{"id":2227,"date":"2012-05-28T20:38:54","date_gmt":"2012-05-28T19:38:54","guid":{"rendered":"http:\/\/vagabondoebbro.altervista.org\/blog\/?p=2227"},"modified":"2012-05-28T20:38:54","modified_gmt":"2012-05-28T19:38:54","slug":"la-stanza-senza-luce","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.massimilianocitta.it\/blog\/la-stanza-senza-luce\/","title":{"rendered":"La stanza senza luce"},"content":{"rendered":"<p><center><br \/>\n<a href=\"http:\/\/vagabondoebbro.altervista.org\/blog\/wp-content\/uploads\/2011\/11\/diario-1.jpg\" target=\"_blank\" rel=\"noopener\"><img decoding=\"async\" class=\"aligncenter size-full wp-image-1458\" title=\"diario\" src=\"http:\/\/vagabondoebbro.altervista.org\/blog\/wp-content\/uploads\/2011\/11\/diario-1.jpg\" alt=\"\" width=\"250\" height=\"132\" srcset=\"https:\/\/www.massimilianocitta.it\/blog\/wp-content\/uploads\/2011\/11\/diario-1.jpg 500w, https:\/\/www.massimilianocitta.it\/blog\/wp-content\/uploads\/2011\/11\/diario-1-300x158.jpg 300w\" sizes=\"(max-width: 250px) 100vw, 250px\" \/><\/a><\/center><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Nonna aveva di che parlare. S&#8217;accompagnava a perline nere, legate dallo spago sottile di una preghiera. Parole sussurrate, sospese sulle labbra, pronunciate a fil di fiato, per non far rumore, \u201cPerch\u00e9 Dio\u201d &#8211; diceva \u201cnon ha bisogno di nessuno che alzi la voce, nessuno che strepiti. Dio ascolta le parole che abbiamo nel cuore, non \u00e8 necessario che io le dica, Lui sa. Prego sussurrando per ricordare a me stessa quello che ho dentro, per sentirlo pi\u00f9 vicino, reale, come se in qualche modo possa accompagnarmi. E non credermi pazza bambino mio, non lo sono\u201d. Pregava, rammendava i miei vestiti testimoni di ruzzoloni, lotte e quotidiane guerre senza vittime, se non qualche lembo di pelle venuto via, lasciato sul selciato, e presto risorto tra lacrime mute, figlie di un orgoglio guerriero. Nonna pregava, rammendava e farciva dei biscotti da restarci secchi, gusti e fragranze che non ho mai pi\u00f9 accarezzato con le labbra, dolci come il suono delle storie che consolavano i miei pomeriggi di reclusione, pomeriggi in cui il cielo aveva il suo bel da fare a muovere con impeto nuvole e pioggia, mentre il vento arrogante spazzava la strada da polvere e respiri. <!--more-->Erano pomeriggi d&#8217;inverno, cupi, chiusi nel gelo che colora la citt\u00e0, riempie i pensieri e spegne le voci intorno. \u201cPomeriggi sparpaglia marmaglia\u201d, diceva mia nonna, e li amava perch\u00e9 svuotavano il cortile del clamore di parole dette senza pensare, imprecazioni ad inseguire un pallone e bestemmie troppo innocenti per essere punite. Nonna adorava la pioggia e il crepuscolo del giorno, forse perch\u00e9 sentiva se stessa esserne parte. Teneva la brace a scaldare i piedi e una piccola pala di ferro di cui ero custode, attizzava la fiamma e generava calore. Vedevo me stesso come un novello Prometeo, signore del fuoco, che accarezza e consola. E i miei occhi scintillanti si ravvivavano nel rimestare, mentre nonna raccomandava di non esagerare \u201cperch\u00e9 alcuni colori sono tanto violenti da non poter essere sopportati\u201d, diceva. E in una di quelle occasioni mi narr\u00f2 la storia della \u201cstanza senza luce\u201d, una vicenda che allora non riuscivo bene a comprendere, perch\u00e9 nonna non spiegava mai, le bastava raccontare. \u201cIn ogni racconto non c&#8217;\u00e8 nulla di oscuro, tutto sta l\u00ec, mostrato, denudato dalle parole, chiaro.\u201d<br \/>\nE cos\u00ec iniziava.