{"id":2544,"date":"2013-09-25T20:56:36","date_gmt":"2013-09-25T19:56:36","guid":{"rendered":"http:\/\/vagabondoebbro.altervista.org\/blog\/?p=2544"},"modified":"2022-05-27T21:04:41","modified_gmt":"2022-05-27T19:04:41","slug":"la-lettera-il-como","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.massimilianocitta.it\/blog\/la-lettera-il-como\/","title":{"rendered":"La lettera e il com\u00f2"},"content":{"rendered":"<p><center><br \/>\n<a href=\"https:\/\/www.massimilianocitta.it\/blog\/wp-content\/uploads\/2013\/09\/comoblog.png\"><img decoding=\"async\" class=\"aligncenter size-medium wp-image-5829\" src=\"https:\/\/www.massimilianocitta.it\/blog\/wp-content\/uploads\/2013\/09\/comoblog-300x242.png\" alt=\"\" width=\"300\" height=\"242\" srcset=\"https:\/\/www.massimilianocitta.it\/blog\/wp-content\/uploads\/2013\/09\/comoblog-300x242.png 300w, https:\/\/www.massimilianocitta.it\/blog\/wp-content\/uploads\/2013\/09\/comoblog-768x620.png 768w, https:\/\/www.massimilianocitta.it\/blog\/wp-content\/uploads\/2013\/09\/comoblog.png 789w\" sizes=\"(max-width: 300px) 100vw, 300px\" \/><\/a><\/center><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><!--l. 13--><\/p>\n<p class=\"indent\" style=\"text-align: justify;\">C\u2019erano giornate di vento. E lo sentivi, entrava senza chiedere permesso.&nbsp;Bussava forte, e i fragili vetri delle finestre di nonna non riuscivano a lasciarlo per&nbsp;la strada. Entrava e spalancava ogni cosa. Cuori e aperture. Scostava i&nbsp;panni, li rigirava alla rinfusa per la casa mentre nonna, con fare furioso, si&nbsp;piegava a raccogliere col nome di dio stretto tra le labbra. Io ero l\u00ec,&nbsp;a tendere le mani piccole e paffute, a far confusione, a mischiarmi col&nbsp;vento.<br \/>\nCerte volte entrava a folate violente, scostava i quadri dei santi appesi alle&nbsp;pareti, e picchiava, picchiava. Spazzava il cortile da farti sgambetti.<br \/>\nC\u2019era da ridere.<br \/>\nZia Maria fin\u00ec pi\u00f9 volte a piedi in aria quel mattino, gi\u00e0 di suo barcollava,&nbsp;le gambe vecchie di cent\u2019anni non tenevano il passo nella quiete, figurarsi in&nbsp;mezzo alla tempesta.<br \/>\nErano giorni di povert\u00e0 quelli.<br \/>\nGiorni di tinozze e vasi, cocci e resti messi per la casa a raccoglier acqua dalle crepe sul tetto, giorni di freddo. Giorni di cartone a rattoppare vuoti e fessure, e ante scricchiolanti, strenuamente socchiuse per nasconderci al mondo, e squittii invadenti zittiti dal passo malfermo di gattini sperduti.<br \/>\nErano giorni di povert\u00e0 quelli.<br \/>\nE stille di miele a carezzarmi la gola infiammata che non dava respiro.&nbsp;Sentivo le mie parole restarsene mute, e soffiavo e soffiavo, ma non c\u2019era&nbsp;ragione. Il vento copriva ogni sforzo. Poi, cos\u00ec come senza chieder permesso&nbsp;aveva spalancato ogni cosa se ne usciva via, e nonna e la zia, e la vecchia&nbsp;della casa di fronte, leste come formiche a rincorrersi per riportare la&nbsp;calma.<br \/>\nMa il vento era entrato e m\u2019ero confuso al suo fare.<br \/>\nZia Maria sbraitava a parole fluttuanti, che passavano sulla mia piccola testa come sputi mozzati. E chiamava a raccolta i suoi santi che venissero dentro a placarmi nell\u2019animo. Non sapeva, la zia, che anche i santi erano stati piegati e sbattuti. Loro, spalle al muro, sospesi al filo, pi\u00f9 volte sospinti e poi lasciati&nbsp;cadere. Non c\u2019erano vetri a proteggerne i volti.<br \/>\nLa vecchia vicina, che aveva la barba pi\u00f9 fitta di pap\u00e0, scrutava i miei occhi,&nbsp;sibilava il mio nome, come fosse bestemmia.<br \/>\nMa io m\u2019ero mischiato al vento e non potevo restare.<br \/>\nEppure nonna sapeva, aveva capito e sedeva a sbarrarmi la porta, mentre la&nbsp;pioggia scrosciava orfana del vento, battendo il tempo sui ciottoli.<br \/>\n\u00abSi stancher\u00e0\u00bb, diceva, \u00absi stancher\u00e0.\u00bb<br \/>\nMa il vento non ha mai avuto requie da quando s\u2019\u00e8 detto vento, ed io m\u2019ero&nbsp;mischiato al suo fare.<br \/>\nAndavo su e gi\u00f9 lungo la scala piegata dal tempo, sospesa dagli anni, lasciata&nbsp;al sorriso del nonno. Contavo le gocce cadute dal cielo scivolare sulle travi di&nbsp;legno, scendere tristi e morire su tinozze ammuffite. Salivo su e gi\u00f9 per la scala a&nbsp;rincorrere l\u2019eco delle mie urla, mute, ancora una volta senza possibilit\u00e0 di&nbsp;ritorno. Entravo e uscivo dalle stanze sperando di trovarci qualcuno, qualcosa di&nbsp;nuovo.<br \/>\nMa nessuno veniva.<br \/>\nIl vento era andato, lasciandomi solo e senza voce.<br \/>\nSalivo, scendevo, saltellavo sul lettone di nonna, rimanendoci dentro, risucchiato dal tonfo sordo di un materasso troppo stanco per provare a combattere. E ad ogni salto potevo sentire un profumo, un ricordo, una voce. L\u2019odore degli anni, strato su strato, si liberava nell\u2019aria.<br \/>\nUn tempo c\u2019erano stati amori, rantoli di piacere rubati alla fatica della calce. C\u2019erano stati figli, nati e cresciuti uno dopo l\u2019altro, pianto su pianto, dolore su dolore, sorriso su sorriso. Adesso dormiva il materasso, senza pi\u00f9 rumori, n\u00e9 nomi da richiamare a tavola, n\u00e9 passi per le scale che avvisano di giochi e confidenze. Dormiva solitario cullando il respiro di nonna.<br \/>\nPer quanto m\u2019impegnassi, nella foga che avevo rubato al vento, non c\u2019era&nbsp;modo di scostarlo, ogni mio sforzo era vano. Potevo picchiarci la testa,&nbsp;scalciarlo, provare a spingerlo a destra e a manca con le mani paffute, ma&nbsp;nulla.<br \/>\nImmobile.<br \/>\nSe ne restava l\u00ec, muto, un po\u2019 come me, esausto dall\u2019immane prova del&nbsp;tempo, a fissare il com\u00f2.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><!--l. 27--><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><!--l. 31--><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><!--l. 37--><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><!--l. 49--><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Ho imparato negli anni che anche la povert\u00e0 riesce a mantenere una regale dignit\u00e0, a saperla indossare, ma non \u00e8 roba da tutti, lo so. Nonna aveva un ch\u00e9 di regale nella sua calda povert\u00e0. E quel com\u00f2 ne era il segno. S\u2019era ammirata bella, seduta a pregare nei giorni di guerra, s\u2019era trovata&nbsp;vecchia, seduta a pregare nei giorni.<br \/>\nMolti, troppi, trascorsi, finiti. Lontani.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il vento di quel mattino mi aveva condotto al cospetto del vecchio&nbsp;com\u00f2.