{"id":142,"date":"2010-12-29T20:47:17","date_gmt":"2010-12-29T19:47:17","guid":{"rendered":"http:\/\/vagabondoebbro.altervista.org\/blog\/?p=142"},"modified":"2020-11-14T20:01:26","modified_gmt":"2020-11-14T19:01:26","slug":"tornanti","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.massimilianocitta.it\/blog\/tornanti\/","title":{"rendered":"Tornanti"},"content":{"rendered":"<p><a href=\"http:\/\/www.massimilianocitta.it\/blog\/wp-content\/uploads\/2010\/12\/marco_pantani-1.jpg\"><img decoding=\"async\" src=\"http:\/\/www.massimilianocitta.it\/blog\/wp-content\/uploads\/2010\/12\/marco_pantani-1.jpg\" alt=\"\" width=\"241\" height=\"340\" class=\"aligncenter size-full wp-image-5213\" srcset=\"https:\/\/www.massimilianocitta.it\/blog\/wp-content\/uploads\/2010\/12\/marco_pantani-1.jpg 241w, https:\/\/www.massimilianocitta.it\/blog\/wp-content\/uploads\/2010\/12\/marco_pantani-1-213x300.jpg 213w\" sizes=\"(max-width: 241px) 100vw, 241px\" \/><\/a><\/p>\n<p style=\"text-align: right;\">Vado cos\u00ec forte in salita per abbreviare la mia agonia.<br \/>\n[M.Pantani]<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il serpentone \u00e8 piccolo, lo scorgo appena, pochi tornanti sopra le nuvole. Si muove, strisciando, lento e impassibile come su un binario certo e deciso che sa dove andare, mentre io ondeggio, sul filo di un tubolare che incerto vira qua e l\u00e0. La vita, un tubolare. La vita in un tubolare che similmente vira e danza e si scosta prima che si sia in grado di centrare il punto giusto, di una appartenenza serena.<br \/>\nIl serpentone \u00e8 piccolo, lo scorgo appena, pochi tornanti sopra il mio capo, madido di sudore e riflessi di memorie evaporate.<br \/>\nMemorie d\u2019infanzia sulla spiaggia a respirare aria umida e densa che t\u2019entra dentro e talvolta pare mandarti in corto di fiato. E le onde, una sull\u2019altra a rincorrersi, a spegnere il fragore della spuma, nell\u2019essere ricacciate indietro dalla risacca. Uno schiaffo di vento, e ti ritrovi indietro, a guardare tutti di spalle, mentre quel vento, maledetto t\u2019ha tagliato fuori dalla scia. E te ne resti l\u00ec, fermo sull\u2019asfalto che sembra sabbia e ti risucchia nella fatica di rimanere immobile. Piantato.<br \/>\nIl serpentone \u00e8 piccolo, lo scorgo appena, posso tendere le braccia in avanti a sfiorare l\u2019orizzonte, le dita allungate, le gambe tese, in un ultimo estenuante tentativo di afferrarlo. I denti stretti, che non passi aria, e il pensiero, un solo pensiero che muove ogni cosa attorno a me, e trattiene ogni goccia di vita, e mi tiene sospeso tra la folla e l\u2019asfalto.<br \/>\nUn solo pensiero: riprenderli.<br \/>\nLa spiaggia \u00e8 lontana, come il brusio dei bagnanti, sempre sorridenti, a bocche larghe. Talvolta sguaiate nel parlar dei passanti, delle belle signore dai costumi attillati e i pensieri nascosti dietro enormi lenti oscurate. La spiaggia \u00e8 lontana e la spuma non mi rinfresca pi\u00f9 il viso come allora, adesso il caos mi circonda, clacson e urla, freni d\u2019auto a stridere, prima che il guardrail sia l\u2019ultima corsa, e motori fumanti, stanchi d\u2019andare, come fosse possibile farlo.<br \/>\nFermarsi. O cadere.<br \/>\nFermarsi e cadere, ch\u00e9 quando rimani sospeso su di un tubolare incandescente, spesso finiscono per essere sinonimi. Fermarsi e cadere.