{"id":297,"date":"2011-02-10T17:44:16","date_gmt":"2011-02-10T16:44:16","guid":{"rendered":"http:\/\/vagabondoebbro.altervista.org\/blog\/?p=297"},"modified":"2016-04-23T20:11:06","modified_gmt":"2016-04-23T18:11:06","slug":"nonso","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.massimilianocitta.it\/blog\/nonso\/","title":{"rendered":"E il perch\u00e9 non so"},"content":{"rendered":"<p><center><br \/>\n<a href=\"http:\/\/vagabondoebbro.altervista.org\/blog\/wp-content\/uploads\/2011\/02\/zingari.jpg\" target=\"_blank\" rel=\"noopener\"><img decoding=\"async\" class=\"aligncenter size-full wp-image-671\" title=\"zingari\" src=\"http:\/\/vagabondoebbro.altervista.org\/blog\/wp-content\/uploads\/2011\/02\/zingari.jpg\" alt=\"\" width=\"248\" height=\"180\" \/><\/a><\/center><\/p>\n<p align=\"justify\">Sento ancora l&#8217;eco del mio nome. Viene fuori dalle labbra di mamma in questa notte senza vento. E viaggia per il campo. Come un fiato tirato via, lontano. Ma se rimanete un po&#8217; zitti riuscite a sentirlo anche voi. Mamma che dice Dragos, anche se non c&#8217;\u00e8 la dolcezza di certi giorni in quella parola. Avverto un grido, come se la sua voce \u00e8 spezzata dal pianto.<br \/>\nE il perch\u00e9 non so.<br \/>\nImmagino il mio nome sputato via dalla sua bocca passare attraverso l&#8217;aria fino a giungere a me, correndo veloce come spesso mi accade di fare. Lo vedo cavalcare, senza sosta, sempre pi\u00f9 vicino, fin dentro le mie orecchie. E in quell&#8217;attimo, quando m&#8217;entra dentro, capisco che non \u00e8 la voce della mamma.<br \/>\nE il perch\u00e9 non so.<br \/>\nMa il mio nome, chiunque stia a nominarlo, sta correndo, lo vedo bene.<br \/>\nMia sorella rimane indietro come spesso accade quando proviamo a gareggiare.<br \/>\nLi tengo tutti dietro, \u00e8 la solita storia. Per le vie della citt\u00e0, nelle giornate di maggior confusione, quando in marcia, come commilitoni di una guerra perduta in partenza, andiamo in giro. Con le nostre borsettine sfondate, e le divise imbrattate dalla povert\u00e0, intrise di puzzo e sudore. Odori che la gente del posto evita di voler conoscere. Noi partiamo al mattino.<!--more--><br \/>\nE il perch\u00e9 non so.<br \/>\nCerte volte il sole dorme ancora quando mamma ci tira via quelle che s&#8217;ostina a chiamare coperte, ma che coperte non sono state mai. E noi in cammino sulle stesse strade, con le stesse caviglie sguscianti, pronti a scappare.<br \/>\nLa prima cosa che ho imparato al mondo.<br \/>\nSi deve essere sempre pronti a lasciar tutto, e fuggire via. E la vecchia che se ne stava al campo a mescolare la brodaglia che non ho mai voluto assaggiare diceva che \u00e8 facile farlo, facile fuggire quando non hai nulla da lasciare indietro. Forse \u00e8 per questo che non ho coperte, n\u00e9 scarpe, n\u00e9 vestiti, n\u00e9 giochi, n\u00e9 altro.<br \/>\nPerch\u00e9 devo fuggire.<br \/>\nQuando non scappiamo andiamo in giro. Qualche confezione abusata di fazzolettini che ci portiamo dietro da anni, accendini e penne che non sanno scrivere, proprio come noi.<br \/>\nMarta, Andreu e Dumitru, sempre distanti dalle mie gambe.<br \/>\nNessuno riesce a tenermi testa. Finisce sempre che devo voltarmi per vederli imprecare. Stanchi si accasciano. Chi per terra, chi su qualche pietra di certo pi\u00f9 comoda delle sedie al campo, chi si lascia andare nel traffico urbano divertendosi a giocare con le bestemmie dei passanti.<br \/>\nTutti quanti hanno un dio da bestemmiare, e lo chiamano in causa nei momenti di pericolo, quando difficilmente sanno cosa fare, quando qualcuno di loro muore anche. Me lo dice sempre la mamma. Credo che dio serva a questo, ad essere bestemmiato.<br \/>\nE il perch\u00e9 non so.<br \/>\nQuando mi fermo, col sorriso tra i denti, i denti che non mi sono mai piaciuti, sopratutto quelli che non mi ricrescono pi\u00f9, quando mi fermo dicevo, mi volto indietro e c&#8217;\u00e8 sempre qualcuno che lancia sassi e pietre nella speranza di potermi agguantare. Ma nemmeno cos\u00ec sono in grado di prendermi.