{"id":189,"date":"2011-01-05T15:15:46","date_gmt":"2011-01-05T14:15:46","guid":{"rendered":"http:\/\/vagabondoebbro.altervista.org\/blog\/?p=189"},"modified":"2020-11-14T19:52:26","modified_gmt":"2020-11-14T18:52:26","slug":"brown","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.massimilianocitta.it\/blog\/brown\/","title":{"rendered":"E mi rivedo bambino dentro scarpe sfondate"},"content":{"rendered":"<p><a href=\"http:\/\/www.massimilianocitta.it\/blog\/wp-content\/uploads\/2011\/01\/jamesbrown.jpeg\"><img decoding=\"async\" src=\"http:\/\/www.massimilianocitta.it\/blog\/wp-content\/uploads\/2011\/01\/jamesbrown.jpeg\" alt=\"\" width=\"271\" height=\"186\" class=\"aligncenter size-full wp-image-5201\" \/><\/a><\/p>\n<p align=\"justify\">Non c&#8217;\u00e8 sentore di natale in questa stanza. Ne ho trascorsi di diversi in vita mia, forse troppi da qualche parte potrebbero dire. Troppi di natali vissuti in giro per il mondo, volta dopo volta lontano dal posto che in qualche modo avrei potuto chiamare casa. Troppi e tanti vissuti in malomodo, ma a ciascuno riesco ancora nella memoria ad assegnare un sapore, un gusto preciso.<br \/>\nQui dentro no.<br \/>\nNon c&#8217;\u00e8 sentore di natale in questa stanza, eppure natale \u00e8. Lo dicono alla tele, si sente l&#8217;eco lontano di qualche cherubino che intona il tipico canto, ma non scorgo lume di candele rosse a segnare il cammino, n\u00e9 tavole imbandite a festa. Mi sono ritrovato spesso seduto presso tavole riccamente assortite dei pi\u00f9 pregiati ritrovati culinari che non vedo pi\u00f9 intorno. E in questo letto d&#8217;ospedale non riesco a scrollarmi di dosso l&#8217;infanzia e il gusto delle piccole modeste razioni di un cibo da condividere nella sacralit\u00e0 della famiglia, quella famiglia che non ho mai avuto.<br \/>\nAdesso avverto solamente la pesantezza del mio respiro.<br \/>\nE socchiudo gli occhi.<!--more--><br \/>\nLe immagini che mi assalgono sono un segnale inequivocabile, cos\u00ec dicono. Quando ti scorre la vita davanti, come se qualcuno, senza far rumore, si sia messo a spingere i frammenti che pi\u00f9 t&#8217;hanno segnato, allora sei al capolinea. Anche questo ho sentito dire, l&#8217;ho sentito pronunciare da labbra serrate, mentre distrattamente mi avvicinavo a loro.<br \/>\nIo, da parte mia, non credo si possa avere reale consapevolezza d&#8217;essere.<br \/>\nD&#8217;esserci arrivato al quel capolinea, dico.<br \/>\nNessuno sano di mente ne sarebbe contento.<br \/>\nQui dentro non c&#8217;\u00e8 sentore di natale e i miei occhi mi sbattono senza piet\u00e0 il passato che scorre come in una sequenza cinematografica. Penso che il cinema abbia corrotto la nostra capacit\u00e0 d&#8217;immaginare. Fantastichiamo come piccoli registi davanti alle nostre soggettive.<br \/>\nE in questa personale rappresentazione di me stesso mi rivedo bambino dentro scarpe sfondate.<br \/>\nSe qualcuno volesse cantare l&#8217;emarginazione, lo confesso, dovrebbe venire a trovarmi, ne avrei cose da raccontargli. Di come mia madre se ne and\u00f2 di casa, in che maniera iniziai a rovistare nella merda, merda diversa ma non certo peggiore di quella che mi sono ritrovato anni dopo a scivolarmi dentro.<br \/>\nNon ero nemmeno bambino quando prendevo per mano i soldati di stanza nella mia citt\u00e0. Tenevo le loro dita grosse tra le mie ancora da formare. Erano dita adulte le loro, eppure tremanti come trema la voce di ogni uomo che muore o che canta, che poi \u00e8 lo stesso. Quelle dita macchiate dall&#8217;olio lubrificante di armi sempre pronte a sparare, dita che avevano avuto l&#8217;incombenza di restarsene ben salde a schiacciare un grilletto, in tempo utile.<br \/>\nIl tempo necessario alla morte.<br \/>\nQuella degli altri.<br \/>\nTempismo e istinto, nessuna ragione. Tutto prima che la stessa morte avesse la prontezza di attraversare i loro occhi. Se ne stavano l\u00ec, piantati sulle gambe malferme, piegate dalla fatica, dal ricordo di una donna lontana, perduta tra le braccia di qualcun altro, d&#8217;un figlio mai visto e di cui non si conosce il suono della voce. Gambe tremanti gravate dal peso d&#8217;ingombranti armature. E aspettavano l\u00ec, come fuscelli al vento, di liberare l&#8217;adrenalina.