{"id":1853,"date":"2011-12-30T20:26:59","date_gmt":"2011-12-30T19:26:59","guid":{"rendered":"http:\/\/vagabondoebbro.altervista.org\/blog\/?p=1853"},"modified":"2011-12-30T20:26:59","modified_gmt":"2011-12-30T19:26:59","slug":"centesimo","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.massimilianocitta.it\/blog\/centesimo\/","title":{"rendered":"Il valore di un centesimo"},"content":{"rendered":"<p><center><br \/>\n<a href=\"http:\/\/vagabondoebbro.altervista.org\/blog\/wp-content\/uploads\/2011\/12\/centesimo.png\" target=\"_blank\" rel=\"noopener\"><img decoding=\"async\" class=\"aligncenter size-full wp-image-1857\" title=\"centesimo\" src=\"http:\/\/vagabondoebbro.altervista.org\/blog\/wp-content\/uploads\/2011\/12\/centesimo.png\" alt=\"\" width=\"196\" height=\"200\" srcset=\"https:\/\/www.massimilianocitta.it\/blog\/wp-content\/uploads\/2011\/12\/centesimo.png 393w, https:\/\/www.massimilianocitta.it\/blog\/wp-content\/uploads\/2011\/12\/centesimo-295x300.png 295w\" sizes=\"(max-width: 196px) 100vw, 196px\" \/><\/a><\/center><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Certe volte penso che tutto abbia avuto inizio da quel lancio di moneta. Il mio cammino, la curvatura della traiettoria che m&#8217;accompagna ancora, e tutto ci\u00f2 che adesso sono e guardo nello specchio. Senza grandi entusiasmi, ma neppure laceranti delusioni.<br \/>\nStavo l\u00ec, fermo sul passo, come spesse volte mi \u00e8 accaduto. Giochicchiavo con una monetina, e ne soppesavo la consistenza. Quanto valore pu\u00f2 avere un centesimo nella vita di un uomo, e quanto valore ha una menzogna? Quante vite puoi nasconderci dentro, dico dentro una menzogna, e quante altre puoi cancellarne d&#8217;un tratto?<br \/>\nGiochicchiavo col mio centesimo d&#8217;insignificante valore, e i miei pensieri. E ad ogni lancio una parola ed un pensiero venivano gi\u00f9. Sulla mia mano, una mano povera, piccola per poter contenere tutto ci\u00f2 che \u00e8 stato.<br \/>\nSono trascorsi mesi da quell\u2019incontro. Adesso mi ritrovo al mattino a contare le ferite. In un cesso che sa di me pi\u00f9 d\u2019ogni angolo di questo monolocale. Rimango qui a fissarmi, come se non riuscissi a riconoscermi. Davanti ad uno specchio, misero, come gran parte delle cose che mi circondano. Ferite che lo specchio non mostra, che la gente non vede, che la gente non veda. Quelli dal buon parlare le definiscono lacerazioni, lacerazioni dell\u2019animo. Io le chiamo rotture di coglioni, ovvio che loro non rispondano. Se ne stanno mute, zitte zitte dentro me, e piegano, come un\u2019ulcera, quello che posso considerare spirito. Gravano i miei passi nel cammino quotidiano. Avrei potuto benissimo farne a meno, avrei voluto. Eppure accade talvolta di scivolare sulle proprie debolezze, e lei \u00e8 stata la pi\u00f9 fragile che m\u2019abbia colto in fallo, fino adesso. Ok, col senno di poi avrei potuto adottare tutti i mezzi opportuni per rendermi immune alla sua vocina d\u2019incanto, gli occhi languidi che mi scivolano lungo la figura, e come in un abbraccio virtuale mi avvicinavano a lei. E mi prendevano.<!--more--><br \/>\nAvrei potuto benissimo proteggermi.<br \/>\nProteggermi da me stesso. Evitando di cedere senza difese, evitando quella compassione che mi ha portato a trascinarmela per un anno, quasi fosse un&#8217;influenza senza possibilit\u00e0 di cura. Saranno state le circostanze, e il peso eccessivo della mia solitudine, che in quel preciso istante, nel momento dell\u2019incontro, non ero in grado di sostenere. Sar\u00e0 stata la sera propizia, la luna nascosta dietro le nubi grondanti del piscio del cielo. Sar\u00e0 stata la notte di tempesta che m\u2019ha impedito di sfumazzare una paglia fuori da quel pub, o sar\u00e0 stato il destino che una volta in pi\u00f9 ha provato a giocare con la mia vita, o forse nulla di tutto questo. Fatto sta che ci siamo ritrovati a parlare, e nelle mia mente, paranoica mente, nonostante seguissi ogni parola sgorgare dalle sue labbra con un attenzione che raramente avevo riservato alle donne, vedevo con gli occhi dell\u2019immaginazione gi\u00e0 come sarebbe andata a finire. E pur consapevole di ci\u00f2 sono riuscito a mettere, come sempre, la ragione in disparte e il pisello all\u2019armi. Sapevo bene che neppure quella sarebbe stata la strada, in una comunit\u00e0 di intenti, parole, sorrisi e complicit\u00e0 che andava oltre il rantolo intimo di un istante. E il piacere di lei che mai ho assaporato fino in fondo.