{"id":2331,"date":"2012-10-24T14:48:21","date_gmt":"2012-10-24T13:48:21","guid":{"rendered":"http:\/\/vagabondoebbro.altervista.org\/blog\/?p=2331"},"modified":"2012-10-24T14:48:21","modified_gmt":"2012-10-24T13:48:21","slug":"inverno","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.massimilianocitta.it\/blog\/inverno\/","title":{"rendered":"Racconti d&#039;inverno"},"content":{"rendered":"<p><center><br \/>\n<a href=\"http:\/\/vagabondoebbro.altervista.org\/blog\/wp-content\/uploads\/2011\/11\/diario-1.jpg\" target=\"_blank\" rel=\"noopener\"><img decoding=\"async\" class=\"aligncenter size-full wp-image-1458\" title=\"diario\" src=\"http:\/\/vagabondoebbro.altervista.org\/blog\/wp-content\/uploads\/2011\/11\/diario-1.jpg\" alt=\"\" width=\"250\" height=\"132\" srcset=\"https:\/\/www.massimilianocitta.it\/blog\/wp-content\/uploads\/2011\/11\/diario-1.jpg 500w, https:\/\/www.massimilianocitta.it\/blog\/wp-content\/uploads\/2011\/11\/diario-1-300x158.jpg 300w\" sizes=\"(max-width: 250px) 100vw, 250px\" \/><\/a><\/center><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Nonna portava sulle spalle, leggermente ricurve, uno scialle nero. Segnava il lutto della sua vita, ricordava a se stessa, giorno dopo giorno il dolore della perdita. Quel colore s&#8217;insinuava nelle parole che diceva, era compagno di preghiere e speranze, rifugio da piogge improvvise e folate di vento che chiudono gli occhi. Il ricordo di ci\u00f2 che celava era, invece, conforto. Il conforto d&#8217;averlo quel ricordo, di avere la fortuna di possederne almeno uno.<br \/>\nCos\u00ec mi diceva.<br \/>\nCh\u00e9 in fondo non era uno soltanto.<br \/>\nNonna aveva due dolori. Franco e Manrico. Nascosti dentro un unico respiro, uno accanto all&#8217;altro.<br \/>\nIl ricordo di suo marito era nato in una sera di primavera, in cui ogni cosa fiorisce. Il grottesco della vita aveva spento inesorabilmente il sorriso dell&#8217;uomo imponente prodigo di parole e consigli, canzoni e bevute. Nonno non s&#8217;era fatto piegare dalla mitraglia, non s&#8217;era ingobbito sui campi, che poco aveva frequentato, n\u00e9 s&#8217;era spezzato le ossa a tirar su muri di sostegno per nobili abitazioni e interi quartieri. Molti di questi oggi adornano il villaggio, e in certi frangenti immagino l&#8217;uomo dalla voce profonda con i muscoli tesi e la luce del sole che li accarezza, quasi con timore, senza scalfirli, quell&#8217;uomo fermo sulle gambe ben piantate, come piccoli pilastri di cemento a tenere in piedi la fatica di un&#8217;esistenza difficile.<!--more--><br \/>\nNonno mor\u00ec col cuore spezzato, quel cuore, che a primavera s&#8217;apre alle sensazioni migliori, lasci\u00f2 la sua voce riposare su un letto d&#8217;ospedale. Nonno mor\u00ec con tanta vita in corpo da metter soggezione alla signora con la falce, mentre Manrico, zio Manrico, visse i suoi pochi anni con un carico di morte dentro da lasciar presagire come sarebbe andata a finire.