il tempo corre e lascia una scia di fumo, mentre qualcuno prova a prendermi.
Ho vinto qualche gara e ne ho perdute molte altre.
Uscendo al mondo con le ginocchia piegate, quasi fossi nel ventre di mia madre, con l’imbarazzo di ritrovarmi a respirare un aria nuova, diversa da quella che era. E spesso con i polsi dolenti ho stentato a sfilare i guanti, mentre le mani intirizzite dall’adrenalina mostravano la paura di una staccata tirata oltre il limite.
Ho vinto qualche gara e ne ho perdute molte altre.
Ma là dentro il mondo non fa rumore, e nasconde i miei pensieri.
Ci sono suoni in giro che non sapresti dire. Non parlo di una musica ben definita, roba da strumentisti, voci, cantanti dispersi chissà dove, parlo della musica che segue il ruggito di un motore.
E ti chiama a raccolta.
E tu obbedisci, e corri verso di lei.
Come fosse una donna.
La insegui, e provi a tenere la scia, e tagli la curva per giungere prima a casa, prima che la notte nasconda tra le braccia il suo sorriso, prima che il respiro del silenzio ti dica di rimanertene quieto per quella volta.
Così corri, per non voler pensare a quello che troverai fuori, alla fermata del motore. E imprechi per un fottuto sorpasso andato a male, per il doppiato in traiettoria che non vuole saperne di farsi da parte, per l’orgoglio che lo tiene in pista, per la scia che lo ha lasciato indietro. Per l’orologio che batte la tua ora ma non sai quanto manca ancora al prossimo avversario. E non lo non vedi oltre quell’orizzonte mobile che si fa piccolo ai tuoi occhi.
Ho vinto qualche gara e ne ho perdute molte altre.
Ci sono curve che non sai dire, difficili da pronunciare nel nome, e scarti che non ti aspetti, e ci sono attimi da raccontare davanti al focolare domestico, stringendo tra le mani una tazza bollente di the, mentre gli occhi rapiti di un bambino ascoltano le storie delle tue corse a perdere. Ci sono attimi che non vorresti raccontare, lontano da casa, senza fiamme né crepitio di legna ad ardere, e luce negli occhi di occhi che ti ammirano. Ci sono attimi che non conosci, e scivolano via, saltano su una ruota troppo lenta per trattenere la corsa della tua vita. In quegli attimi vedi il cielo così vicino, come se qualcuno l’avesse spinto giù fino a sfiorarti i capelli, e ti ritrovi a danzare a qualche centimetro da terra, senza presa sull’asfalto che ti permetta di prendere al meglio la prossima chicane. In quegli attimi che durano poco e sanno d’eternità vedi la gente assiepata oltre la recinzione metallica, e la osservi bene, e incontri lo sguardo di ciascuno perso nel gioco di un’esplosione comune che ti proietta come una foglia al vento lungo la strada.
Veloce come non hai fatto mai.
E indietro rimangono tutti, avversari, amori e figli a inseguire la scia.

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