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Uno specchio mi restituiva alla vista per quello che il vento aveva fatto di me.&nbsp;Mobile. Senza riflesso, con occhi sguscianti e un sorriso deforme, proteso al&nbsp;prossimo gesto. Toccavo, e cercavo qua e l\u00e0, rovistavo i pochi oggetti, i cassetti&nbsp;bloccati, fermi alle richieste di gracili braccia d\u2019aprirsi. Rumoreggiavo cantando,&nbsp;cos\u00ec come nonna, cos\u00ec come mamma prima di me. Curioso di vederci chiaro in&nbsp;quel mondo riflesso che perdeva i dettagli, distratti come i panni di sotto dalle&nbsp;folate del mattino.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Nonna mi prese alle spalle. Col passo felpato e il respiro alla menta che&nbsp;seguivo segugio per uscirmene fuori dai guai. Sorrise e mi diede la mano, mi prese&nbsp;dal vento e mi port\u00f2 con braccia tremanti sulle ginocchia.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00abQuesto com\u00f2 ha una storia da raccontare\u00bb, disse. Rimise gli oggetti che&nbsp;avevo toccato al posto di prima, come se nulla li avesse sfiorati, come se il vento&nbsp;non fosse mai entrato l\u00e0 dentro. Lisci\u00f2 con la mano la superficie di marmo,&nbsp;quasi fosse una stoffa da rassettare, poi carezz\u00f2 i miei capelli bagnati dalla&nbsp;febbre e dalle ripide salite.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00abQuando il nonno lo port\u00f2 in casa era malconcio.\u00bb, disse con la voce rotta da&nbsp;quel nome.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Poi un lieve respiro e ancora parole.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00abAveva due gambe spezzate, la cassettiera divelta, le maniglie dei cassetti&nbsp;penzoloni, alcune deformi, altre mancanti del tutto. Era pieno di buchi in cui le&nbsp;tarme giocavano a nascondino. La base di marmo schiacciata dall\u2019incuria e da&nbsp;passi poco gentili, frantumata. Tenuta insieme dallo sputo, sembrava volesse&nbsp;cedere in migliaia di pezzi al solo respiro. Nonno l\u2019aveva trovato dentro un&nbsp;magazzino che dovevano ristrutturare con la ditta in cui lavorava all\u2019epoca, molto&nbsp;prima della guerra, pochi mesi dopo esserci sposati. Era l\u00ec, mi disse,&nbsp;abbandonato in un angolo, sepolto da travi e attrezzi vari. Il proprietario gli fece&nbsp;capire che si poteva buttare, o prenderlo magari, se ne avesse avuto la forza e lo&nbsp;spirito, ch\u00e9 a lui non interessava nulla, l\u2019aveva sempre detestato. Cos\u00ec il nonno&nbsp;lo port\u00f2 a me come un piccolo dono, mi disse scherzando. Io sorrisi,&nbsp;perch\u00e9 non \u00e8 che avessi ricevuto molti regali prima di allora, anzi, ma un&nbsp;rudere del genere, con lo specchio frantumato, soltanto qualche coccio&nbsp;incassato all\u2019angolo che mi faceva capire, ecco l\u00ec prima di niente c\u2019era&nbsp;uno specchio, che farmene?, pensai. Un mobile orribile, poi. Capivo bene&nbsp;l\u2019animo del proprietario, eppure il nonno caparbio com\u2019era lo caric\u00f2 sul&nbsp;furgoncino della ditta e lo port\u00f2 da solo fin quass\u00f9 in camera. Aveva&nbsp;deciso. Il com\u00f2 che vedi sta qui, al suo posto, da cinquant\u2019anni. Ma non&nbsp;\u00e8 questa la storia che voglio raccontarti\u00bb, disse infine ancora divertita,&nbsp;scoprendomi annoiato. \u00abDopo che riusc\u00ec a fatica a portarlo fin qui, nonno&nbsp;s\u2019industri\u00f2 affinch\u00e9 il suo regalo potesse essere il migliore dei regali.&nbsp;Chiam\u00f2 il mastro falegname, che in quegli anni teneva bottega in fondo&nbsp;alla stradina e gli chiese di sistemarlo, anzi, gli intim\u00f2 col suo solito&nbsp;fare di portarlo all\u2019antico splendore, senza badare a spese. Sai, nonno&nbsp;era cos\u00ec. Roboante nelle sua azioni quanto nelle parole che diceva. E&nbsp;cantava sonoramente, molto pi\u00f9 di me. Riempiva il vuoto di questa casa&nbsp;con la sua voce possente\u00bb, disse cercandolo in quello specchio sbiadito.&nbsp;Poi si ferm\u00f2, le sentivo il respiro salire lento fino alle labbra, ma non&nbsp;produceva alcun suono. Mi guard\u00f2 e sorrise. Ancora, come aveva sempre fatto&nbsp;da quando ne ho avuto memoria. E continu\u00f2. \u00abIn pochi giorni il mio&nbsp;regalo era pronto. Lucido e bello. Con la superficie in marmo levigata, lo&nbsp;specchio chiaro in cui ci potevo gi\u00e0 scorgere le prime rughe da lavoro in&nbsp;casa, la vernice splendente sul legno e i pomelli dei cassetti a posto e&nbsp;funzionanti, di rame lucente. Era costato pi\u00f9 di quanto avesse previsto, ma&nbsp;nonno non \u00e8 stato mai in grado di prevedere, amava fare, agire, e in&nbsp;fondo \u00e8 per questo che l\u2019ho sposato prima, e amato sempre. Il bello&nbsp;per\u00f2 caro mio deve ancora venire, eh s\u00ec\u00bb, disse quasi sobbalzando sulle&nbsp;ginocchia e dandomi una sonora pacca sulle spalle. \u00abS\u00ec, perch\u00e9 pochi giorni&nbsp;dopo che il regalo mi fu consegnato pronto per l\u2019utilizzo, iniziai a riporre&nbsp;con cura le pochissime cose che costituivano il mio corredo\u00bb, e a queste&nbsp;parole sorrise di gusto, sonoramente \u00abcome se una ragazza come me,&nbsp;sposatasi dopo la classica fuitina potesse dire d\u2019avere un corredo, beh,&nbsp;comunque io qualche lenzuolo ben ricamato l\u2019avevo, come no. Regalo&nbsp;di mia nonna, che pur venendo dal secolo passato mai s\u2019era opposta al&nbsp;nostro legame. Ad ogni modo possedevo alcune cose. Le maglie di lana del&nbsp;nonno, altre magliette varie e un po\u2019 di biancheria. I mutandoni come tu li&nbsp;chiami. Ecco, ricordo ancora quel pomeriggio strano come fosse ieri. Ad un&nbsp;certo punto provando a chiudere il secondo cassetto, come dimenticarlo\u00bb,&nbsp;disse quasi tra s\u00e9, \u00abtrovai molte difficolt\u00e0, il binario non scorreva liscio&nbsp;cos\u00ec com\u2019era accaduto poco prima, quando l\u2019avevo aperto per riporre la&nbsp;biancheria. Nonostante i miei sforzi non sono riuscita a chiuderlo del tutto, mi&nbsp;son detta aspetter\u00f2 Franco al ritorno da lavoro. Nonno rincas\u00f2 alla&nbsp;solita ora, dopo la quotidiana capatina al circolo. Erano le sette in punto.