<br \/>\n\u201cC&#8217;era una volta, in un paese lontano, un bambino dai riccioli d&#8217;oro. Il luogo era triste, senza spazi da poter esplorare, n\u00e9 strade da scoprire o regni da conquistare, n\u00e9 altre voci bambine da potere seguire, tutte annientate dall&#8217;orco intelligente, chiamato progresso, guidato da uomini che tengono il futuro sul palmo delle mani, e senza ritegno stritolano quelle innocenti di chi adulto non \u00e8. Il superstite, cos\u00ec battezzato, viveva in una stanza ricca di giochi, e profumi e colori, e pupazzi d&#8217;ogni sorta e misura, a forma d&#8217;albero, d&#8217;areostato, di galline dalle piume dorate, conchiglie a due zampe e libri parlanti, e c&#8217;erano lupi belanti e faine pronte a soccorrere prede, e vittime ignare che avevano il ruolo di divertire. Piccoli rodei, colossei allestiti alla bisogna per tener viva l&#8217;attenzione del bimbo, cos\u00ec che potesse, in qualche modo, accompagnarsi a quella particolare solitudine. E c&#8217;erano anche strumenti musicali, di dimensioni ridotte, pronti a suonare a comando, e poi sfere fluttuanti nell&#8217;aria che facevano il verso al cielo stellato, senza alcuna morale. L\u00ec il bambino dai riccioli d&#8217;oro trascorreva le giornate a giocare, leggere, e col passare del tempo inizi\u00f2 anche a scrivere. A raccontare, a trascrivere gli immaginari dialoghi che intratteneva con gli oggetti che adornavano la stanza. Come se in quel semplice gesto della scrittura potesse conservare la memoria delle cose, delle sensazioni, delle stesse sue parole pronunciate per avviare ogni gioco, parole che fissate sulla pergamena erano memoria reale di quella stanza, regno di solitudine senza sudditi. E c&#8217;erano oggetti particolari dentro, come ho detto, tutti i colori del mondo racchiusi in pochi metri, alcuni dipinti con sfumature tanto forti da non poter esser fissati a lungo. Gli anni passavano tra giochi e battaglie simulate da eserciti rombanti, ce n&#8217;erano a bizzeffe, s\u00ec caro mio. Corazzate di metallo, minute e rapide s&#8217;alternavano nella conquista di porzioni di pavimento. Molto ambita era la stuoia, perch\u00e9 vicina al bimbo dai riccioli d&#8217;oro. I condottieri valorosi volevano stargli accanto, sentirlo parlare quando anche lui raccontava delle storie con quella voce soave che avrebbe incantato il mondo intero, se soltanto il mondo intero avesse potuta ascoltarla. Perch\u00e9 il bimbo dai riccioli d&#8217;oro sapeva cantare, figliolo, e cantava spesso frammenti di melodie accompagnato dall&#8217;orchestra immaginaria. Eppure la fatica di scorgere certe figure dai colori sgargianti creava insofferenza a quel piccolo re senza corona. Li rifuggiva, provava a nasconderli, ma alla fine ogni tentativo era vano. La mente ritornava sempre l\u00ec, e avendoli presenti nel pensiero sapeva bene di rivederli e gli occhi dolevano, come ad averli dinnanzi a lui, l\u00ec, reali, sgargianti e pungenti. Nonostante tutto non cerc\u00f2 mai di distruggerli, era consapevole, sebbene piccino, che provando a farlo avrebbe ucciso gran parte di s\u00e9, e di quel mondo fatato che lo accompagnava lungo le giornate, perch\u00e9 strenuo era il suo legame alla vita. Dunque s\u00ec adoper\u00f2 per risolvere il problema, in primo luogo non avrebbe dovuto ricordare, ricordarli, vederli con gli occhi della mente, che tanto dolore gli procurava, consider\u00f2 poi che nasconderli non avrebbe di certo risolto la questione. Li riprese dagli anfratti in cui erano stati riposti, osservato con fare curioso dalle schiere di soldati, e musicisti e alberi lamentosi i cui rami salivano fino al cielo a far ombra, e li rimise nella loro collocazione visibile, sulle mensole, sul com\u00f2 che tanto gli piaceva perch\u00e9 carico di libri e storie amiche, sulla poltroncina morbida della fragranza delle rose che l&#8217;abbracciava nelle notti di tempesta e che veniva sempre contesa dalle donne dei generali d&#8217;armata. Cos\u00ec ridisposti come in origine, quei dolorosi oggetti, prov\u00f2 a puntar contro il suo sguardo ceruleo, prov\u00f2 e riprov\u00f2, ma ogni tentativo era stancante e improduttivo. Decise allora