{"id":2411,"date":"2013-01-21T21:10:27","date_gmt":"2013-01-21T20:10:27","guid":{"rendered":"http:\/\/vagabondoebbro.altervista.org\/blog\/?p=2411"},"modified":"2021-10-27T22:32:31","modified_gmt":"2021-10-27T20:32:31","slug":"cucciolo","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.massimilianocitta.it\/blog\/cucciolo\/","title":{"rendered":"Il cucciolo"},"content":{"rendered":"<p><center><br \/>\n<a href=\"http:\/\/www.massimilianocitta.it\/blog\/wp-content\/uploads\/2011\/11\/diario-1.jpg\"><img decoding=\"async\" class=\"aligncenter size-full wp-image-1458\" src=\"http:\/\/www.massimilianocitta.it\/blog\/wp-content\/uploads\/2011\/11\/diario-1.jpg\" alt=\"\" width=\"500\" height=\"263\" srcset=\"https:\/\/www.massimilianocitta.it\/blog\/wp-content\/uploads\/2011\/11\/diario-1.jpg 500w, https:\/\/www.massimilianocitta.it\/blog\/wp-content\/uploads\/2011\/11\/diario-1-300x158.jpg 300w\" sizes=\"(max-width: 500px) 100vw, 500px\" \/><\/a><\/center><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il vento spazza la strada. Qualche passo l&#8217;accompagna. Non si sentono voci in giro. L&#8217;eco delle campane si spegne oltre le mura della vecchia citt\u00e0, mentre cerco di ripararmi dalle folate gelide dell&#8217;inverno. Le case crepitano di passi assonnati, le finestre s&#8217;illuminano lentamente, schiudono lo sguardo verso il mondo, uno sguardo ancora appannato dal tanto dormire. La pioggia ha imperversato tutta notte, e adesso sale lento l&#8217;odore dell&#8217;asfalto, lacerato dal trambusto delle auto che si \u00e8 da poco svegliato. Io da parte mia non ho chiuso occhio. Sono rimasto a vagare, cercando di salvare la pelle, come accade da anni. Certe volte capita di ritrovarsi stanco lungo il cammino da perdere l&#8217;orientamento, e basta un attimo per rimanerci secco. L\u00ec, sul bordo della via. Basta riflettere se attraversare verso nord o no, basta fermarsi un istante, mentre il camion sfreccia lungo la sua linea immaginaria che non prevede d&#8217;incontrarti, e non fa nulla per evitarti. E tu, l\u00ec, immobile nella tua idiozia. Con gli occhi ancora lucidi di lacrime e dolore scorgi da terra quello che di te rimane. Ne ho visti tanti morire cos\u00ec. Spenti nel volgere di uno sguardo. Finiti stritolati dalla frenesia di una vita che non ci appartiene, eppure ci uccide senza chiedere scusa. Ne ho lasciati di amici lungo il cammino, alcuni col sorriso tra le labbra, senz&#8217;aver avuto nemmeno il tempo di pisciarsi addosso dalla paura, o considerare di muoversi, fuggire, scappare allo stridere di freni che si bloccano un passo oltre la vita. La nostra. Ne ho visti morire cos\u00ec.<!--more--> Ed ogni volta mi rimane soltanto lo scuotere del capo, e niente altro da fare. Se non allontanarsi per evitare di finirci sotto, anche noi. Mi ritrovo a vagare nel respiro della citt\u00e0 che si sveglia dal torpore notturno e si mette in moto, ed io a ritagliarmi un piccolo cammino al sicuro, radente le umide pareti di costruzioni cadenti, attento a scansare frammenti di vetro venuti gi\u00f9, incapaci di reggere alla furia dell&#8217;esistenza. Bivacco al margine, seguendo una scia, tra le tante, che mi possa condurre verso qualcosa da mangiare. Quando vagavo per i campi era difficile ritrovare la morte sull&#8217;asfalto, poco ce n&#8217;era in giro e per niente si attraversava. All&#8217;epoca c&#8217;era una voce che circolava silenziosa