<br \/>\nCome a me \u00e8 accaduto. Cadere. O morire. Che in certe occasioni \u00e8 lo stesso. Nelle volte in cui vai, e ti lanci, e sei oltre quel metro che dovrebbe tradirti, e t\u2019impegni e ci credi. Per tutte quelle volte che hai percorso la strada e ne conosci la forma, l\u2019odore, il gusto d\u2019andare e ne anticipi il tratto, quel dosso nascosto, il manto rifatto che \u00e8 pronto a sfidarti, e non senti che l\u2019aria a sfiorarti la pelle. Certe volte nel gelo, coi compagni che imprecano, t\u2019imprecano addosso, e quelle volte nell\u2019afa che per nulla ti solleva il cammino e t\u2019avvolge, e t\u2019abbraccia, senza che tu ne abbia voglia o possibilit\u00e0 di svincolarti. \u00c8 la morsa che stringe e spezza il fiato, per quel poco che ne resta.<br \/>\nCadere, morire, andare. Certe volte rialzarsi. Come a me \u00e8 accaduto.<br \/>\nLa fatica dell\u2019essere a terra, disteso. L\u2019asfalto duro, inospitale e ogni cosa ti appare distante, dolorosamente distante, mentre le gambe cigolano e la paura ti assale, che qualcosa sia andato di traverso, oltre i raggi delle fragili ruote, e le ossa e i muscoli che forse t\u2019hanno tradito.<br \/>\nPoi, ti sollevi lentamente, ascoltando ogni scricchiolio che dentro quel corpo dolente risuona, e un sospiro solleva il petto, l\u2019anima e la voglia di saltargli ancora addosso, al destino. Quel destino che conosci da tutta una vita, da quando in famiglia ti \u00e8 stato presentato che avevi a stento le gambe per salirci su. Quel destino di tubolari incrociati e pedali cos\u00ec leggeri da volar via al primo soffio di vento, cos\u00ec pesanti da non potersi scostare, nemmeno fossero cime di una vetta immobile da secoli.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Un tipo mi cerca, mi segue, mi guarda, mi spinge. La pena negli occhi e a parole distratte mi incita: \u00abMarco, Marco, Marco\u00bb, ma non \u00e8 che il mio nome e a poco serve quel nome quando scali frequenze nel passo, quando il passo non muove le ruote, quando il sole che scioglie l\u2019asfalto ti si appiccica addosso e non puoi risalire.<br \/>\nMi guarda quel tipo bizzarro e mi sfiora la maglia, mi colpisce la schiena senza alcuna violenza, e corre, e suda, e ansima e prega. Lo sento pregare, lo credo pregare, o forse son io che voglio. Pregare. Sperare che ogni cosa finisca, che la fatica si plachi, che quel dolore al costato mi abbandoni, scivolando oltre i pedali. Ma sono pochi metri, nemmeno cinquanta, che l\u2019omino colorato, dal baffo fluente rimane dietro, fermo, incredulo.<br \/>\nAvrebbe voluto lanciarmi, come per quelle macchinette a molla che da bambino facevo scorrere lungo il pavimento di casa. Un tiro indietro e via, contro la parete, a far vibrare la credenza di mamma, carica di monili e stoviglie stipate da una vita, la nostra, per quel che ci portiamo dietro del passato, per la memoria dei morti, che vivono ancora se hai foto da scorgere e ricordi da dire.<br \/>\nQuel tipo \u00e8 lontano e il tornante risale, s\u2019alza la strada, s\u2019avvicina l\u2019inferno. Le urla invadenti ancora una volta provano a far capolino tra i miei pensieri, ma c\u2019\u00e8 poco da fare, pensare o ricordare. Guardo la strada, la fisso in un punto, la seguo, tratteggio una linea ideale che separa me da loro.<br \/>\nCos\u00ec t\u2019illudi d\u2019essergli a un passo, a ruota. T\u2019illudi d\u2019aver fatto il possibile per esserci, per stargli dietro e sentire la loro fatica che si fonde alla tua e stai l\u00ec, convinto di poterli raggiungere stringendo le mani sul manubrio, scaricando ogni residuo di forza che t\u2019\u00e8 rimasto in corpo sui pedali. Ti ergi, oltre il dolore che avverti in ogni singolo muscolo.