di ricorrere ad uno stratagemma, spense le lampade che a decine irradiavano la stanza, e si precipit\u00f2 in un oscurit\u00e0 consapevole. Decise di non vedere ci\u00f2 che era palese, denudato dalla banalit\u00e0 della luce, decise di scegliere. Dal tono delle cose le cose stesse, e non dalla loro apparenza. Forse in quell&#8217;istante smise d&#8217;esser bambino e divent\u00f2 qualcosa di pi\u00f9. Con occhi brillanti cammin\u00f2 a tentoni nelle strade del piccolo regno. E come un funambolo sulla corda tesa della follia visse in una sorta di luminosa notte, trovando col tempo un equilibrio che n\u00e9 la luce accecante delle lampade n\u00e9 i colori sgargianti dei suo compagni di giochi erano mai riusciti a dargli.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Nonna aveva di che parlare. S&#8217;accompagnava a perline nere, legate dallo spago sottile di una preghiera. Parole sussurrate, sospese sulle labbra, pronunciate a fil di fiato, per non far rumore, \u201cPerch\u00e9 Dio\u201d &#8211; diceva \u201cnon ha bisogno di nessuno che alzi la voce, nessuno che strepiti. Dio ascolta le parole che abbiamo nel cuore, non \u00e8 necessario che io le dica, Lui sa. Prego sussurrando per ricordare a me stessa quello che ho dentro, per sentirlo pi\u00f9 vicino, reale, come se in qualche modo possa accompagnarmi. E non credermi pazza bambino mio, non lo sono\u201d. Pregava, rammendava i miei vestiti testimoni di ruzzoloni, lotte e quotidiane guerre senza vittime, se non qualche lembo di pelle venuto via, lasciato sul selciato, e presto risorto tra lacrime mute, figlie di un orgoglio guerriero. Nonna pregava, rammendava e farciva dei biscotti da restarci secchi, gusti e fragranze che non ho mai pi\u00f9 accarezzato con le labbra, dolci come il suono delle storie che consolavano i miei pomeriggi di reclusione, pomeriggi in cui il cielo aveva il suo bel da fare a muovere con impeto nuvole e pioggia, mentre il vento arrogante spazzava la strada da polvere e respiri.<\/p>\n","protected":false},"author":1,"featured_media":0,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"_exactmetrics_skip_tracking":false,"ngg_post_thumbnail":0,"_jetpack_newsletter_access":"","_jetpack_dont_email_post_to_subs":false,"_jetpack_newsletter_tier_id":0,"_jetpack_memberships_contains_paywalled_content":false,"_jetpack_feature_clip_id":0,"_jetpack_memberships_contains_paid_content":false,"footnotes":"","jetpack_post_was_ever_published":false},"categories":[21,22],"tags":[],"class_list":["post-2227","post","type-post","status-publish","format-standard","hentry","category-racconti","category-racconti-dinverno"],"jetpack_sharing_enabled":true,"jetpack_featured_media_url":"","_links":{"self":[{"href":"https:\/\/www.massimilianocitta.it\/blog\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/2227","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/www.massimilianocitta.it\/blog\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/www.massimilianocitta.it\/blog\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.massimilianocitta.it\/blog\/wp-json\/wp\/v2\/users\/1"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.massimilianocitta.it\/blog\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=2227"}],"version-history":[{"count":0,"href":"https:\/\/www.massimilianocitta.it\/blog\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/2227\/revisions"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/www.massimilianocitta.it\/blog\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=2227"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.massimilianocitta.it\/blog\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=2227"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.massimilianocitta.it\/blog\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=2227"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}