&nbsp;Sal\u00ec le scale con passo lento, affaticato dal sole e dal doppio bicchiere&nbsp;di rosso, si tolse la roba da lavoro e si mise in libert\u00e0, indossando la&nbsp;classica canotta bianca che adoperava anche d\u2019inverno e i pantaloni larghi&nbsp;che amava tanto, e che gli davano un\u2019aria del pagliaccio che si divertiva&nbsp;sempre ad interpretare per me. Gli dissi del cassetto, e brontolando, ma col&nbsp;sorriso sulle labbra e la sigaretta pronta per essere accesa, prov\u00f2 ad&nbsp;armeggiare. &#8211; Ecco! Sempre a me i lavori complicati, quelli per cui non si vede&nbsp;soluzione, come l\u2019inghippo di questo cassetto. Non c\u2019\u00e8 nulla eppure non ne&nbsp;vuole sapere di chiudersi. Armeggio da troppo tempo con le cose, per il&nbsp;resto ho da sempre armeggiato con la vita ma non sono riuscito a cavarci&nbsp;granch\u00e9 &#8211; , sbraitava, sapessi che ridere, era comico, in tutto quello che&nbsp;faceva, teatrale, eppure del teatro non ne sapevamo nulla, e la Tv era&nbsp;cos\u00ec lontana dalla nostra cucina. S\u00ec, nonno aveva letto qualcosa in&nbsp;giovent\u00f9, ma s\u2019era subito stancato. Anche qui in maniera da attore mi&nbsp;ripeteva che &#8211; era meglio vivere la propria vita, sebbene sgangherata,&nbsp;piuttosto che quella d\u2019altri, seppur migliore. Ritornando alla storia, ecco,&nbsp;s\u00ec, inizi\u00f2 a sudare, nemmeno che se fossimo stati in estate. E sudava,&nbsp;grondava, come si dice. S\u2019alz\u00f2, perch\u00e9 s\u00ec, tutto questo armeggiare&nbsp;l\u2019aveva fatto da terra, sdraiato. Si pass\u00f2 il polso sulla fronte e come in&nbsp;una sfida senza fine si ributt\u00f2 contro quel cassetto con pi\u00f9 veemenza.&nbsp;Stavolta restandosene in piedi, con le gambe arcuate a spingere contro la&nbsp;parete. Vedessi che scena, la specchiera vacillava, dandomi l\u2019impressione di&nbsp;frantumarsi all\u2019improvviso. Chiesi a nonno di lasciar perdere, che alla fine&nbsp;se per qualche centimetro non si chiudeva quel cassetto tutto andava&nbsp;bene, il com\u00f2 mi piaceva, riempiva la stanza, dava colore e scaldava&nbsp;arricchendo la nostra scarna mobilia. S\u00ec, in fondo era stato un gran bel&nbsp;regalo, uno di quelli che non si dimenticano facilmente. Eppure, nonno,&nbsp;cocciuto come una capra non s\u2019arrese mica. Dopo altri tentativi andati male,&nbsp;scardin\u00f2 completamente il cassetto. Lo tir\u00f2 fuori con impeto. E con&nbsp;fare vittorioso lo adagi\u00f2 sul letto. Riprese fiato alcuni istanti&#8230;\u00bb e qui&nbsp;sorrise, di gusto. \u00abBe\u2019, in effetti nonno prov\u00f2 a rincorrermi come un&nbsp;ragazzino, ed io come una perfetta compagna di giochi me la svignai su&nbsp;per le scale, sentendolo imprecare divertito. Avevo il fiatone per quella&nbsp;corsetta, quando lo sentii quasi gridare il mio nome. Cos\u00ec discesi ancor&nbsp;pi\u00f9 velocemente verso camera da letto. E lo ritrovai come un bimbo&nbsp;soddisfatto, seduto a terra con le gambe incrociate. E mi fissava sorridendo.&nbsp;Esausto, pi\u00f9 per i bicchieri di vino sono tutt\u2019ora convinta, che per quella&nbsp;stramba fatica. Mi sorrideva tendendo una mano verso di me. A primo&nbsp;impatto non capivo, lo osservavo cos\u00ec buffo nel suo essere fino a quando&nbsp;con un gesto da caricatura attir\u00f2 la mia attenzione verso quello che&nbsp;tratteneva tra le dita. Era una busta, tutta rabberciata, che conteneva&nbsp;qualcosa. Lo spessore della carta piegata impediva al cassetto di scorrere&nbsp;correttamente fino alla chiusura. Problema risolto, dicevano i suoi occhi&nbsp;fiammeggianti.\u00bb Mi carezz\u00f2 ancora una volta i capelli, mentre la mia testa&nbsp;trovava ristoro tra le sue braccia calde. Poi riprese. \u00abNonno mi pass\u00f2 la&nbsp;busta, io la stirai provando con qualche difficolt\u00e0 ad estrarne il contenuto.&nbsp;Alla fine ci riuscii. C\u2019era dentro una foto, mal ridotta. Di una ragazza&nbsp;bellissima. La mostrai subito a nonno, perch\u00e9 in fondo credevo d\u2019averla&nbsp;riconosciuta, e chiedevo a lui conferma. Nonno la fiss\u00f2 e rimase ad osservarla.&nbsp;I suoi occhi s\u2019erano spenti, immalinconiti, pertanto capii d\u2019averla ben&nbsp;riconosciuta.\u00bb<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00abE chi era la ragazza nella foto?\u00bb, chiesi impaziente.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00abEra la pi\u00f9 bella ragazza del paese. Tutti ne erano convinti, eppure aveva&nbsp;avuto una storia tristissima. Qualche anno prima che io e nonno ci sposassimo&nbsp;l\u2019avevano ritrovata senza vita dentro al pozzo della campagna di alcuni parenti.&nbsp;Devi sapere che per giorni e giorni l\u2019intera popolazione aveva battuto le campagne&nbsp;circostanti il borgo alla ricerca della giovane scomparsa. Il potest\u00e0 era in testa al&nbsp;corteo che notte per notte, con fiaccole alla mano, rovistava metro su metro. Alla&nbsp;fine grazie all\u2019intuizione del parroco di allora si riusc\u00ec a scovarla. Se&nbsp;non ricordo male trascorsero pi\u00f9 di due settimane prima del macabro&nbsp;ritrovamento. Tutta un\u2019intera comunit\u00e0 pianse. I carabinieri sollecitati&nbsp;dai parenti condussero a lungo indagini seguendo ogni possibile pista.&nbsp;Nessuno poteva darsi pace. Nessuno accettava la morte di quella ragazza.&nbsp;Cos\u00ec bella e pacifica. Finita sfracellata, cinque metri sottoterra, con le&nbsp;ossa spezzate e il viso tumefatto. Irriconoscibile se non fosse stato per&nbsp;le vesti che indossava e per la catenina che le cingeva il collo, regalo di&nbsp;famiglia. Quello che inquiet\u00f2 non poco la comunit\u00e0 fu la completa&nbsp;mancanza di motivazioni per quel truce accadimento. Alcune voci girarono per&nbsp;mesi in paese, sostenendo che il parroco, sotto confessione, fosse venuto a&nbsp;conoscenza di qualche particolare. Perch\u00e9 pochi, in verit\u00e0, credettero&nbsp;all\u2019illuminazione dello spirito santo che condusse i ricercatori nell\u2019esatto&nbsp;luogo in cui il corpo della ragazza fu ritrovato. Devi sapere che quella&nbsp;campagna era stata abbandonata al suo destino. Racchiusi da una male&nbsp;assortita recinzione c\u2019erano un pozzo senz\u2019acqua e una catapecchia lasciata&nbsp;all\u2019incuria del tempo, da anni ormai i proprietari non mettevano pi\u00f9&nbsp;piede in quell\u2019arido e misero appezzamento di terra. Molti provarono a&nbsp;far parlare il prete, che si nascoste sempre dietro al mesto sorriso che&nbsp;portava per le strade del borgo. Questi ricordi salirono nella nostra mente in&nbsp;maniera diversa. Io e nonno rimanemmo a guardarci stupefatti. In qualche&nbsp;modo quel com\u00f2 era appartenuto in passato alla povera ragazza. Lo&nbsp;pensammo senza dire parola. Con fare mesto scendemmo in cucina. La&nbsp;conversazione non scivol\u00f2 allegra com\u2019era solito tra noi. Prima che preparassi la&nbsp;cena nonno si divertiva a giocarmi scherzi, prendermi in giro per poi&nbsp;coccolarmi come lui sapeva fare. Quella sera restammo muti, intristiti dalla&nbsp;bellezza della foto ritrovata cos\u00ec per caso. Senza neppure renderci conto&nbsp;trascorremmo la cena passandocela di mano in mano. Scrutandola come&nbsp;se potessimo capirci qualcosa di pi\u00f9. Parlammo anche della faccenda.