<br \/>\nSei l\u00ec, pronto, basta un ultimo scatto.<br \/>\nE invece&#8230;<br \/>\nE invece la fatica ti allontana, e la scia di sudore, che invano hai inseguito, svanisce e sconfina, verso una discesa che non ti appartiene pi\u00f9.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">A volte accade di ritrovarti davanti agli occhi situazioni cui eri abituato un tempo, e le osservi. E, viste da un\u2019altra prospettiva, le scorgi meno familiari di quanto pensavi. Ho arrancato per molto tempo, in precario equilibrio e quanta strada ho fatto non saprei dire. Eppure ricordo bene le sfumature dell\u2019asfalto. Ve le potrei descrivere.<br \/>\nQuell\u2019asfalto incandescente, che ogni cosa brucia, e trattiene l\u2019ultima parola detta. La bestemmia scivola invece, \u00e8 cosa nota, e si perde in mezzo ai campi.<br \/>\nSull\u2019asfalto mi sono svegliato, ho mangiato, sorriso, pianto, bevuto, pisciato in diretta. Sull\u2019asfalto ci sono finito in frantumi, a raccogliermi i pezzi di ossa troppo presto arresesi all\u2019impatto.<br \/>\nIo no.<br \/>\nQuell\u2019asfalto me lo sono chiamato amico. E l\u2019ho segnato col mio incedere frenetico verso la cima. Nonostante tutto. Nonostante le volte in cui ogni cosa sembrava rimanergli appiccicata e hai voglia a spingere su quelle pedivelle, hai voglia a metterti in piedi, hai voglia a sudarci su tubolari cos\u00ec leggeri.<br \/>\nLeggero, il mondo sembrava ondeggiare attorno a me, come le barche di pescatori mattinieri usciti in cerca della buona sorte. Uomini dalla scorza dura, scolpita dal sole, fissata dal sale. Uomini di poche parole e tanta fatica. Uomini che non sanno parlare ma sanno ben dire, e soppesano le loro espressioni, per non gravarsi di carichi superflui nelle giornate di tempesta. Quei pescatori solitari affiancati dall\u2019incanto della speranza, la speranza di riempire le reti. Pesce fresco e grasso, e paura. La paura di ritrovarsi dentro ancora scarpe spaiate e sfondate, che a casa ne hanno gi\u00e0 troppe. Ed io come loro, con l\u2019incanto negli occhi e il dolore nelle gambe, a credere di poter portare a casa un altro paio di scarpe, migliore.<br \/>\nPer me e per i miei.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il serpentone \u00e8 piccolo, lo scorgo appena, pochi tornanti oltre la valle. Adesso si scende e il mio corpo vibra, come fosse strumento, ma che musica suono ancora non so. Si scende, si sfreccia e non vedo che occhi, bagliori, fiammate di sguardi che incrociano il mio. Speranze, dolori che svaniscono in un batter di ciglia. E sono le mie e sono le loro. Ci accomuna la strada, un infinitesimale tratto di strada in cui ogni cosa si concorda, s\u00ec, come fosse musica, e ci avvicina fino al tornante successivo in cui ci si perde di vista e di memoria.<br \/>\nSi scende, si sfreccia con addosso giornali. Storie a proteggermi il petto. Vite tradite, abusate, distorte, sogni piegati d\u2019esser campioni, di vincere perfino la sorte. Ed \u00e8 il sogno lungo il quale io vivo che mi spinge ad andare pi\u00f9 forte, che il dolore sia breve. E leggero come il mondo quando ti sembra che si possa sospingere con un soffio, quasi fosse un pallone nel parco e tu lo trattieni con le dita paffute ad un filo, che forse ancora oggi \u00e8 speranza. Leggera.<br \/>\nTutto cos\u00ec leggero tranne la mia bicicletta, quella bicicletta, maledetto destino, non si smuove d\u2019un passo. Nuovamente si risale la china, l\u2019aria si ferma, il sole ti bracca, l\u2019ombra si fissa e non schioda d\u2019un metro.