<br \/>\nTalvolta non avere un cazzo da fare ti conduce verso strade che in altre circostanze avresti evitato d\u2019intraprendere. Sono i se e i ma che farciscono l\u2019esistenza quotidiana di un uomo conscio delle puttanate che si commettono. Io, fortunatamente, i miei errori, tutti, nessuno escluso, l\u00ec ho ben tracciati sulla pelle. Spesso me li ritrovo all\u2019appello, ogni mattino, e sorridono, di me. La sua maschera, invece, mi perseguita nelle profondit\u00e0 dei pensieri, e scuote la mia proverbiale insonnia.<br \/>\nCon quella maschera \u00e8 riuscita a prendersi tutto, senza nulla dare.<br \/>\nEd io l\u00ec. A coccolarla, a tenerla saldamente in piedi nei momenti di difficolt\u00e0. Io l\u00ec, a seminare, a profondermi in bellezza, a nascondere le mie spigolosit\u00e0, a smussarle. Soltanto per quella maschera. Sono stato un marinaio, disperso. In balia delle sue onde. Profondamente immerso nel mare della sua vita, che ho fatto mia. Lei l\u00ec. A prendersi tutto, sempre di pi\u00f9. Senza nulla dare. Ora mi ritrovo come un povero contadino, figlio di contadini, che ha seminato a lungo, ha impegnato energie che non sapeva d\u2019avere, s\u2019\u00e8 alzato al mattino, di buon mattino, ha lavorato duro, ha tenuto la vanga, ha sudato, imprecato, bestemmiato talvolta, con gli occhi pieni di quella terra che da un momento all\u2019altro avrebbe dato i suoi frutti. Una terra pronta a fiorire, soltanto per lui. E invece\u2026 Invece il povero contadino s\u2019accorge, colpevolmente in ritardo, di aver perduto il suo tempo. E peccato pi\u00f9 grave non conosco.<br \/>\nIl tempo che perdo \u00e8 il tempo in cui muoio, ho scritto da qualche parte.<br \/>\nIl contadino scorge davanti ai suoi piedi una terra arida, senza speranza.<br \/>\nCredevo che per poter fare innamorare una donna potesse esser sufficiente insegnarle ad amare. Mi sbagliavo. Ad un certo punto di questo cammino comune il manichino che io ero ha smesso d\u2019esser utile, e la modella ha puntato gli occhi ardenti verso un\u2019altra vetrina, di certo pi\u00f9 appetitosa e alla moda, ed io come residuo e anticaglieria passata sono stato parcheggiato. Ok, sappiamo tutti come accada, accada d\u2019esser messo da parte per qualcuno o qualcosa. Non \u00e8 questo il punto doloroso delle ferite che mi porto dietro, ma il velo che mi si \u00e8 posto davanti agli occhi, un velo dalle maglie cos\u00ec fitte da non permettermi di vedere quel che era.<br \/>\nLei oltre la parte che bene ha saputo recitare.<br \/>\nAdesso non avr\u00e0 motivo d\u2019indossare pi\u00f9 maschere. Adesso la pantomima s\u2019\u00e8 conclusa, ed io ho giocato la mia parte come dicono gli inglesi. Un ruolo che avrei voluto risparmiarmi. Come molte delle sensazioni di sconfitta che avverto pensando a lei. E quel che mi manda in bestia \u00e8 l\u2019esser consapevole di tutto. Della sua meschinit\u00e0, della sua pochezza, della capacit\u00e0 che ha avuto di tenermi nel palmo della mano. E nonostante questa consapevolezza non riesco a far a meno di pensare a lei. E quel che \u00e8 stato. In pochi mesi sembravamo aver bruciato secoli, insieme. Ho messo da parte i miei randagismi, le mie velleit\u00e0 di viaggiatore hippie anacronistico, ho lasciato indietro lavori che m\u2019avrebbero portato qualche soldo in saccoccia. Ho disperso le mie rade amicizie, salde negli anni, aldil\u00e0 delle sbornie e delle puttanelle scambiate nelle sere d\u2019agosto. Ho dimenticato i miei libri, ancora e rifugio dalle masturbazioni mentali che da quando ho consapevolezza d\u2019essere mi fiancheggiano. Ho lasciato indietro me stesso, e tutto ci\u00f2 che di me conoscevo. Mettendola davanti ad ogni cosa, oltre le mie antiche ambizioni di scribacchino, oltre le misere aspettative quotidiane che il mio lavoro di correttore di bozze riesce ancora ad alimentare, oltre la musica blues, vezzo d\u2019adolescente che mi porto sulle spalle e nella pelle.