&nbsp;Considerammo che dal ritrovamento della povera ragazza erano trascorsi&nbsp;almeno cinque anni. Provammo a ricercare nella memoria, e s\u00ec, credevamo&nbsp;d\u2019aver ragione. Nonno mi aiut\u00f2 a rassettare le stoviglie, sistemammo&nbsp;insieme e risalimmo per andare a dormire. E anche qui senza accorgerci&nbsp;portammo su con noi la foto. Il pensiero di quella povera ragazza, e di&nbsp;ci\u00f2 che le era accaduto attravers\u00f2 i nostri sogni fino all\u2019alba. Di buon&nbsp;mattino, come solito, mi alzai, discesi gi\u00f9 in cucina pronta a preparare il&nbsp;caff\u00e8 che avrei portato al nonno. C\u2019era una sorta di rito in questo. Il&nbsp;vassoio con le due tazzine, il cucchiaino per mescolare lo zucchero per me,&nbsp;e un sorso d\u2019acqua per il nonno. Quel mattino lo ritrovai gi\u00e0 con gli&nbsp;occhi spalancati, seduto a mezzo letto, col volto scuro e quella foto tra le&nbsp;dita. Pensai per un attimo che avrei fatto meglio a starmene zitta, a&nbsp;lasciare che il cassetto restasse non del tutto chiuso. Avrei evitato che quel&nbsp;triste ricordo iniziasse a girare per l\u2019aria di casa rendendoci grigi senza&nbsp;sapere fino in fondo come rimediare a quella malinconia. Sorseggiamo il&nbsp;caff\u00e8 senza dire parola, poi nonno s\u2019alz\u00f2, assente, mentre negli occhi gli&nbsp;leggevo una rabbia sorda, che poche volte avrei rivisto. Entr\u00f2 nel bagno&nbsp;senza fischiettare arie d\u2019opera come gli accadeva di solito. Io rigovernai la&nbsp;camera e ritornai in cucina. Dopo alcuni istanti sento il tonfo di una&nbsp;sedia e nonno che mi chiama a gran voce &#8211; Agata, Agata, sali, presto!&nbsp;Ricordo che lasciai scivolare per terra uno dei pochi piatti del servizio,&nbsp;che si frantum\u00f2 all\u2019istante. Non ebbi modo di rendermene conto, ch\u00e9&nbsp;ero gi\u00e0 di corsa per le scale con il cuore a mille per la paura. Ritrovai&nbsp;nonno seduto sul lato destro del letto con gli occhi luminosi. Teneva in&nbsp;mano la busta dalla quale, la sera prima, avevo tirato fuori la foto che ci&nbsp;aveva perseguitato nella notte. Mi invit\u00f2 a sedergli sulle ginocchia e poi&nbsp;disse &#8211; Guarda qui, qui in fondo, all\u2019angolo, \u00e8 scritto a matita, quasi&nbsp;scolorito, eppure se aguzzi la vista si legge bene. Io provai a decifrare&nbsp;quella scrittura minuta e particolarmente disordinata. A fatica riuscii a&nbsp;individuare le parole. Un nome e una data. Guardai tremante nonno,&nbsp;che annu\u00ec e mi abbracci\u00f2 con forza come a volermi proteggere dal&nbsp;mondo.\u00bb<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00abE perch\u00e9 nonna, perch\u00e9 lo fece e qual\u2019era il nome scritto sul fondo della&nbsp;busta?\u00bb<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Riprese fiato per la lunga tirata. Respir\u00f2 lentamente, e mi carezz\u00f2 ancora,&nbsp;poi continu\u00f2.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00abIl nome era quello di un vecchio amico del nonno, un compagno di giochi di&nbsp;quando provavano ad esser bambini. Ma era durato poco quel gioco. Le disgrazie&nbsp;che li colpirono, allora, avevano ben presto rovinato ogni cosa costringendoli ad&nbsp;indossare le scomode maschere degli adulti. Entrambi persero i padri, uccisi alla&nbsp;stessa maniera, senza alcuna piet\u00e0. Entrambi dovettero far fronte alle difficolt\u00e0&nbsp;delle famiglie, entrambi rimasti uomini di quelle case vigliaccamente lasciate&nbsp;sguarnite. Nonno Franco e Agostino, l\u2019amico di sempre, iniziarono subito a&nbsp;darsi da fare, lavorando a giornate ch\u00e9 neppure avevano compiuto la tua&nbsp;et\u00e0.\u00bb<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00abScusa nonna, ma la storia della foto, la ragazza dico, cosa aveva a che fare&nbsp;col nonno?\u00bb, chiesi.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00abDunque\u00bb, disse rassettandosi la veste, \u00abanni prima girava voce in paese che&nbsp;la giovane Adelina, la ragazza della foto per intenderci, aveva perduto la testa per&nbsp;Agostino, che nel frattempo aveva messo su famiglia. I mormorii dei vicoletti, cui&nbsp;mai ci si abitua, crescevano sempre pi\u00f9, invadenti, fino a diventare urla che nella&nbsp;notte passavano di casa in casa. Fu tirata in mezzo molta gente, anche gente poco&nbsp;raccomandabile. Alcuni parenti di Adelina fermarono per la strada Agostino&nbsp;minacciandolo pesantemente. Doveva smettere di importunare la ragazza. Alla&nbsp;fine dopo qualche settimana di trambusto il venticello della calunnia si acquiet\u00f2&nbsp;ritornando in silenzio verso le colline. Cos\u00ec come lo stesso Agostino&nbsp;d\u2019improvviso cambi\u00f2 lavoro e paese, stabilendosi definitivamente sulla&nbsp;costa. Tutto ritorn\u00f2 alla normalit\u00e0, fino a quando, come ti ho gi\u00e0&nbsp;detto, la ragazza svan\u00ec nel nulla prima d\u2019essere ritrovata dopo alcune&nbsp;settimane.\u00bb<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00abE dopo, nonna, dopo cosa accadde?\u00bb<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00abAccadde che nonno Franco non and\u00f2 a lavoro quel giorno.\u00bb<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00abPerch\u00e9?\u00bb<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00abPerch\u00e9 la data riportata nella busta indicava proprio lo stesso giorno della&nbsp;scomparsa di Adelina. La ricordavamo bene: era stata la domenica di Pasqua di&nbsp;quell\u2019anno, ma ci era cara sopratutto perch\u00e9 segnava il nostro anniversario di&nbsp;matrimonio.\u00bb<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00abDavvero?\u00bb<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00abS\u00ec. Nonno, allora, pens\u00f2 bene di prendere la corriera per Cefal\u00f9, con la&nbsp;ferma volont\u00e0 di chiedere spiegazioni all\u2019amico di un tempo. Io provai in tutti i&nbsp;modi a dissuaderlo. Dissi che riportare in vita fantasmi non avrebbe fatto bene a&nbsp;nessuno, e poi, poi non c\u2019era alcuna certezza nella supposizione che lacerava&nbsp;l\u2019animo del nonno, ma non immagini come reag\u00ec. Sembrava un cavallo&nbsp;imbizzarrito che, presa quella strada, non avrebbe per niente al mondo cambiato&nbsp;direzione. E cos\u00ec fu.