<br \/>\nAttendevano di sentirsi vivi perch\u00e9 troppo a lungo avevano avuto a che fare con la morte.<br \/>\nPremevano sulle mie gracili mani per potersi nascondere dentro al calore di donne abusate da innumerevoli paure.<br \/>\nSempre le stesse.<br \/>\nPaure d&#8217;un nome che non sanno pi\u00f9 pronunciare.<br \/>\nL\u00ec tenevo per mano e sapevo bene dove condurli. Soldati in marcia verso distrazioni terrene.<br \/>\nChe ne valga la pena.<br \/>\nE loro come piccoli segugi, sfrondati delle loro tensioni, spogli delle loro armature seguivano me, cos\u00ec minuto eppure tanto forte da poterli tenere per mano.<br \/>\nLi portavo all&#8217;angolo della strada, a pochi passi da quello stanzino che io chiamo ancora casa nei miei ricordi.<br \/>\nIl bordello li attendeva.<br \/>\nBelle donne per sorrisi deformi.<br \/>\nSempre e nonostante tutto belle ai loro occhi. Bellezza santa, senza il riflesso dell&#8217;abuso di quello che era stata.<br \/>\nBellezza.<br \/>\nCome canti alla donna che dici d&#8217;amare e di cui non vedi l&#8217;incedere impietoso del tempo sul viso. Quelle belle donne sempre fresche e raggianti, e nulla importava se come binari logori dalla ruggine treni a stantuffo le avessero violate fin dall&#8217;infanzia. Quelle belle troie attendevano col sorriso deforme tra i denti. I pochi che restavano loro.<br \/>\nE i soldati venivano in citt\u00e0, a cercarvi dentro rifugio.<br \/>\nIn quella bellezza provavano a nascondere i loro incubi, e il ronzio della morte che mai avrebbe abbandonato le loro orecchie.<br \/>\nLe mie iniziavano a riempirsi di preghiere musicali, ed cominciavo a pregare per quel che ne potevo sapere.<br \/>\nEro bambino. Eppure sapevo gi\u00e0 che la semplice preghiera non bastava mica.<br \/>\nLass\u00f9, per farsi ascoltare da lass\u00f9 bisogna cantare. L&#8217;ho sempre pensato, e creduto. Anche adesso vorrei farlo, ma non ho pi\u00f9 aria dentro. Soltanto un sibilo sinistro esce fuori dalla mia bocca.<br \/>\nE non so di che pregare.<br \/>\nNon c&#8217;\u00e8 sentore di natale in questa stanza, eppure potrei rinascere. Con l&#8217;energia dei miei passi sudati, e le impronte che ho lasciato in giro per il mondo. E il mio passo nervoso, scattante, e la mia voce che ho provato a lanciare oltre me stesso, e il ricordo della mia infanzia. E la povert\u00e0 e tutto il resto. E la macchina del sesso che mi sono illuso d&#8217;essere per sfuggire al respiro freddo del silenzio che avvolge questa camera.<br \/>\nE gli occhi dei soldati che parevano assenti mentre camminavano a passo di marcia, cercando di trovare una stanzetta libera e braccia accoglienti, e calde.<br \/>\nDiverse dalla morte.<br \/>\nAnche allora non c&#8217;era sentore di natale intorno.<br \/>\n[5 gennaio 2011]<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Non c&#8217;\u00e8 sentore di natale in questa stanza. Ne ho trascorsi di diversi in vita mia, forse troppi da qualche parte potrebbero dire. Troppi di natali vissuti in giro per il mondo, volta dopo volta lontano dal posto che in qualche modo avrei potuto chiamare casa. Troppi e tanti vissuti in malomodo, ma a ciascuno riesco ancora nella memoria ad assegnare un sapore, un gusto preciso. Qui dentro no. Non c&#8217;\u00e8 sentore di natale in questa stanza, eppure natale \u00e8. Lo dicono alla tele, si sente l&#8217;eco lontano di qualche cherubino che intona il tipico canto, ma non scorgo lume di candele rosse a segnare il cammino, n\u00e9 tavole imbandite a festa. Mi sono ritrovato spesso seduto presso tavole riccamente assortite dei pi\u00f9 pregiati ritrovati culinari che non vedo pi\u00f9 intorno. E in questo letto d&#8217;ospedale non riesco a scrollarmi di dosso l&#8217;infanzia e il gusto delle piccole modeste razioni di un cibo da condividere nella sacralit\u00e0 della famiglia, quella famiglia che non ho mai avuto. Adesso avverto solamente la pesantezza del mio respiro. 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