<br \/>\nHo lasciato dietro me stesso, per lei.<br \/>\nPer andarle appresso, e tenerla sveglia. Farla divertire, distrarla dalle frustrazioni che la tengono ancorata a terra, senza che la minima energia vitale la regga in piedi. Ero io, e le parole, e i gesti che accompagnavano il mio andazzo quotidiano a liberarla da se stessa. E sono riuscito a farlo fino a quando, consapevole delle sue potenzialit\u00e0, m\u2019ha lasciato al palo ed \u00e8 volata via. Ed io l\u00ec, nel ricordo assillante di una bambolina di porcellana. Bella e definita, curata in ogni dettaglio, e piena d\u2019aria. Vuota d\u2019ogni cosa. Ho letto che un filosofo si dilettava a scriver male di tutte quelle persone che in qualche modo erano riuscite a turbare la sua esistenza. Ecco, potrei farlo anch\u2019io. E scrivere di rabbia, scriverle di rabbia, ma dal suo ricordo, che come un tormento puntuale riaffiora in me ogni giorno da quando se n\u2019\u00e8 andata, riesco a mettere insieme poche righe.<br \/>\nAdesso cambio casa, ancora una volta, abbandonando questa stanza che traspira il profumo della sua pelle, e nasconde in qualche angolo notturno l\u2019eco delle parole dolci che mi sapeva sussurrare, come un\u2019antica nenia a ristorare le mie angosce. Vado via per svestire casa dei ricordi, vado via perch\u00e8 in questi ultimi mesi non ho messo niente da parte, neppure per poter dire al barista gi\u00f9 all\u2019angolo \u201cadesso questo, domani il resto\u201d. Niente che mi permetta di poter pagare affitti e bollette. Torno dai miei, e ritorno alla terra, in collina. E porto con me il ricordo di porcellana, e un peso dentro di cui non riesco a liberarmi. Talvolta accade, nel corso della notte, che il respiro venga a mancarmi, e ansimo, solo, in questo letto che mi riporta a lei. Lei, s\u00ec. Gi\u00e0 pronta ad esser madre, da qualcun altro, per qualcun altro. Ed io qui, a crogiolarmi nel mio romantico dolore, che nulla ha di romantico, e se ne resta solo.<br \/>\nDolore d\u2019inganno.<br \/>\nE mi resta anche il tintinnio della monetina. Un centesimo che ha pi\u00f9 valore. Di gran lunga. Di lei.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Certe volte penso che tutto abbia avuto inizio da quel lancio di moneta. Il mio cammino, la curvatura della traiettoria che m&#8217;accompagna ancora, e tutto ci\u00f2 che adesso sono e guardo nello specchio. Senza grandi entusiasmi, ma neppure laceranti delusioni. Stavo l\u00ec, fermo sul passo, come spesse volte mi \u00e8 accaduto. Giochicchiavo con una monetina, e ne soppesavo la consistenza. Quanto valore pu\u00f2 avere un centesimo nella vita di un uomo, e quanto valore ha una menzogna? Quante vite puoi nasconderci dentro, dico dentro una menzogna, e quante altre puoi cancellarne d&#8217;un tratto? Giochicchiavo col mio centesimo d&#8217;insignificante valore, e i miei pensieri. E ad ogni lancio una parola ed un pensiero venivano gi\u00f9. Sulla mia mano, una mano povera, piccola per poter contenere tutto ci\u00f2 che \u00e8 stato. Sono trascorsi mesi da quell\u2019incontro. Adesso mi ritrovo al mattino a contare le ferite. In un cesso che sa di me pi\u00f9 d\u2019ogni angolo di questo monolocale. Rimango qui a fissarmi, come se non riuscissi a riconoscermi. Davanti ad uno specchio, misero, come gran parte delle cose che mi circondano. Ferite che lo specchio non mostra, che la gente non vede, che la gente non veda. Quelli dal buon parlare le definiscono lacerazioni, lacerazioni dell\u2019animo. Io le chiamo rotture di coglioni, ovvio che loro non rispondano. Se ne stanno mute, zitte zitte dentro me, e piegano, come un\u2019ulcera, quello che posso considerare spirito. Gravano i miei passi nel cammino quotidiano. Avrei potuto benissimo farne a meno, avrei voluto. Eppure accade talvolta di scivolare sulle proprie debolezze, e lei \u00e8 stata la pi\u00f9 fragile che m\u2019abbia colto in fallo, fino adesso. Ok, col senno di poi avrei potuto adottare tutti i mezzi opportuni per rendermi immune alla sua vocina d\u2019incanto, gli occhi languidi che mi scivolano lungo la figura, e come in un abbraccio virtuale mi avvicinavano a lei. 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