\u00bb<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00abE poi, dimmi nonna, poi? Incontr\u00f2 Agostino? Scopr\u00ec cos\u2019era accaduto?\u00bb<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Nonna rimase per alcuni momenti in silenzio.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">L\u2019orologio a pendolo ticchettava fastidiosamente, ed io avrei voluto colpire&nbsp;quel galletto molesto con la mia fionda, ma la voglia di sapere come andava a&nbsp;finire la vicenda mi tratteneva sulle sue ginocchia in attesa.<\/p>\n<p class=\"indent\" style=\"text-align: justify;\">Gli occhi dell\u2019anziana signora si chiusero.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Le palpebre serrate nascondevano il travaglio di quell\u2019anima che mai avrebbe&nbsp;mostrato chiaramente il suo dolore. Nonna cantava, sorrideva, e cantando&nbsp;e sorridendo raccontava storie. Non aveva tempo per la tristezza, e se&nbsp;qualche volta la malinconia la coglieva alla sprovvista, be\u2019, era lesta a&nbsp;scalciarla via con un bacio, o un\u2019infornata di biscotti al burro. Eppure in&nbsp;quell\u2019istante non fu pronta di riflessi, non mi baci\u00f2, n\u00e9 tir\u00f2 fuori col&nbsp;guanto a forma di babbo natale l\u2019incandescente teglia stracolma di delizie&nbsp;dolciarie.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Nulla di tutto ci\u00f2.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Ebbe semplicemente un fremito.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">S\u2019alz\u00f2 di scatto, gettandomi letteralmente a terra.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Mi rimisi in piedi, frustrato, mentre lei scivolava lungo le scale verso la&nbsp;cucina.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00abNonna, nonna, dove vai? La storia, com\u2019\u00e8 finita?\u00bb, dissi con voce&nbsp;implorante.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00abTroppo tardi, devo preparare, ho perso troppo tempo, torna a giocare in&nbsp;cortile.\u00bb, mi rispose senza alcuna inflessione, quasi fosse un automa.<\/p>\n<p class=\"indent\" style=\"text-align: justify;\">\u00abMa nonna&#8230;?\u00bb<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Non rispose allora ne mai pi\u00f9 ritorn\u00f2 sulla vicenda.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">In quell\u2019istante ho avvertito un senso di disagio, quasi un dolore al petto.<\/p>\n<p class=\"indent\" style=\"text-align: justify;\">Qualcosa che scaturiva dalla mancanza di una fine, dall\u2019incompiutezza delle cose,&nbsp;nelle cose. Col tempo ho rivissuto quella sensazione come campanello d\u2019allarme&nbsp;per un percorso che in qualche modo chiedeva d\u2019esser concluso. E ho provato a&nbsp;farlo. In quell\u2019occasione ho anche imparato che non sei tu a cercare le storie,&nbsp;sono loro che ti scovano. Al momento giusto. E quel momento giunse&nbsp;qualche settimana dopo. Quando mi imbattei avventurosamente nel libro<br \/>\ndi Manrico. Lo zio che non avevo avuto modo di conoscere, quello zio&nbsp;che aveva pensato bene di darci un taglio con le cose. E concluderle.&nbsp;L\u00ec.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Restandosene appeso al soffitto.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Fluttuante come le sue parole, anticipatrici di ci\u00f2 che sarebbe stato.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Fu in quel libro che ritrovai la conclusione della vicenda di Adelina. In un&nbsp;modo di raccontare, cos\u00ec diverso da quello di nonna, cos\u00ec difficile da decifrare&nbsp;per me allora, provai ad immaginare.<\/p>\n<p class=\"indent\" style=\"text-align: justify;\">dal Libro Verde , racconto 21: In morte di Adelina Bongiovanni<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il sole morente scolpiva misere ombre sulla strada. Passi dimessi in processione&nbsp;verso il nulla. Lo scintillio delle fiaccole accendeva gli occhi dei cacciatori. In fila.&nbsp;Silenziosi nei loro pensieri. Alla ricerca dell\u2019ignoto. Ogni parola detta nelle&nbsp;giornate precedenti aveva spento le voci. Urla, cui l\u2019eco posso sentire ancora per la&nbsp;valle, a distanza di anni. Chiamano un nome, invano. Lo sento, ancora. Passare di&nbsp;bocca in bocca. Adelina, Adelina, Adelina. Senza risposta. Un intero villaggio&nbsp;vestito per la caccia, in cerca. In marcia, al ritmo mesto di un requiem.&nbsp;Questa la musica di quel 18 aprile. Il buon dio dall\u2019alto avr\u00e0 di certo&nbsp;seguito il dipanarsi di un cammino flebile, ondeggiante come le fiamme di&nbsp;fiaccole tristi ad indicare la via. In testa il parroco benedicente. Presagio&nbsp;di un dolore che da l\u00ec a poco avrebbe colpito anche il pi\u00f9 cinico dei&nbsp;briganti. E qualche brigante davvero presente, intruso, nei ranghi dei&nbsp;cacciatori a rimestare. Nel racconto di pap\u00e0 ho visto spesso i loro volti. I&nbsp;volti delle donne e degli uomini che in quella sera tastavano il terreno sperando di trovarvi qualcosa di pi\u00f9 di una radice sterile. Ho visto le&nbsp;labbra strette dei padri, per non far venir via bestemmie, che avrebbero&nbsp;cinto al petto le figlie con pi\u00f9 forza al ritorno, e le rughe delle donne,&nbsp;presto divenute madri, infittirsi a causa del dolore di un\u2019angoscia pi\u00f9&nbsp;grande.<\/p>\n<p class=\"indent\" style=\"text-align: justify;\">Adelina, diceva pap\u00e0.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">E raccontava.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Con la voce piena di pathos e vino.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Quella notte non doveva finire, eppure si spense nel gorgo di un vecchio pozzo&nbsp;abbandonato. Il ventre squarciato della giovane bellezza che il circondario&nbsp;invidiava. Dimenticata dal giorno e nascosta agli occhi del cielo. Quel viso e le&nbsp;labbra dolci seccate dal gelo e solcate nel profondo dai tracciati di una morte&nbsp;troppo presto venuta a bussare. Piansero in molti e tutti chiesero al cielo perch\u00e9.&nbsp;Senza avere risposta.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Muta Adelina, muto il cielo.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">E mio padre fermo nel dire.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Nel dirmi perch\u00e9.