<br \/>\nC&#8217;\u00e8 chi s&#8217;\u00e8 arreso molto prima e scalcia alcune lattine.<br \/>\nCapita sempre che ritorniamo sui nostri passi, a scalciarci, cercando di imitare i grandi campioni. A me piace Ibra. forse perch\u00e9 lo chiamano zingaro, forse perch\u00e9 se zingaro lo \u00e8 davvero, allora vedo in lui la speranza di potere uscirne fuori. E giocare al Milan magari.<br \/>\nQuando il sole sale piano lass\u00f9 in cielo, e posso vederlo senza nuvole in mezzo, allora so che sentir\u00f2 freddo al mio ritorno. Accade sempre cos\u00ec. Freddo intorno senza mamma e pap\u00e0 che poche volte sono a casa. Perch\u00e9 una casa l&#8217;abbiamo, anche se non somiglia a nessuna di quelle costruzioni che la gente chiama casa. Eppure mamma lo dice, ogni volta che scosta dallo stendino l&#8217;asciugamano con la birra disegnata su, lo dice che stiamo entrando in casa. Anche se non c&#8217;\u00e8 spazio per restarcene tutti in piedi, anche se non ci sono libri, e quaderni, e musica da ascoltare, n\u00e9 piatti da dover lavare, perch\u00e9 con poca roba potremmo sporcarli. Anche se non c&#8217;\u00e8 nulla di tutto questo una casa l&#8217;abbiamo. Cos\u00ec dice mamma. Anche se nelle notti d&#8217;estate i piedi di Andreu mi finiscono in bocca, e puzzano ed io non riesco a dormire. Allora me ne esco fuori, fuori da quella casa e cammino.<br \/>\nLa notte non c&#8217;\u00e8 motivo d&#8217;andar veloce.<br \/>\nAnche questo ho imparato presto.<br \/>\nLa notte scivola lenta, come se il sole non volesse mai pi\u00f9 salire in cielo, e certe volte \u00e8 lunga la notte, e sento una paura che non so dire. Avverto la paura che tutto il mondo se ne resti l\u00ec, sospeso nell&#8217;ombra.<br \/>\nD&#8217;inverno invece non esco, e stringo Marta che stretta ad Dumitru abbraccia il piccolo Andreu.<br \/>\nE c&#8217;\u00e8 freddo intorno a noi, dentro quel posto che mamma continua a chiamare casa. E freddo fuori, oltre l&#8217;asciugamano con la birra che sta svanendo via. E freddo per il campo.<br \/>\nUn latta piccola contiene una fiamma che non basta a scaldarci tutti, eppure siamo stanchi, e proviamo a prender sonno.<br \/>\nNotte lunga questa, in cui il sole non s&#8217;alza lieve sulle nostre teste e non ci sveglia pi\u00f9, mentre sento galoppare per il campo l&#8217;eco del mio nome, che corre ancora pi\u00f9 veloce.<br \/>\nDragos, Dragos, Dragos.<br \/>\nE il perch\u00e9 non so.<br \/>\n[10 Febbraio 2011]<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Sento ancora l&#8217;eco del mio nome. Viene fuori dalle labbra di mamma in questa notte senza vento. E viaggia per il campo. Come un fiato tirato via, lontano. Ma se rimanete un po&#8217; zitti riuscite a sentirlo anche voi. Mamma che dice Dragos, anche se non c&#8217;\u00e8 la dolcezza di certi giorni in quella parola. Avverto un grido, come se la sua voce \u00e8 spezzata dal pianto. E il perch\u00e9 non so. Immagino il mio nome sputato via dalla sua bocca passare attraverso l&#8217;aria fino a giungere a me, correndo veloce come spesso mi accade di fare. Lo vedo cavalcare, senza sosta, sempre pi\u00f9 vicino, fin dentro le mie orecchie. E in quell&#8217;attimo, quando m&#8217;entra dentro, capisco che non \u00e8 la voce della mamma. E il perch\u00e9 non so. Ma il mio nome, chiunque stia a nominarlo, sta correndo, lo vedo bene. Mia sorella rimane indietro come spesso accade quando proviamo a gareggiare. Li tengo tutti dietro, \u00e8 la solita storia. Per le vie della citt\u00e0, nelle giornate di maggior confusione, quando in marcia, come commilitoni di una guerra perduta in partenza, andiamo in giro. Con le nostre borsettine sfondate, e le divise imbrattate dalla povert\u00e0, intrise di puzzo e sudore. Odori che la gente del posto evita di voler conoscere. 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