E di questo nessuno parla



Le solite cazzate, c’era da immaginarselo. Dissoluta, distillata, evaporata nella notte, come una goccia d’alcol.
Il tabù d’un numero difficile da oltrepassare e bla bla bla, pagine e pagine vergate d’inchiostro nero, corvino, luttuoso, come il colore dei miei capelli. Anche questo m’è capitato di leggere stamani.
La costruzione di un dolore, quotidiano, che t’insegue, mentre vorresti spegnere tutto attorno a te, di questo nessuno parla.
Io sono morta. Lo dicono i giornali, lo grida la gente, e qualcuno piange pure. Sono morta, ma non ieri. Di questo nessuno parla, nè urla, ma tace.

Che tipo eccentrico quella lì, null’altro di diverso sapevano dire. Bella voce, particolare, un modo di graffiare l’anima. Sì, in qualche modo quello scricciolo di donna ti viene dentro, e lì si ferma più di un istante. Il tempo necessario per lasciarti qualcosa a covare. Nel bene e nel male. Non c’è frivolezza nel suo incedere. E’ lento, pesante, fastidioso talvolta, ma rimane dentro. Forse ne facciamo un simbolo del soul, è da qualche anno che non produciamo qualcosa di scoppiettante. Quel tipino lì, con le gambe storte e barcollanti, e quello sguardo che a incontrarlo per strada non noteresti neppure, quel tipo lì, diciamo ha un non so che. Un non so che ci può far tirar su un bel gruzzolo. Le labbra, sì, il modo in cui le stringe, e quando parla, e canta. Dà la sensazione di esser pronta a far l’amore in ogni sospiro. Punterei su di lei, nuova regina del soul. Il trono è vacante del resto. Ma dobbiamo costruirle attorno qualcosa di significativo. Che se ne parli, ad ogni modo. Forse sarebbe meglio farla finire dritta dritta in gattabuia. Una notte, almeno una notte. Sì, in alcuni casi è necessaria una notte per stravolgere il giorno che verrà. Magari renderla impresentabile per la strada, sbronza da fare paura, così che giornali e televisioni come cani affamati si avventino su quel mucchio d’ossa succulento. Serrando la mandibola. E una scia bianca che segni il suo cammino, quella non può mancare.

Ci sono denti aguzzi, affilati che ti entrano dentro e lacerano più di quanto una ferita sul costato possa mostrare. E quei denti tu lì hai conficcati nell’animo, e non vengono mica da fuori, ma attraversano la mente e i suoi pensieri. Poi rimani sola con te stessa, e capisci bene di non essere abbastanza forte da poterlo sopportare. Incontri una bottiglia e ti leghi ad essa, in maniera morbosa. Scuoti le vene più di quanto il tuo sangue sia in grado di fare e la cosa ti piace, come una bella scopata, così la ripeti. E poi se hai ancora voce continui a cantare. La mia di voce s’è spenta troppo in fretta, non ieri come la gente è portata a credere, ma tempo fa.
Stanca di cantare, scivolo via, come una goccia d’alcol al lume di candela, e risalgo verso il soffitto, e nel silenzio di questa camera mi spengo.
Non leggete i giornali cari miei, solo cazzate, e di questo nessuno parla.

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