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Ho impiegato del tempo e lavorato a lungo. Come un pugile che mira al&nbsp;fianco, inesorabile e preciso per togliere fiato e forze all\u2019avversario, io ho lavorato&nbsp;mio padre.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Senza malizia, ma per conoscenza.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Non riuscivo a dormire la notte.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Volevo sapere.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Poi venne fuori la storia del com\u00f2, e quella fotografia che scovai per caso tra&nbsp;le cose di mamma. Che da par suo prov\u00f2 a raccontarmi ma alla fine si trad\u00ec&nbsp;nella voce piegata in un pianto leggero.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Io e mio padre.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Le dita tremanti nel cercare la carta. E gli occhi rossi come il riflesso del&nbsp;bicchiere.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Io, mio padre e una storia. Cos\u00ec lo ricordo. Cos\u00ec mi ricordo.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">E forse per questo non sono, ne mai lo sar\u00f2.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Le sue di parole, grondanti di vita, le mie di memorie.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Per questo ricordo, e forse mi trovo.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Io e mio padre, seduti di fronte a sfidarci nel gioco.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Beviamo un goccetto, e un altro ancora, la mamma gi\u00e0 dorme, \u00e8 l\u2019ora del&nbsp;dire.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Di quando scapp\u00f2 quasi di casa in sella alla vespa rombante. Di&nbsp;quando raggiunse l\u2019amico di un tempo, il vecchio Agostino, il nome di un&nbsp;uomo che mai ho conosciuto ma ho visto e rivisto migliaia di volte per&nbsp;tutte le volte che storie e racconti me l\u2019hanno portato davanti. Di quando&nbsp;arriv\u00f2 ai piedi della rocca, sudato e tremante per la paura di averci&nbsp;capito qualcosa. Di quando chiese in preda a morsi di febbre, chiese ad&nbsp;ogni passante trovato per strada dove poteva trovarsi Agostino, come se&nbsp;tutti lo conoscessero, come se a Cefal\u00f9 di Agostino ci fosse soltanto&nbsp;quell\u2019uomo.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Di quando lo vide e gli tese la mano.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Di quanto Agostino pianse come un bimbo ferito. Costretto tanti anni&nbsp;addietro a lasciare ogni cosa. Mentre Adelina non rinunciava.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Parlarono a lungo, urlarono e piansero insieme. E per l\u2019ultima volta si&nbsp;strinsero prima di andare. Agostino lontano, a imbracciare le reti, al largo, verso il&nbsp;mare. Adelina a casa, cos\u00ec disse mentendo. La ragazzina privata di tutto non&nbsp;chiese pi\u00f9 nulla alla vita n\u00e9 al cielo, cos\u00ec si lasci\u00f2 scivolare nel gorgo del&nbsp;pozzo, spegnendo la luce.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>C\u2019erano giornate di vento. E lo sentivi, entrava senza chiedere permesso.&nbsp;Bussava forte, e i fragili vetri delle finestre di nonna non riuscivano a lasciarlo per&nbsp;la strada. Entrava e spalancava ogni cosa. Cuori e aperture. Scostava i&nbsp;panni, li rigirava alla rinfusa per la casa mentre nonna, con fare furioso, si&nbsp;piegava a raccogliere col nome di dio stretto tra le labbra. Io ero l\u00ec,&nbsp;a tendere le mani piccole e paffute, a far confusione, a mischiarmi col&nbsp;vento. Certe volte entrava a folate violente, scostava i quadri dei santi appesi alle&nbsp;pareti, e picchiava, picchiava. Spazzava il cortile da farti sgambetti. C\u2019era da ridere. Zia Maria fin\u00ec pi\u00f9 volte a piedi in aria quel mattino, gi\u00e0 di suo barcollava,&nbsp;le gambe vecchie di cent\u2019anni non tenevano il passo nella quiete, figurarsi in&nbsp;mezzo alla tempesta. Erano giorni di povert\u00e0 quelli. Giorni di tinozze e vasi, cocci e resti messi per la casa a raccoglier acqua dalle crepe sul tetto, giorni di freddo. Giorni di cartone a rattoppare vuoti e fessure, e ante scricchiolanti, strenuamente socchiuse per nasconderci al mondo, e squittii invadenti zittiti dal passo malfermo di gattini sperduti. Erano giorni di povert\u00e0 quelli. E stille di miele a carezzarmi la gola infiammata che non dava respiro.&nbsp;Sentivo le mie parole restarsene mute, e soffiavo e soffiavo, ma non c\u2019era&nbsp;ragione. Il vento copriva ogni sforzo. Poi, cos\u00ec come senza chieder permesso&nbsp;aveva spalancato ogni cosa se ne usciva via, e nonna e la zia, e la vecchia&nbsp;della casa di fronte, leste come formiche a rincorrersi per riportare la&nbsp;calma. Ma il vento era entrato e m\u2019ero confuso al suo fare. Zia Maria sbraitava a parole fluttuanti, che passavano sulla mia piccola testa come sputi mozzati. E chiamava a raccolta i suoi santi che venissero dentro a placarmi nell\u2019animo. Non sapeva, la zia, che anche i santi erano stati piegati e sbattuti. Loro, spalle al muro, sospesi al filo, pi\u00f9 volte sospinti e poi lasciati&nbsp;cadere. Non c\u2019erano vetri a proteggerne i volti. La vecchia vicina, che aveva la barba pi\u00f9 fitta di pap\u00e0, scrutava i miei occhi,&nbsp;sibilava il mio nome, come fosse bestemmia. Ma io m\u2019ero mischiato al vento e non potevo restare. Eppure nonna sapeva, aveva capito e sedeva a sbarrarmi la porta, mentre la&nbsp;pioggia scrosciava orfana del vento, battendo il tempo sui ciottoli. \u00abSi stancher\u00e0\u00bb, diceva, \u00absi stancher\u00e0.