<br \/>\nGuai a guardare avanti. Andando in bici ho imparato a non fissarmi sull\u2019orizzonte che non giunge mai. Ho evitato nei momenti di sconforto d\u2019alzare gli occhi, sopra la fronte, che i tornanti ti fissano senza alcuna piet\u00e0, impietriti da secoli, asfaltati da qualche stagione, con la neve che puntuale anno per anno scende a far loro compagnia e ti serra il respiro, ti ghiaccia la voce, mentre bestemmi perch\u00e9.<br \/>\nCattivi ricordi ormai lontani, cattive strade abbandonate da tempo. Eppure vorrei esserci ancora. Su quelle strade. Sbucare dal tunnel discreto e segnare la distanza, tra me e gli altri, mentre il pubblico trattiene il respiro e attende. Ed io vengo fuori, danzando leggero, come vela al vento mentre gli altri arrancano e scivolano via, indietro. Sbucare dal fraterno tunnel, dentro il quale nelle giornate canicolari avremmo voluto fermarci, e sostare qualche minuto in pi\u00f9 per sfuggire alla morsa opprimente di un sole giudice dei nostri passi.<br \/>\nMa bisognava correre.<br \/>\nAndare a caccia del folle partito qualche ora prima, mettersi sulle tracce lontane del manipolo di pazzi da catena, fuggiti all\u2019avvio, in balia del caldo e dei tornanti e degli sponsors. Ore e ore in viaggio, in quell\u2019anticipo di morte da fatica che stremati li avrebbe condotti ad arrivare in ritardo all\u2019appuntamento col traguardo. Soli, soli come pescatori nell\u2019asfalto, dalle scarpe spaiate e veloci. Soli, col peso delle loro ombre che, passando da destra a sinistra, facevano boccacce e sorrisi irriverenti. Senza che ci si possa contrapporre, scalciando, imprecando, sputando, perch\u00e9 le ombre giocano sempre con la tua fatica. E vincono.<br \/>\nDi fatica se ne faceva, se ne \u00e8 sempre fatta. \u00c8 nel destino delle cose, di questa cosa, chiamata bicicletta, dell\u2019incrocio di tubi e gambe e bave e pedali che ne fanno uno sport.<br \/>\nE noi personaggi di questa tragicommedia. Pazzi da catena in fuga mentre la mia saltava lasciandomi a piedi. Cos\u00ec nuovamente in sella, di quel fido ronzinante che dovevo condurre al galoppo in testa al plotone. C\u2019era una maglia da difendere, uno stendardo da issare per essere visibili, per batter cassa. Una maglia. La sola a difendermi. Una seconda pelle, mista a puzzo e sudore, acqua e sale. Ormai da anni la mia vera e propria pelle. Rattrappita e con qualche piega e scarti di giornali, come detto. Notizie passate, vissute da altri, mostri sbattuti in prima pagina condannati dal giudice supremo dell\u2019opinione, mostri che sono loro e poi ti ritrovi ad esser tu. Adesso da qui leggo a malapena il colore ormai sbiadito di titoli infamanti battuti a nove colonne.<br \/>\nCattivi ricordi, ormai lontani.<br \/>\nCome lontano si snoda quel serpentone al quale restavo appiccicato appena negli ultimi giorni.<br \/>\nAdesso sale veloce dalle mie narici il puzzo di piscio che molti lasciano per la strada, al margine di un\u2019esistenza bruciata in una dose sbagliata. La mia. Ed io qui, in questa stanza che non fa rumore. Lontano dal fragore dei tornanti, che avevano una sola voce, un solo nome da pronunciare al mio passaggio.<br \/>\nIl mio.<br \/>\n\u00abMarco, Marco, Marco, Marco\u00bb<br \/>\n\u00abPirata, Pirata, Pirata, Pirata\u00bb<br \/>\n\u00abCampione, campione, campione, campione\u00bb<br \/>\nEd io qui, solitario e desolato come un pescatore che non ha pi\u00f9 remi, n\u00e9 lenza, n\u00e9 mare. Soltanto il ricordo delle mattinate in giro, carico della speranza dell\u2019incanto.