<br \/>\nIo non c&#8217;ero allora, so della vicenda da frammenti di parole carpiti qua e l\u00e0. Accenni di sguardo passati alla mia vista, racconti raccolti da semine altrui. Fuori dall&#8217;orto di casa. Adesso ne \u00e8 trascorso di tempo. Adesso so, senza ben poter dire come e quando ho saputo. Ma so. So che lo ritrovarono appeso in soffitta. La voce delicata mozzata da una corda improvvisata fatta di stracci di vita, che lasciano il segno a vedersi. Lo trov\u00f2 zio Giovanni, il fratello grande cos\u00ec simile a nonno d&#8217;averlo odiato nel profondo. Lo trovo l\u00ec, sospeso, con le scarpe sciolte e i lacci penzoloni ad uno sputo da terra. E soltanto un riassunto di vita sintetizzato su un biglietto stropicciato dalla calligrafia chiara, poche parole, \u201cera giusto cos\u00ec\u201d, parole scivolate sul pavimento grezzo che nonno non riusc\u00ec mai a completare. E nel momento in cui decise di andarsene senza chiedere permesso, in silenzio, con la paura di disturbare, come ogni volta che diceva parola a tavola, ecco, il giovane Manrico svan\u00ec nella voce della madre, che mai pi\u00f9 volle pronunciare quel nome, per paura d&#8217;impazzire.<br \/>\nO di morire forse, anche lei.<br \/>\nEppure quando i miei passi giunsero a calpestare la vecchia casa qualcosa era cambiato. Forse il dolore attenuato dai giorni, forse le nuove voci sovrapposte a far confusione, a tenere allegra l&#8217;aria, o forse la necessit\u00e0 intima di sopravvivere a se stessi port\u00f2 nonna a pronunciare, seppur a filo di voce il nome del figlio che aveva scelto di voltarle le spalle senza chiedere permesso.<br \/>\nIn fondo zio aveva lasciato ben pi\u00f9 di un ricordo.<br \/>\nUna serie di parole raccolte, erano storie, raccontate a suo modo. Lontane un abisso da quelle di nonna, ma pur sempre storie.<br \/>\nLe scovai per caso una sera d&#8217;inverno.<br \/>\nIl freddo pungente non mi dava tregua, nonna aveva messo a bollire qualcosa, qualcosa dal profumo intenso che mal sopportavo. La cucina era satura, l&#8217;aria irrespirabile e il freddo mi serrava le caviglie.<br \/>\nLa vecchia vicina, carica di solitudine e disprezzo sedeva solita con le gambe piegate e lo sguardo fisso alla trama del suo sapere. Cuciva da mattina a sera, e talvolta parlava. Il tono era deciso, secco. Pareva sputasse parole e invece erano sentenze cui nonna sorrideva per umana piet\u00e0. Non aveva mai osato tenere alla porta la megera, sola, abbandonata. Ecco, direi, avrebbe dovuto. E lo dicevo anche ad alta voce, che quella vecchia puzzava di rancore, tanto da prendere le sberle di mamma, strategica nel riuscire sempre a bloccarmi la fuga.<br \/>\nQuella sera per\u00f2 non poteva fermarmi, mamma non c&#8217;era.<br \/>\nCos\u00ec andai per la mia strada, anch&#8217;io solo, ma senza il puzzo acido della vecchia che se ne stava seduta, intenta a rammendare con gli occhialini minuti e rotondi puntati sulle sue dita sgraziate e qualche dente pronto a cadere, dietro la prossima sentenza.<br \/>\nL&#8217;ultimo piano della casa era rimasto non finito.<br \/>\nSenza piastrelle a tracciare il pavimento n\u00e9 tunichina a colorare le pareti, tutto era grigio. E misterioso per un bimbo di otto anni che scorge avventure in ogni dove. Quel piano era la mia terra di conquista. Tra la polvere che imperversava e timidi squittii, uno strisciare stridulo d&#8217;aria e acqua e poi enormi armadi pieni di storie, e libri abbandonati dai figli che da tempo avevano gi\u00e0 lasciato dietro le spalle il profumo di nonna.<br \/>\nEra il mio regno.