{"id":1000,"date":"2011-08-02T20:49:10","date_gmt":"2011-08-02T19:49:10","guid":{"rendered":"http:\/\/vagabondoebbro.altervista.org\/blog\/?p=1000"},"modified":"2011-08-02T20:49:10","modified_gmt":"2011-08-02T19:49:10","slug":"ofelia","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.massimilianocitta.it\/blog\/ofelia\/","title":{"rendered":"Ofelia"},"content":{"rendered":"<p><center><br \/>\n<a href=\"http:\/\/vagabondoebbro.altervista.org\/blog\/wp-content\/uploads\/2011\/08\/300px-Millais_-_Ophelia.jpg\" target=\"_blank\" rel=\"noopener\"><img decoding=\"async\" class=\"aligncenter size-full wp-image-1001\" title=\"300px-Millais_-_Ophelia\" src=\"http:\/\/vagabondoebbro.altervista.org\/blog\/wp-content\/uploads\/2011\/08\/300px-Millais_-_Ophelia.jpg\" alt=\"\" width=\"300\" height=\"218\" \/><\/a><\/center><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Si ritrov\u00f2 tra le mani un vecchio programma di sala, ingiallito, mal piegato e macchiato dalle gocce del tempo. Lo scrutava immergendosi nel ricordo, sapendo bene cosa significasse. Erano gi\u00e0 trascorsi vent&#8217;anni da quello spettacolo. E quel foglietto che manteneva ai suoi occhi una certa eleganza era rimasto muto e in silenzio tra le sue memorie. Celato tra le pagine di uno dei libri pi\u00f9 cari. Uno di quelli che i pochi ospiti graditi al piccolo monolocale avrebbero di certo incontrato, calpestato, spostato dal ripiano della cucina, o tolto dal tavolo insieme a qualche cicchetto di whisky lasciato evaporare. Forse quel volume, dalle parole sgualcite perch\u00e9 troppe volte ricercate, poteva dirsi il suo romanzo preferito. O forse no, ch\u00e8 non era in lui la volont\u00e0 di definirlo tale o classificarlo in relazione ad altri, di certo era un grande amore, ancora vivo. E in quel viaggio tra le carte che tutto avevano detto prima che il mondo si sbriciolasse davanti agli occhi del lettore, il correttore di bozze s&#8217;era spesso perduto, pi\u00f9 d&#8217;altre occasioni. Fin dalle prime volte che, come in una passione furiosa, aveva scoperto il vizio della letteratura, e non se n&#8217;era pi\u00f9 distaccato. Peggio della bottiglia, del blues, di Beethoven. Pi\u00f9 viziato dalle parole che dalla vita, pi\u00f9 lascivo e perduto nelle vicende romanzate che nel calore fuggevole di una fica a poco prezzo. Avrebbe voluto conoscere il viaggiatore di quella storia, lo zingaro che pi\u00f9 d&#8217;ogni altro personaggio incontrato fino ad allora l&#8217;aveva affascinato. Soggiogato anche. S&#8217;era spesso chiesto da dove provenisse, e in che luogo avesse ritrovato quelle carte che tutto dicevano.<br \/>\nE poi il nome. Melquiades. E l&#8217;idea che s&#8217;era fatto.<!--more--><br \/>\nE oltre il vecchio viaggiatore spesso s&#8217;era specchiato negli occhi spenti del colonnello Buendia, sopravvissuto a tutti tranne che a se stesso e alla sua malinconia. Quel romanzo era il suo viaggio, e l&#8217;anonimo uomo del terzo piano credeva che altri cent&#8217;anni di solitudine l&#8217;avrebbero atteso al varco.<br \/>\nIl correttore di bozze era cos\u00ec.<br \/>\nVenuto al mondo per sbaglio, legato alla sindrome della farfalla che non s&#8217;era mai scrollato di dosso, aveva mentito a se stesso, ogni santo e inquieto giorno della sua vita, per andare avanti. Enfaticamente viveva il tempo al di fuori delle convenzioni comuni. Col risultato di ritrovarsi a poco pi\u00f9 di quarant&#8217;anni senza nulla da lasciare, e nessuno a cui poter distribuire quel nulla che gelosamente custodiva nella mente. Aveva parole, scritte talvolta nei posti pi\u00f9 impensabili, legate alle pareti, lasciate scivolare nel pavimento lercio. Soltanto parole e poco d&#8217;amore.