<br \/>\nVivo nella paura del non ritorno.<br \/>\nIl mio.<br \/>\nEd io qui, rimasto invischiato in un asfalto che non mi lascia andare, nemmeno provando a scendere da quella bicicletta sarei in grado di liberarmi, di liberarmene.<br \/>\nHo perso il colore della mia pelle, forse candida un tempo, forse rosa come quella maglia che per poco tempo m\u2019ha nascosto al mondo. Fino a quando mi sono incontrato allo specchio nudo e solo, senza la salita da scalare, senza tornanti da mordere, senza nessun avversario da sfidare. Solo senza nessuno da temere, ormai, soltanto me stesso. E qualche secchio d\u2019acqua che lentamente scroller\u00f2 dalle mie spalle ritornando ancora una volta per quelle vecchie strade abbandonate dal tempo. Ad inseguire. Ad inseguirmi.<\/p>\n<p style=\"text-align: center;\">[the_ad_placement id=&#8221;spot&#8221;]<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Vado cos\u00ec forte in salita per abbreviare la mia agonia. [M.Pantani] Il serpentone \u00e8 piccolo, lo scorgo appena, pochi tornanti sopra le nuvole. Si muove, strisciando, lento e impassibile come su un binario certo e deciso che sa dove andare, mentre io ondeggio, sul filo di un tubolare che incerto vira qua e l\u00e0. La vita, un tubolare. La vita in un tubolare che similmente vira e danza e si scosta prima che si sia in grado di centrare il punto giusto, di una appartenenza serena. Il serpentone \u00e8 piccolo, lo scorgo appena, pochi tornanti sopra il mio capo, madido di sudore e riflessi di memorie evaporate. Memorie d\u2019infanzia sulla spiaggia a respirare aria umida e densa che t\u2019entra dentro e talvolta pare mandarti in corto di fiato. E le onde, una sull\u2019altra a rincorrersi, a spegnere il fragore della spuma, nell\u2019essere ricacciate indietro dalla risacca. Uno schiaffo di vento, e ti ritrovi indietro, a guardare tutti di spalle, mentre quel vento, maledetto t\u2019ha tagliato fuori dalla scia. E te ne resti l\u00ec, fermo sull\u2019asfalto che sembra sabbia e ti risucchia nella fatica di rimanere immobile. Piantato. Il serpentone \u00e8 piccolo, lo scorgo appena, posso tendere le braccia in avanti a sfiorare l\u2019orizzonte, le dita allungate, le gambe tese, in un ultimo estenuante tentativo di afferrarlo. I denti stretti, che non passi aria, e il pensiero, un solo pensiero che muove ogni cosa attorno a me, e trattiene ogni goccia di vita, e mi tiene sospeso tra la folla e l\u2019asfalto. Un solo pensiero: riprenderli. La spiaggia \u00e8 lontana, come il brusio dei bagnanti, sempre sorridenti, a bocche larghe. Talvolta sguaiate nel parlar dei passanti, delle belle signore dai costumi attillati e i pensieri nascosti dietro enormi lenti oscurate. La spiaggia \u00e8 lontana e la spuma non mi rinfresca pi\u00f9 il viso come allora, adesso il caos mi circonda, clacson e urla, freni d\u2019auto a stridere, prima che il guardrail sia l\u2019ultima corsa, e motori fumanti, stanchi d\u2019andare, come fosse possibile farlo. Fermarsi. O cadere. Fermarsi e cadere, ch\u00e9 quando rimani sospeso su di un tubolare incandescente, spesso finiscono per essere sinonimi. Fermarsi e cadere. Come a me \u00e8 accaduto. Cadere. O morire. Che in certe occasioni \u00e8 lo stesso. Nelle volte in cui vai, e ti lanci, e sei oltre quel metro che dovrebbe tradirti, e t\u2019impegni e ci credi. Per tutte quelle volte che hai percorso la strada e ne conosci la