\u00bb Ma il vento non ha mai avuto requie da quando s\u2019\u00e8 detto vento, ed io m\u2019ero&nbsp;mischiato al suo fare. Andavo su e gi\u00f9 lungo la scala piegata dal tempo, sospesa dagli anni, lasciata&nbsp;al sorriso del nonno. Contavo le gocce cadute dal cielo scivolare sulle travi di&nbsp;legno, scendere tristi e morire su tinozze ammuffite. Salivo su e gi\u00f9 per la scala a&nbsp;rincorrere l\u2019eco delle mie urla, mute, ancora una volta senza possibilit\u00e0 di&nbsp;ritorno. Entravo e uscivo dalle stanze sperando di trovarci qualcuno, qualcosa di&nbsp;nuovo. Ma nessuno veniva. Il vento era andato, lasciandomi solo e senza voce. Salivo, scendevo, saltellavo sul lettone di nonna, rimanendoci dentro, risucchiato dal tonfo sordo di un materasso troppo stanco per provare a combattere. E ad ogni salto potevo sentire un profumo, un ricordo, una voce. L\u2019odore degli anni, strato su strato, si liberava nell\u2019aria. Un tempo c\u2019erano stati amori, rantoli di piacere rubati alla fatica della calce. C\u2019erano stati figli, nati e cresciuti uno dopo l\u2019altro, pianto su pianto, dolore su dolore, sorriso su sorriso. Adesso dormiva il materasso, senza pi\u00f9 rumori, n\u00e9 nomi da richiamare a tavola, n\u00e9 passi per le scale che avvisano di giochi e confidenze. Dormiva solitario cullando il respiro di nonna. Per quanto m\u2019impegnassi, nella foga che avevo rubato al vento, non c\u2019era&nbsp;modo di scostarlo, ogni mio sforzo era vano. Potevo picchiarci la testa,&nbsp;scalciarlo, provare a spingerlo a destra e a manca con le mani paffute, ma&nbsp;nulla. Immobile. Se ne restava l\u00ec, muto, un po\u2019 come me, esausto dall\u2019immane prova del&nbsp;tempo, a fissare il com\u00f2. Ho imparato negli anni che anche la povert\u00e0 riesce a mantenere una regale dignit\u00e0, a saperla indossare, ma non \u00e8 roba da tutti, lo so. Nonna aveva un ch\u00e9 di regale nella sua calda povert\u00e0. E quel com\u00f2 ne era il segno. S\u2019era ammirata bella, seduta a pregare nei giorni di guerra, s\u2019era trovata&nbsp;vecchia, seduta a pregare nei giorni. Molti, troppi, trascorsi, finiti. Lontani. Il vento di quel mattino mi aveva condotto al cospetto del vecchio&nbsp;com\u00f2. Uno specchio mi restituiva alla vista per quello che il vento aveva fatto di me.&nbsp;Mobile. Senza riflesso, con occhi sguscianti e un sorriso deforme, proteso al&nbsp;prossimo gesto. Toccavo, e cercavo qua e l\u00e0, rovistavo i pochi oggetti, i cassetti&nbsp;bloccati, fermi alle richieste di gracili braccia d\u2019aprirsi. Rumoreggiavo cantando,&nbsp;cos\u00ec come nonna, cos\u00ec come mamma prima di me. Curioso di vederci chiaro in&nbsp;quel mondo riflesso che perdeva i dettagli, distratti come i panni di sotto dalle&nbsp;folate del mattino. Nonna mi prese alle spalle. Col passo felpato e il respiro alla menta che&nbsp;seguivo segugio per uscirmene fuori dai guai. Sorrise e mi diede la mano, mi prese&nbsp;dal vento e mi port\u00f2 con braccia tremanti sulle ginocchia. \u00abQuesto com\u00f2 ha una storia da raccontare\u00bb, disse. Rimise gli oggetti che&nbsp;avevo toccato al posto di prima, come se nulla li avesse sfiorati, come se il vento&nbsp;non fosse mai entrato l\u00e0 dentro. Lisci\u00f2 con la mano la superficie di marmo,&nbsp;quasi fosse una stoffa da rassettare, poi carezz\u00f2 i miei capelli bagnati dalla&nbsp;febbre e dalle ripide salite. \u00abQuando il nonno lo port\u00f2 in casa era malconcio.\u00bb, disse con la voce rotta da&nbsp;quel nome. Poi un lieve respiro e ancora parole. \u00abAveva due gambe spezzate, la cassettiera divelta, le maniglie dei cassetti&nbsp;penzoloni, alcune deformi, altre mancanti del tutto. Era pieno di buchi in cui le&nbsp;tarme giocavano a nascondino. La base di marmo schiacciata dall\u2019incuria e da&nbsp;passi poco gentili, frantumata. Tenuta insieme dallo sputo, sembrava volesse&nbsp;cedere in migliaia di pezzi al solo respiro. Nonno l\u2019aveva trovato dentro un&nbsp;magazzino che dovevano ristrutturare con la ditta in cui lavorava all\u2019epoca, molto&nbsp;prima della guerra, pochi mesi dopo esserci sposati. Era l\u00ec, mi disse,&nbsp;abbandonato in un angolo, sepolto da travi e attrezzi vari. Il proprietario gli fece&nbsp;capire che si poteva buttare, o prenderlo magari, se ne avesse avuto la forza e lo&nbsp;spirito, ch\u00e9 a lui non interessava nulla, l\u2019aveva sempre detestato. Cos\u00ec il nonno&nbsp;lo port\u00f2 a me come un piccolo dono, mi disse scherzando. Io sorrisi,&nbsp;perch\u00e9 non \u00e8 che avessi ricevuto molti regali prima di allora, anzi, ma un&nbsp;rudere del genere, con lo specchio frantumato, soltanto qualche coccio&nbsp;incassato all\u2019angolo che mi faceva capire, ecco l\u00ec prima di niente c\u2019era&nbsp;uno specchio, che farmene?, pensai. Un mobile orribile, poi. Capivo bene&nbsp;l\u2019animo del proprietario, eppure il nonno caparbio com\u2019era lo caric\u00f2 sul&nbsp;furgoncino della ditta e lo port\u00f2 da solo fin quass\u00f9 in camera. Aveva&nbsp;deciso. Il com\u00f2 che vedi sta qui, al suo posto, da cinquant\u2019anni. Ma non&nbsp;\u00e8 questa la storia che voglio raccontarti\u00bb, disse infine ancora divertita,&nbsp;scoprendomi annoiato. \u00abDopo che riusc\u00ec a fatica a portarlo fin qui, nonno&nbsp;s\u2019industri\u00f2 affinch\u00e9 il suo regalo potesse essere il migliore dei regali.&nbsp;Chiam\u00f2 il mastro falegname, che in quegli anni teneva bottega in fondo&nbsp;alla stradina e gli chiese di sistemarlo, anzi, gli intim\u00f2 col suo solito&nbsp;fare di portarlo all\u2019antico splendore, senza badare a spese. Sai, nonno&nbsp;era cos\u00ec. Roboante nelle sua azioni quanto nelle parole che diceva. E&nbsp;cantava sonoramente, molto pi\u00f9 di me. Riempiva il vuoto di questa casa&nbsp;con la sua voce possente\u00bb, disse cercandolo in quello specchio sbiadito.&nbsp;Poi si ferm\u00f2, le sentivo il respiro salire lento fino alle labbra, ma non&nbsp;produceva alcun suono. Mi guard\u00f2 e sorrise. Ancora, come aveva sempre fatto&nbsp;da quando ne ho avuto memoria. E continu\u00f2. \u00abIn pochi giorni il mio&nbsp;regalo era pronto. Lucido e bello. Con la superficie in marmo levigata, lo&nbsp;specchio chiaro in cui ci potevo gi\u00e0 scorgere le prime rughe da lavoro in&nbsp;casa, la vernice splendente sul legno e i pomelli dei cassetti a posto e&nbsp;funzionanti, di rame lucente. Era costato pi\u00f9 di quanto avesse previsto, ma&nbsp;nonno non \u00e8 stato mai in grado di prevedere, amava fare, agire, e in&nbsp;fondo \u00e8 per questo che l\u2019ho sposato prima, e amato sempre. Il bello&nbsp;per\u00f2 caro mio deve ancora venire, eh s\u00ec\u00bb, disse quasi sobbalzando sulle&nbsp;ginocchia e dandomi una sonora pacca sulle spalle. \u00abS\u00ec, perch\u00e9 pochi giorni&nbsp;dopo che il regalo mi fu consegnato pronto per l\u2019utilizzo, iniziai a riporre&nbsp;con cura le pochissime cose che costituivano il mio corredo\u00bb, e a queste&nbsp;parole sorrise di gusto, sonoramente \u00abcome se una ragazza come me,&nbsp;sposatasi dopo la classica fuitina potesse dire d\u2019avere un corredo, beh,&nbsp;comunque io qualche lenzuolo ben ricamato l\u2019avevo, come no. Regalo&nbsp;di mia nonna, che pur venendo dal secolo passato mai s\u2019era opposta al&nbsp;nostro legame. Ad ogni modo possedevo alcune cose. Le maglie di lana del&nbsp;nonno, altre magliette varie e un po\u2019 di biancheria. I mutandoni come tu li&nbsp;chiami. Ecco, ricordo ancora quel pomeriggio strano come fosse ieri. Ad un&nbsp;certo punto provando a chiudere il secondo cassetto, come dimenticarlo\u00bb,&nbsp;disse quasi tra s\u00e9, \u00abtrovai molte difficolt\u00e0, il binario non scorreva liscio&nbsp;cos\u00ec com\u2019era accaduto poco prima, quando l\u2019avevo aperto per riporre la&nbsp;biancheria. Nonostante i miei sforzi non sono riuscita a chiuderlo del tutto, mi&nbsp;son detta aspetter\u00f2 Franco al ritorno da lavoro. Nonno rincas\u00f2 alla&nbsp;solita ora, dopo la quotidiana capatina al circolo. Erano le sette in punto.