tra noi, starne alla larga, perch\u00e9 qualcuno s&#8217;era allontanato, c&#8217;era finito dentro, e non ne aveva fatto ritorno. Dunque si scorrazzava per i campi, tra il fango delle giornate cariche d&#8217;umidit\u00e0, in cui l&#8217;aria pesa e pesa ogni movimento che fai, e la giornata stanca e stanca ogni passo che dai. Ci si rincorreva quando c&#8217;era la forza di farlo, sui campi seccati dal sole che se ne stava l\u00ec, in alto, tutto il giorno a puntarci senza lasciare scampo, n\u00e9 qualche pozza d&#8217;acqua dentro la quale poterci ristorare. Ero venuto al mondo da poco e seguivo l&#8217;ombra dei miei genitori, o di quelli che credevo tali allora. Non s&#8217;incontrava la morte nello stridere di freni tirati in ritardo lungo l&#8217;asfalto o sotto luci abbaglianti nella notte, pronte a saltarti addosso senza dare scampo. Eppure la morte ci seguiva, lenta come il nostro incedere, e si fermava a guardarci, come a sorridere di noi e della nostra incapacit\u00e0 di ritrovar da mangiare. Ne ho visti stremati dalla fame, accasciarsi all&#8217;improvviso, senza salutare, senza alcun sorriso disegnato sul volto, senza la paura negli occhi del pensare \u00e8 finita, senza la forza del passo da dare, per provare a resistere ancora una notte. Poi ricordo venne qualcuno a prenderci. Ci caric\u00f2 in uno di quei mezzi che molti di noi ha lasciato senza vita, e ci ha portato in citt\u00e0. Qui non ho pi\u00f9 trovato terra umida sotto le mie dita, ho potuto alleviarmi dal sole pungente nascondendomi in ogni anfratto. Ho scoperto che la citt\u00e0 ne ha di posti dentro i quali nasconderci, che a saper farlo bene rischi anche di non uscirne pi\u00f9 fuori. Ho imparato che le luci ti puntano nella notte, e si fanno sempre pi\u00f9 ingombranti, e avanzano seguite da rombi di motore e strombazzate penetranti di clacson senza musica, e ho imparato a fuggire, in tempo, almeno fino ad oggi. Ho imparato anche a farmi rispettare per quello che un bastardo come me pu\u00f2 fare. Rimanendo sempre sul filo della precariet\u00e0. Oggi qualcosa in pancia per poter andare avanti, domani non so. Ed \u00e8 in questo andare che mi imbatto in figure solite, note, che allungano le loro zampe verso di me, e mi tendono un sorriso e resti di pasto da consumare all&#8217;istante prima che qualcuno pi\u00f9 grosso di me mi si avventi alle spalle spazzandomi via e lasciandomi a secco. Ho perduto qualche sorriso in questi mesi, un tipo dalla barba folta che se ne rimaneva tutto il giorno addormentato sulla sedia e qualche volta batteva un buffo martello su delle scarpe, di quel suono non rimane pi\u00f9 niente, e neppure del suo brontolio, ne del pane che sapeva bene allungarmi per terra con le mani stanche. Da qualche tempo non vedo pi\u00f9 nessuno davanti alla bottega, pertanto tiro dritto verso i cassonetti, cos\u00ec li chiamano. Sono scatoloni immensi in cui ciascuno di noi trova sempre qualcosa di buono. Spesso diventano luoghi di giochi e divertimento. Si strappano i sacchi alla ricerca di qualcosa di migliore, come le nostre giornate, insomma. E ci si rincorre attorno. Si va a gruppi, consolidati. Senza paura d&#8217;essere ingannati, d&#8217;essere in qualche modo sovrastati. Si prova. Talvolta va bene, altre volte no. Ci sono state occasioni in cui anche in tre o quattro ci siamo dovuti piegare alla foga di chi non mangiava da giorni, e seppur debilitato aveva tanta rabbia