forma, l\u2019odore, il gusto d\u2019andare e ne anticipi il tratto, quel dosso nascosto, il manto rifatto che \u00e8 pronto a sfidarti, e non senti che l\u2019aria a sfiorarti la pelle. Certe volte nel gelo, coi compagni che imprecano, t\u2019imprecano addosso, e quelle volte nell\u2019afa che per nulla ti solleva il cammino e t\u2019avvolge, e t\u2019abbraccia, senza che tu ne abbia voglia o possibilit\u00e0 di svincolarti. \u00c8 la morsa che stringe e spezza il fiato, per quel poco che ne resta. Cadere, morire, andare. Certe volte rialzarsi. Come a me \u00e8 accaduto. La fatica dell\u2019essere a terra, disteso. L\u2019asfalto duro, inospitale e ogni cosa ti appare distante, dolorosamente distante, mentre le gambe cigolano e la paura ti assale, che qualcosa sia andato di traverso, oltre i raggi delle fragili ruote, e le ossa e i muscoli che forse t\u2019hanno tradito. Poi, ti sollevi lentamente, ascoltando ogni scricchiolio che dentro quel corpo dolente risuona, e un sospiro solleva il petto, l\u2019anima e la voglia di saltargli ancora addosso, al destino. Quel destino che conosci da tutta una vita, da quando in famiglia ti \u00e8 stato presentato che avevi a stento le gambe per salirci su. Quel destino di tubolari incrociati e pedali cos\u00ec leggeri da volar via al primo soffio di vento, cos\u00ec pesanti da non potersi scostare, nemmeno fossero cime di una vetta immobile da secoli. Un tipo mi cerca, mi segue, mi guarda, mi spinge. La pena negli occhi e a parole distratte mi incita: \u00abMarco, Marco, Marco\u00bb, ma non \u00e8 che il mio nome e a poco serve quel nome quando scali frequenze nel passo, quando il passo non muove le ruote, quando il sole che scioglie l\u2019asfalto ti si appiccica addosso e non puoi risalire. 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Leggero, il mondo sembrava ondeggiare attorno a me, come le barche di pescatori mattinieri usciti in cerca della buona sorte. Uomini dalla scorza dura, scolpita dal sole, fissata dal sale. Uomini di poche parole e tanta fatica. Uomini che non sanno parlare ma sanno ben dire, e soppesano le loro espressioni, per non gravarsi di carichi superflui nelle giornate di tempesta. Quei pescatori solitari affiancati dall\u2019incanto della speranza, la speranza di riempire le reti. Pesce fresco e grasso, e paura. La paura di ritrovarsi dentro ancora scarpe spaiate e sfondate, che a casa ne hanno gi\u00e0 troppe. Ed io come loro, con l\u2019incanto negli occhi e il dolore nelle gambe, a credere di poter portare a casa un altro paio di scarpe, migliore. Per me e per i miei. Il serpentone \u00e8 piccolo, lo scorgo appena, pochi tornanti oltre la valle. Adesso si scende e il mio corpo vibra, come fosse strumento, ma che musica suono ancora non so. Si scende, si sfreccia e non vedo che occhi, bagliori, fiammate di sguardi che incrociano il mio. Speranze, dolori che svaniscono in un batter di ciglia. E sono le mie e sono le loro. Ci accomuna la strada, un infinitesimale tratto di strada in cui ogni cosa si concorda, s\u00ec, come fosse musica, e ci avvicina fino al tornante successivo in cui ci si perde di vista e di memoria. Si scende, si sfreccia con addosso giornali. Storie a proteggermi il petto. Vite tradite, abusate, distorte, sogni piegati d\u2019esser campioni, di vincere perfino la sorte. Ed \u00e8 il sogno lungo il quale io vivo che mi spinge ad andare pi\u00f9 forte, che il dolore sia breve. E leggero come il mondo quando ti sembra che si possa sospingere con un soffio, quasi