&nbsp;Sal\u00ec le scale con passo lento, affaticato dal sole e dal doppio bicchiere&nbsp;di rosso, si tolse la roba da lavoro e si mise in libert\u00e0, indossando la&nbsp;classica canotta bianca che adoperava anche d\u2019inverno e i pantaloni larghi&nbsp;che amava tanto, e che gli davano un\u2019aria del pagliaccio che si divertiva&nbsp;sempre ad interpretare per me. Gli dissi del cassetto, e brontolando, ma col&nbsp;sorriso sulle labbra e la sigaretta pronta per essere accesa, prov\u00f2 ad&nbsp;armeggiare. &#8211; Ecco! Sempre a me i lavori complicati, quelli per cui non si vede&nbsp;soluzione, come l\u2019inghippo di questo cassetto. Non c\u2019\u00e8 nulla eppure non ne&nbsp;vuole sapere di chiudersi. Armeggio da troppo tempo con le cose, per il&nbsp;resto ho da sempre armeggiato con la vita ma non sono riuscito a cavarci&nbsp;granch\u00e9 &#8211; , sbraitava, sapessi che ridere, era comico, in tutto quello che&nbsp;faceva, teatrale, eppure del teatro non ne sapevamo nulla, e la Tv era&nbsp;cos\u00ec lontana dalla nostra cucina. S\u00ec, nonno aveva letto qualcosa in&nbsp;giovent\u00f9, ma s\u2019era subito stancato. Anche qui in maniera da attore mi&nbsp;ripeteva che &#8211; era meglio vivere la propria vita, sebbene sgangherata,&nbsp;piuttosto che quella d\u2019altri, seppur migliore. Ritornando alla storia, ecco,&nbsp;s\u00ec, inizi\u00f2 a sudare, nemmeno che se fossimo stati in estate. E sudava,&nbsp;grondava, come si dice. S\u2019alz\u00f2, perch\u00e9 s\u00ec, tutto questo armeggiare&nbsp;l\u2019aveva fatto da terra, sdraiato. Si pass\u00f2 il polso sulla fronte e come in&nbsp;una sfida senza fine si ributt\u00f2 contro quel cassetto con pi\u00f9 veemenza.&nbsp;Stavolta restandosene in piedi, con le gambe arcuate a spingere contro la&nbsp;parete. Vedessi che scena, la specchiera vacillava, dandomi l\u2019impressione di&nbsp;frantumarsi all\u2019improvviso. Chiesi a nonno di lasciar perdere, che alla fine&nbsp;se per qualche centimetro non si chiudeva quel cassetto tutto andava&nbsp;bene, il com\u00f2 mi piaceva, riempiva la stanza, dava colore e scaldava&nbsp;arricchendo la nostra scarna mobilia. S\u00ec, in fondo era stato un gran bel&nbsp;regalo, uno di quelli che non si dimenticano facilmente. Eppure, nonno,&nbsp;cocciuto come una capra non s\u2019arrese mica. Dopo altri tentativi andati male,&nbsp;scardin\u00f2 completamente il cassetto. Lo tir\u00f2 fuori con impeto. E con&nbsp;fare vittorioso lo adagi\u00f2 sul letto. Riprese fiato alcuni istanti&#8230;\u00bb e qui&nbsp;sorrise, di gusto. \u00abBe\u2019, in effetti nonno prov\u00f2 a rincorrermi come un&nbsp;ragazzino, ed io come una perfetta compagna di giochi me la svignai su&nbsp;per le scale, sentendolo imprecare divertito. Avevo il fiatone per quella&nbsp;corsetta, quando lo sentii quasi gridare il mio nome. Cos\u00ec discesi ancor&nbsp;pi\u00f9 velocemente verso camera da letto. E lo ritrovai come un bimbo&nbsp;soddisfatto, seduto a terra con le gambe incrociate. E mi fissava sorridendo.&nbsp;Esausto, pi\u00f9 per i bicchieri di vino sono tutt\u2019ora convinta, che per quella&nbsp;stramba fatica. Mi sorrideva tendendo una mano verso di me. A primo&nbsp;impatto non capivo, lo osservavo cos\u00ec buffo nel suo essere fino a quando&nbsp;con un gesto da caricatura attir\u00f2 la mia attenzione verso quello che&nbsp;tratteneva tra le dita. Era una busta, tutta rabberciata, che conteneva&nbsp;qualcosa. Lo spessore della carta piegata impediva al cassetto di scorrere&nbsp;correttamente fino alla chiusura. Problema risolto, dicevano i suoi occhi&nbsp;fiammeggianti.\u00bb Mi carezz\u00f2 ancora una volta i capelli, mentre la mia testa&nbsp;trovava ristoro tra le sue braccia calde. Poi riprese. \u00abNonno mi pass\u00f2&#8230;<\/p>\n","protected":false},"author":1,"featured_media":0,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"_exactmetrics_skip_tracking":false,"ngg_post_thumbnail":0,"_jetpack_newsletter_access":"","_jetpack_dont_email_post_to_subs":false,"_jetpack_newsletter_tier_id":0,"_jetpack_memberships_contains_paywalled_content":false,"_jetpack_feature_clip_id":0,"_jetpack_memberships_contains_paid_content":false,"footnotes":"","jetpack_post_was_ever_published":false},"categories":[22],"tags":[],"class_list":["post-2544","post","type-post","status-publish","format-standard","hentry","category-racconti-dinverno"],"jetpack_sharing_enabled":true,"jetpack_featured_media_url":"","_links":{"self":[{"href":"https:\/\/www.massimilianocitta.it\/blog\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/2544","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/www.massimilianocitta.it\/blog\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/www.massimilianocitta.it\/blog\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.massimilianocitta.it\/blog\/wp-json\/wp\/v2\/users\/1"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.massimilianocitta.it\/blog\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=2544"}],"version-history":[{"count":3,"href":"https:\/\/www.massimilianocitta.it\/blog\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/2544\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":5831,"href":"https:\/\/www.massimilianocitta.it\/blog\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/2544\/revisions\/5831"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/www.massimilianocitta.it\/blog\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=2544"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.massimilianocitta.it\/blog\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=2544"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.massimilianocitta.it\/blog\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=2544"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}