Transeuropa Edizioni


Cinque domande, uno stile, ritorna in casa editrice. In quest’occasione per bocca di Giulio Milani, editore di Transeuropa Edizioni – nonché scrittore di lungo corso, tra le cui produzioni si annoverano il racconto d’esordio “La pianista”, contenuto nell’antologia “Coda” (Transeuropa Edizioni, 1995) ad omaggiare l’appena scomparso Tondelli e il romanzo “La cartoonizzazione dell’occidente” (Transeuropa Edizioni, 1999).

 

 

Qual è lo spirito che caratterizza il suo essere editore?

Sono entrato nell’ambiente editoriale/letterario a ventitré anni, quando un mio racconto fu selezionato da Giulio Mozzi e Silvia Ballestra per la prima antologia under 25 del dopo Tondelli, Coda, uscita nel 1996 in contemporanea con l’antologia dei Cannabili. Loro erano i Cannibali e noi, per il critico Renato Barilli, i Vegetariani. Questa distinzione mi ha fatto sempre sorridere, ma non è detto che non avesse un senso e non prefigurasse una biforcazione ancora attuale. Fu un periodo davvero incredibile, nella Transeuropa che aveva scoperto e lanciato il Jack Frusciante di Brizzi: sembrava che l’intero mondo editoriale, grande e piccolo, girasse intorno ad Ancona. Io stavo scrivendo un romanzo, che venne poi pubblicato alla fine del 1998, La cartoonizzazione dell’Occidente (oggi ripubblicato da Laurana nella sua collana di “piccoli cult”): quando il libro uscì, la casa editrice aveva già iniziato una parabola discendente per quella serie di vicissitudini che alle volte accompagnano la gestione di un successo inaspettato, fuori misura rispetto ai limiti strutturali. Nel frattempo, io ero uno dei pochi autori di quel gruppo interessato anche all’ascolto dei libri degli altri: avevo iniziato, di fatto, un percorso di apprendistato da editor con Massimo Canalini, il talent scout della casa editrice, e in seguito alla crisi degli anni 1999/2003 decisi di rifondare con lui la casa editrice. Per farla breve divenni, a trentadue anni, l’amministratore della nuova società: per me, era un modo per continuare a occuparmi di una determinata passione – i libri, lo studio, la lettura – con l’idea di trasformarla in un lavoro. Ci sono riuscito solo in parte, perché la ricerca sugli esordienti, la poesia, la saggistica filosofica, non sono proprio campi così floridi dal punto di vista economico. Però è stata una “scuola di botte” molto utile: sono caduto e mi sono rialzato più di una volta, le ho prese e le ho date, non ho mai smesso di “crederci” e oggi posso dare “lezioni di sopravvivenza” con una mia cocciuta autorevolezza in materia. Questo è lo spirito. Un fight club senza spargimento di sangue, dove ci si sbatte e ci si mena per fare la rivoluzione in campo letterario.

Quale peculiarità deve avere un testo per poter essere pubblicato?

Ho pubblicato testi anche diversissimi tra loro, per genere, per stile, per intonazione prevalente, per impostazione politica, religiosa, ecc. Considero l’editoria una palestra di democrazia e di inclusione. L’unica caratteristica comune deve essere la qualità letteraria, che è una componente pattizia – ossia nulla di oggettivo, d’accordo – ma per me dovrebbe essere sempre presente almeno come tensione ideale. Oggi cerco quel tipo di libri che possano qualificarsi come eventi, agli occhi di un lettore attento, e non come novità tra le tante. Ho scoperto di aver fatto mio un motto leninista, spogliato della vernice ideologica: «Meglio meno, ma meglio.»

Qual è il libro che ha amato di più da lettore e quale le ha dato maggiori soddisfazioni da editore?

Da lettore, non riesco a definire un solo libro perché ne ho amati diversi e li ho diversamente amati a seconda del periodo in cui li ho letti e per l’utilità, e quindi il valore, che ne ho tratto. Molti classici, ovviamente, su tutto. Posso invece indicare un autore più decisivo di altri, ma non è un romanziere; è un pensatore che si è avvalso dei romanzi per costruire la sua teoria antropologica: René Girard. Di questo autore, per una forma di innamoramento palese, sono anche diventato il secondo editore in Italia dopo Adelphi.
I libri che invece mi stanno dando maggiore soddisfazione, più che da editore da show-runner, sono quelli che sto producendo nella collana Wildworld, che usa tecniche innovative e ha una sua poetica ben definita. Al momento, questi libri rappresentano la punta di diamante della mia ricerca editoriale e letteraria.

C’è stato, nel suo percorso di vita, netto e distinto, un momento di scelta in cui ha affermato a se stesso “voglio vivere tra i libri e di libri?”

Ricordo che a un certo punto della mia vita, mi pare intorno ai vent’anni, decisi che avrei scritto e basta. Abbandonai gli studi in legge, che pure si rivelarono utili nel mio lavoro di editore, e passai a lettere, quindi mi laureai in storia (tardivamente). Nel frattempo, come ho spiegato, intorno ai ventitré anni venni anche scelto per far parte di questa melodrammatica, folle consorteria dei book addicted.

In quale misura crede che la letteratura oggi riesca ad incidere nella società e con quale forza lo scrivere costituisca un gesto politico?

Nell’epoca delle “narrazioni”, che poi è quella in cui stiamo capendo per la prima volta nella storia dell’uomo come costruiamo una realtà di per sé priva di senso, la scrittura, il linguaggio, la letteratura hanno un’utilità (e quindi un valore) fuori discussione. Questo aspetto, che io considero “performativo” proprio perché crea un senso là dove non c’è, può incidere nella realtà umana con la stessa forza della politica, che infatti si serve o cerca di servizi in ogni modo del potere seduttivo e persuasivo delle parole. Ma lo scrittore, al contrario del politico o dello scienziato, non lavora per trovare (o per prometterci) le soluzioni, le risposte. Lo scrittore, il romanziere, come diceva Tondelli, “lavora al mistero del mondo” e deve lasciare libero il lettore di tirare da solo le sue conclusioni, di inventarsi il suo gioco, il suo ancoraggio nel mondo. Altrimenti è un favolista, un pedagogo, un classista, il sacerdote servo di un potere che esige l’adesione a una visione univoca della realtà umana e che impiega la psicopatologia, la costruzione di emergenza per esercitare il relativo controllo.

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