fosse un pallone nel parco e tu lo trattieni con le dita paffute ad un filo, che forse ancora oggi \u00e8 speranza. Leggera. Tutto cos\u00ec leggero tranne la mia bicicletta, quella bicicletta, maledetto destino, non si smuove d\u2019un passo. Nuovamente si risale la china, l\u2019aria si ferma, il sole ti bracca, l\u2019ombra si fissa e non schioda d\u2019un metro. Guai a guardare avanti. Andando in bici ho imparato a non fissarmi sull\u2019orizzonte che non giunge mai. Ho evitato nei momenti di sconforto d\u2019alzare gli occhi, sopra la fronte, che i tornanti ti fissano senza alcuna piet\u00e0, impietriti da secoli, asfaltati da qualche stagione, con la neve che puntuale anno per anno scende a far loro compagnia e ti serra il respiro, ti ghiaccia la voce, mentre bestemmi perch\u00e9. Cattivi ricordi ormai lontani, cattive strade abbandonate da tempo. Eppure vorrei esserci ancora. Su quelle strade. Sbucare dal tunnel discreto e segnare la distanza, tra me e gli altri, mentre il pubblico trattiene il respiro e attende. Ed io vengo fuori, danzando leggero, come vela al vento mentre gli altri arrancano e scivolano via, indietro. Sbucare dal fraterno tunnel, dentro il quale nelle giornate canicolari avremmo voluto fermarci, e sostare qualche minuto in pi\u00f9 per sfuggire alla morsa opprimente di un sole giudice dei nostri passi. Ma bisognava correre. Andare a caccia del folle partito qualche ora prima, mettersi sulle tracce lontane del manipolo di pazzi da catena, fuggiti all\u2019avvio, in balia del caldo e dei tornanti e degli sponsors. Ore e ore in viaggio, in quell\u2019anticipo di morte da fatica che stremati li avrebbe condotti ad arrivare in ritardo all\u2019appuntamento col traguardo. Soli, soli come pescatori nell\u2019asfalto, dalle scarpe spaiate e veloci. Soli, col peso delle loro ombre che, passando da destra a sinistra, facevano boccacce e sorrisi irriverenti. Senza che ci si possa contrapporre, scalciando, imprecando, sputando, perch\u00e9 le ombre giocano sempre con la tua fatica. E vincono. Di fatica se ne faceva, se ne \u00e8 sempre fatta. \u00c8 nel destino delle cose, di questa cosa, chiamata bicicletta, dell\u2019incrocio di tubi e gambe e bave e pedali che ne fanno uno sport. E noi personaggi di questa tragicommedia. Pazzi da catena in fuga mentre la mia saltava lasciandomi a piedi. Cos\u00ec nuovamente in sella, di quel fido ronzinante che dovevo condurre al galoppo in testa al plotone. C\u2019era una maglia da difendere, uno stendardo da issare per essere visibili, per batter cassa. Una maglia. La sola a difendermi. Una seconda pelle, mista a puzzo e sudore, acqua e sale. Ormai da anni la mia vera e propria pelle. Rattrappita e con qualche piega e scarti di giornali, come detto. Notizie passate, vissute da altri, mostri sbattuti in prima pagina condannati dal giudice supremo dell\u2019opinione, mostri che sono loro e poi ti ritrovi ad esser tu. Adesso da qui leggo a malapena il colore ormai sbiadito di titoli infamanti battuti a nove colonne. Cattivi ricordi, ormai lontani. Come lontano si snoda quel serpentone al quale restavo appiccicato appena negli ultimi giorni. Adesso sale veloce dalle mie narici il puzzo di piscio che molti lasciano per la strada, al margine di un\u2019esistenza bruciata in una dose sbagliata. La mia. Ed io qui, in questa stanza che non fa rumore. Lontano dal fragore dei tornanti, che avevano una sola voce, un solo nome da pronunciare al mio passaggio. 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