<br \/>\nIn quel programma di sala, vecchio di vent&#8217;anni, rivide gli occhi dell&#8217;attrice che all&#8217;epoca frequentava. Trasparenti e diafani, capaci di mostrarne l&#8217;anima. Lei bionda, e candida da vederle quasi il cuore oltre quel petto che respirava piano, quasi a non voler fare rumore. Eppure era una grande attrice, e pertanto forse mai era stata bionda, e neppure quegli occhi cerulei che lui tratteneva tra i ricordi erano stati tali. L&#8217;aveva seguita a lungo, per un tempo che erano riusciti a definire entrambi un secolo, ma forse non era stato che il susseguirsi di poche settimane confuse. Lei e il teatro, la pantomima, la maschera calata sul volto e scalzata alla bisogna. Ofelia e la sua lacrima perduta nelle acque, Giocasta e la virt\u00f9 smarrita, Desdemona e l&#8217;inganno che la soffoca. Tutti ruoli in cui eccelleva per il tono tragico della voce che la natura le aveva regalato. Questo credeva il correttore di bozze, e talvolta immaginava che fosse davvero cos\u00ec. L&#8217;aveva seguita presso tutti i teatri della capitale, e poi insieme a sorbire il caff\u00e8 della sera, prima della buonanotte persi tra i sospiri silenziosi degli amanti attorno a loro. Parlavano e avevano di che raccontare. Ciascuno dentro la propria maschera come il gigante della montagna ha spesso incosapevolmente insegnato. E si raccontavano, per quello che speravano potessero essere, e invece non erano riusciti a vivere. Costruivano vicende dalle alterne fortune e dentro le loro storie si nascondevano, come piccoli scrittori. Poi lei cambi\u00f2 compagnia teatrale e intraprese la sua carriera seguendo il vento del nord. Qualche anno dopo il correttore di bozze rimasto nella capitale ebbe sue notizie, una breve lettera in cui l&#8217;attrice raccontava di s\u00e8 e di ci\u00f2 che la vita le aveva dato. Ma era tutto fuorch\u00e9 una confessione, come ogni attore recitava un nuovo soggetto da mettere in scena.<br \/>\nPrese il programma di sala che aveva tenuto tra le dita in quel viaggio a ritroso e lo spezzett\u00f2 finemente fino a disperderne i cocci come coriandoli oltre la finestra.<br \/>\nEra una notte di tempesta.<br \/>\nTir\u00f2 su dal tavolo la solita bottiglia e inizi\u00f2 ad intonare un altro brano di Tom Waits, Christmas Card From a Hooker in Minneapolis, mentre dall&#8217;angolo della strada qualcuno imprecava contro il cielo, contro dio e contro quel folle che a petto nudo gracchiava nel fragore della notte.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Si ritrov\u00f2 tra le mani un vecchio programma di sala, ingiallito, mal piegato e macchiato dalle gocce del tempo. Lo scrutava immergendosi nel ricordo, sapendo bene cosa significasse. Erano gi\u00e0 trascorsi vent&#8217;anni da quello spettacolo. E quel foglietto che manteneva ai suoi occhi una certa eleganza era rimasto muto e in silenzio tra le sue memorie. Celato tra le pagine di uno dei libri pi\u00f9 cari. Uno di quelli che i pochi ospiti graditi al piccolo monolocale avrebbero di certo incontrato, calpestato, spostato dal ripiano della cucina, o tolto dal tavolo insieme a qualche cicchetto di whisky lasciato evaporare. Forse quel volume, dalle parole sgualcite perch\u00e9 troppe volte ricercate, poteva dirsi il suo romanzo preferito. O forse no, ch\u00e8 non era in lui la volont\u00e0 di definirlo tale o classificarlo in relazione ad altri, di certo era un grande amore, ancora vivo. E in quel viaggio tra le carte che tutto avevano detto prima che il mondo si sbriciolasse davanti agli occhi del lettore, il correttore di bozze s&#8217;era spesso perduto, pi\u00f9 d&#8217;altre occasioni. Fin dalle prime volte che, come in una passione furiosa, aveva scoperto il vizio della letteratura, e non se n&#8217;era pi\u00f9 distaccato. Peggio della bottiglia, del blues, di Beethoven. Pi\u00f9 viziato dalle parole che dalla vita, pi\u00f9 lascivo e perduto nelle vicende romanzate che nel calore fuggevole di una fica a poco prezzo. Avrebbe voluto conoscere il viaggiatore di quella storia, lo zingaro che pi\u00f9 d&#8217;ogni altro personaggio incontrato fino ad allora l&#8217;aveva affascinato. Soggiogato anche. S&#8217;era spesso chiesto da dove provenisse, e in che luogo avesse ritrovato quelle carte che tutto dicevano. E poi il nome. Melquiades. 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