<br \/>\nSegnavo il pi\u00f9 innocente percorso tra la vecchia e rancida mobilia vinta dal tedio e organizzavo viaggi immaginari e battaglie sempre vincenti. Spedizioni alla ricerca di incredibili tesori.<br \/>\nC&#8217;erano libri sparsi ovunque, e muta indifferenza tra me e loro.<br \/>\nCi scrutavamo diffidenti, l&#8217;un dell&#8217;altro. Niente avevamo in comune. Odiavo i due pesantissimi sussidiari che trascinavo ogni mattina a scuola, detestavo tutte quelle pagine.<br \/>\nProvai a vendicarmi della loro insolenza, del loro peso, provai a dar loro luce, fiamme e fuoco. Nonna mi ferm\u00f2 in tempo e a bruciare furono le mie guance per un bel po&#8217;. A quel tempo per\u00f2 rimanevo ormai indifferente. Non c&#8217;era pi\u00f9 odio. Talvolta sbirciavo, ma subito dopo uno scricchiolio lontano, qualche anta cadente del grande stanzone, attirava le mie energie.<br \/>\nCos\u00ec fuggivo via.<br \/>\nIn una di queste sere a rincorrere, a scoprire me stesso oltre piccoli ostacoli che la quotidianit\u00e0 seminava lungo il cammino, finii per arrampicarmi sul grosso armadio centrale sventrato dalle tarme. L&#8217;interno era il mio covo. Era assurto a quartier generale. E non s&#8217;era per nulla opposto. C&#8217;erano morbide coperte e un profumo d&#8217;infanzia che non saprei dire. Bastava poco a spalancare le ante e ancor meno ad appisolarmici dentro. Spesso mi fermavo a qualche passo di distanza, con sguardo di sfida. Io cos\u00ec minuto e insignificante al suo cospetto, lui l\u00ec, saldo a terra, imponente.<br \/>\nPer molto tempo provai a conquistarne la vetta fino a quando quella sera d&#8217;inverno riuscii trionfante. Lo sforzo e l&#8217;euforia d&#8217;essere riuscito nel mio cimento pi\u00f9 impegnativo mitigarono la delusione del bottino.<br \/>\nPolvere, polvere, polvere e l&#8217;ennesimo libro.<br \/>\nPiccolo, verde, odioso libro.<br \/>\nIl rancore e le poche energie rimaste mi spinsero ad allungare il braccio, a trascinare il tesoro fino a me e scagliarlo con rabbia per terra. Il movimento rapido e poco accorto mi sbilanci\u00f2, spedendomi gi\u00f9 insieme all&#8217;odiato libro. Il dolore fu lancinante, neppure il mio incipiente orgoglio riusc\u00ec a tirarmi su. Rimasi immobile, paralizzato, con l&#8217;angoscia d&#8217;esserlo rimasto davvero. Non saprei dire quanto tempo mi fermai disteso sul pavimento gelido. Ho sempre avuto la sensazione d&#8217;essere svenuto, ma non potrei dirlo con certezza. Fatto sta che dopo un&#8217;attesa interminabile nonna inizi\u00f2 a lamentare il mio nome, lontano, fino a quando l&#8217;intensit\u00e0 della voce sal\u00ec con lei fino al terzo piano.<br \/>\nFino a me.<br \/>\nMi trov\u00f2 riverso per terra con lo sguardo stordito. Non esclam\u00f2 nulla ma mi prese a s\u00e9 e inizi\u00f2 a carezzarmi. Sembrava d&#8217;essere in paradiso, pensavo che fosse cos\u00ec. L&#8217;odore caratteristico di nonna, un misto di burro e menta, mi faceva sempre riprendere e mi rimetteva in piedi.<br \/>\nAnche quella volta ci riusc\u00ec.<br \/>\nSeppur scricchiolante.<br \/>\nMi chiese cosa ero riuscito a combinare stavolta, brontolai qualche parola incomprensibile a me stesso, e con il morale a terra e le ossa doloranti per l&#8217;inutile impresa feci alcuni passi verso la scala. Quando, d&#8217;improvviso, un sibilo di vento mi colp\u00ec al volto. Mi girai di scatto verso nonna che era arrossita come non mai, gli occhi, che fino ad un momento prima m&#8217;avevano salvato, adesso mi puntavano come un plotone d&#8217;esecuzione.