in corpo da spazzarci via come ramoscelli secchi. Ho imparato che in questi casi \u00e8 meglio starsene alla larga, per lasciar attaccata la pelle al resto. Oggi mi ritrovo solo per il solito cammino. Al solito posto il carico \u00e8 pieno, sacchi lasciati per la strada, cassonetti stracolmi, ogni cosa l\u00ec per chi vuole servirsene. Annuso un po&#8217;, cerco di prendere il meglio da ci\u00f2 che \u00e8 stato abbandonato nella notte. Un odore forte per\u00f2 copre gli altri, l\u00ec nell&#8217;angolo. Un piccolo sacchetto nero, sembra muoversi addirittura. Mi fermo guardingo. Ho imparato anche che in certe situazioni ti tirano scherzi non da poco. Ho visto il muso d&#8217;un compagno di viaggio venir via di netto dal morso violento di un ratto metropolitano, e non vorrei proprio lasciarci il mio allo stesso modo oggi. Mi avvicino in allerta, eppure i movimenti non sembrano portare pericolo. L&#8217;odore \u00e8 forte. Quel sacchetto sprigiona un sentore strano. Non m&#8217;\u00e8 mai capitato di ritrovarmi in una situazione del genere. Eppure la curiosit\u00e0 la vince, e mi lascio andare. Scuoto, un colpo secco al sacchetto che si lacera come tutti. Uno squarcio largo mi mostra subito il contenuto, ma non credo possa essere cos\u00ec. Dunque lo afferro, con pi\u00f9 leggerezza per quel che sono capace, e lo porto alla luce della strada. Il sacchetto cede sempre di pi\u00f9 al mio sforzo, e il contenuto se ne resta l\u00ec. Con un fare strano, le zampe tirate all&#8217;ins\u00f9 e gli occhi che cercano attorno. Un cucciolo che non m&#8217;appartiene. Lo afferro per la pelle e lo porto ancora pi\u00f9 alla luce in attesa che qualcuno della sua specie venga a tirarlo fuori dai guai.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Il vento spazza la strada. Qualche passo l&#8217;accompagna. Non si sentono voci in giro. L&#8217;eco delle campane si spegne oltre le mura della vecchia citt\u00e0, mentre cerco di ripararmi dalle folate gelide dell&#8217;inverno. Le case crepitano di passi assonnati, le finestre s&#8217;illuminano lentamente, schiudono lo sguardo verso il mondo, uno sguardo ancora appannato dal tanto dormire. La pioggia ha imperversato tutta notte, e adesso sale lento l&#8217;odore dell&#8217;asfalto, lacerato dal trambusto delle auto che si \u00e8 da poco svegliato. Io da parte mia non ho chiuso occhio. Sono rimasto a vagare, cercando di salvare la pelle, come accade da anni. Certe volte capita di ritrovarsi stanco lungo il cammino da perdere l&#8217;orientamento, e basta un attimo per rimanerci secco. L\u00ec, sul bordo della via. Basta riflettere se attraversare verso nord o no, basta fermarsi un istante, mentre il camion sfreccia lungo la sua linea immaginaria che non prevede d&#8217;incontrarti, e non fa nulla per evitarti. E tu, l\u00ec, immobile nella tua idiozia. Con gli occhi ancora lucidi di lacrime e dolore scorgi da terra quello che di te rimane. Ne ho visti tanti morire cos\u00ec. Spenti nel volgere di uno sguardo. Finiti stritolati dalla frenesia di una vita che non ci appartiene, eppure ci uccide senza chiedere scusa. Ne ho lasciati di amici lungo il cammino, alcuni col sorriso tra le labbra, senz&#8217;aver avuto nemmeno il tempo di pisciarsi addosso dalla paura, o considerare di muoversi, fuggire, scappare allo stridere di freni che si bloccano un passo oltre la vita. La nostra. 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