<br \/>\nUrl\u00f2 come mai prima d&#8217;allora avevo sentito.<br \/>\nMi parve avesse un&#8217;altra voce. Ne ero certo, quella l\u00ec non era pi\u00f9 la cara Agata. Probabile che la megera vicina di casa avesse messo su uno dei suoi terribili incantesimi. Eppure la donna che avevo davanti, la donna che m&#8217;aveva picchiato era nonna. E lo capii qualche istante dopo. Quando inizi\u00f2 copiosamente a grondare lacrime. Confondendo saliva e parole raccolse il libro di cui gi\u00e0 avevo perso memoria e con forza me lo sbatt\u00e9 sul capo. Poi a gesti, ch\u00e9 parole non era in grado di dire, capii che quel libro era terra di nessuno. Capii che mai avrei dovuto avvicinarmi. In quel momento capii che avevo scoperto il pi\u00f9 grande tesoro possibile e che ogni mia energia sarebbe stata spesa per riappropriarmene, nonostante le sberle di nonna.<br \/>\nRiuscii a scovarlo nuovamente qualche giorno pi\u00f9 tardi. Avevo messo a ferro e fuoco l&#8217;intera casa. Ogni anfratto. Come mai prima in vita mia, e cos\u00ec in seguito, ero stato sistematico in quella fibrillante ricerca. Spinto da un&#8217;energia che non sapevo spiegare, ma che mi rendeva infaticabile in quel curioso andare. Mamma si stup\u00ec della mia convinzione, decisa, particolarmente decisa, del voler a tutti i costi rimanere a pranzo da nonna subito dopo scuola, si stup\u00ec ma non indag\u00f2 pi\u00f9 di tanto.<br \/>\nQuello era compito mio.<br \/>\nAlla fine dopo due giornate di intense ricerche quel libro, che aveva tirato fuori l&#8217;animo furioso della placida Agata, era finalmente tra le mie dita paffute.<br \/>\nC&#8217;ero riuscito.<br \/>\nCon la fronte imperlinata da gocce di sudore m&#8217;ero piegato per l&#8217;ultima volta a cercare. Riposto con cura nel cassetto centrale del com\u00f2 in camera di nonna, sotto lenzuola al profumo intenso di lavanda. Lo presi con estrema cura, lo aprii con una fame che mai avevo avvertito per i libri, con una voglia di divorarlo, di capire, di finire.<br \/>\nLa prima pagina era ingiallita, quasi fosse stata stampata secoli prima, invece non era cos\u00ec. Quel libro tremante tra le mie mani non aveva che una decina d&#8217;anni. Stampato in una tipografia di Palermo, nascosto dalla polvere, segregato nel silenzio dell&#8217;ultimo piano, precipitato con me dolorosamente a terra, per gioco di destini era finito in mio possesso. Iniziai a sfogliarlo a casaccio, girando pagine su pagine, poi ritornai alla prima e consunta pagina. E rimasi tremendamente colpito dalle prime due parole che prima non avevo notato. Un nome seguito da un cognome, parole a me conosciute. Un nome rimasto incastonato nell&#8217;alone di mistero che allora lo avvolgeva. Le parole stampate sulla prima pagina in caratteri minuti dicevano: Manrico Sferruzza. Al centro con un carattere pi\u00f9 ampio la parola Racconti.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Nonna portava sulle spalle, leggermente ricurve, uno scialle nero. Segnava il lutto della sua vita, ricordava a se stessa, giorno dopo giorno il dolore della perdita. 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