{"id":3483,"date":"2016-12-22T14:19:49","date_gmt":"2016-12-22T13:19:49","guid":{"rendered":"http:\/\/www.massimilianocitta.it\/blog\/?p=3483"},"modified":"2025-08-06T21:53:23","modified_gmt":"2025-08-06T19:53:23","slug":"racconto-di-natale","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.massimilianocitta.it\/blog\/racconto-di-natale\/","title":{"rendered":"Racconto di Natale"},"content":{"rendered":"<p style=\"text-align: justify;\"><a href=\"https:\/\/www.massimilianocitta.it\/blog\/wp-content\/uploads\/2016\/12\/raccontodinatale.jpg\"><img decoding=\"async\" class=\"aligncenter size-medium wp-image-3487\" src=\"https:\/\/www.massimilianocitta.it\/blog\/wp-content\/uploads\/2016\/12\/raccontodinatale-300x158.jpg\" alt=\"\" width=\"300\" height=\"158\" srcset=\"https:\/\/www.massimilianocitta.it\/blog\/wp-content\/uploads\/2016\/12\/raccontodinatale-300x158.jpg 300w, https:\/\/www.massimilianocitta.it\/blog\/wp-content\/uploads\/2016\/12\/raccontodinatale.jpg 640w\" sizes=\"(max-width: 300px) 100vw, 300px\" \/><\/a><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">S\u2019alz\u00f2. Prese lo strofinaccio, con violenza lo pass\u00f2 di mano in mano, come a schiaffeggiarlo. Poi lo lasci\u00f2 cadere e con gli occhi esausti dalla solita visione s\u2019avvi\u00f2 verso il bagno.<br \/>\nL\u2019umidit\u00e0 s\u2019era avvinghiata ai bordi dello specchio incassato. Un triste biancore lasciava spazio ad un\u2019immagine appannata al centro. Quel pezzo retr\u00f2 di arredamento mostrava le rughe avvelenate di una donna stanca. Gli occhi chiari erano infossati in borse profonde da perderci l\u2019anima, mentre un leggero tic nervoso disegnava un sorriso beffardo sulle labbra che un tempo avevano affascinato non pochi uomini del circondario. Adesso quelle labbra sapevano a stento mormorare. Nulla della voce delicata del passato dava forza alle parole che la donna s\u2019era stancata di mettere in fila.<br \/>\nIl giorno in cui Andrea cedette per inerzia alle pressanti richieste di Riccardo lei, ansiosa oltre ogni&nbsp;dire, ebbe un presentimento, di quelli che la fecero diventare oggetto di allegra derisione da parte di&nbsp;tutti in famiglia. Anche la madre, Eugenia, che qualcosa in vita sua aveva battezzato e molto seppellito&nbsp;disse a Giulia, la figlia tremante, che la prudenza di Riccardo non avrebbe condotto a quelle terribili&nbsp;conseguenze che le farcivano notti insonni. Che una bicicletta in un quartiere tranquillo come il loro<br \/>\nnon avrebbe dovuto spingerla a concepire catastrofi e simili.<br \/>\nMa Giulia sentiva, diceva di sentirlo.<br \/>\nFino a quando ascolt\u00f2 la voce sibilante di Andrea, tirata a forza da un pozzo senza fondo. Era sua, la riconosceva, eppure suonava sbiadita. Lontana dal solito squillo di chi non era mai riuscito a trattenere i decibel ogni qualvolta la chiamava per canzonarla, anche nei momenti di crisi coniugale. E quel sussurro con incedere da requiem le raccontava, diceva. Diceva cose che da settimane la sua mente farneticante d\u2019ansie aveva ben definito, conosceva gi\u00e0. Nei minimi dettagli. Pertanto sul momento pens\u00f2 di rivivere un incubo ad occhi aperti, una scarica di terrore che s\u2019era impossessata della sua veglia quotidiana. Impieg\u00f2 un paio di giorni a comprendere che ogni cosa s\u2019era fatta reale e fredda, immobile nelle mani paffute del figlio prudente e giudizioso.<br \/>\nPer quarantott\u2019ore non tocc\u00f2 cibo, n\u00e9 acqua fino a quando stremata fu raccolta dal pavimento.<br \/>\nPianse bagnando la camicia di Andrea per un tempo indefinito. S\u2019addorment\u00f2 e al risveglio, convinta&nbsp;d\u2019aver vissuto il solito incubo prodotto dai timori eccessivi di una madre troppo premurosa, si guard\u00f2&nbsp;intorno. La luce soffusa della camera non disegnava niente di familiare e quelle orribili tende non aveva&nbsp;di certo potuto sceglierle lei. Fece mente locale e cap\u00ec di non essere a casa.<br \/>\nProv\u00f2 a sollevarsi, ma le gambe le impedivano di muoversi. Un urlo accennato di disperazione usc\u00ec&nbsp;fuori incontrollato. Andrea accorse dalla camera accanto.&nbsp;Gli occhi tremanti s\u2019incontrarono, neri, rabbiosi quelli dell\u2019uomo, sconfitti e lucenti i suoi.<br \/>\nErano gi\u00e0 trascorsi cinque anni da allora.<br \/>\nRiccardo rimase per alcuni mesi in ospedale senza che le sue condizioni mostrassero alcun miglioramento. Giulia incontr\u00f2 ogni possibile rappresentazione medica del dispiacere declinato nei volti&nbsp;pi\u00f9 anonimi che pensava potessero esistere. S\u2019alternarono tutti, da primari a specializzandi, luminari e&nbsp;piccoli ragazzi alle prese con qualcosa di evidentemente pi\u00f9 grande.<br \/>\nAndrea diede fondo a risorse umane ed economiche fino a quando non riusc\u00ec a portarsi a casa il&nbsp;figlio.<br \/>\n\u00abSeguito, monitorato e curato molto pi\u00f9 di quanto una clinica specializzata sarebbe in grado di&nbsp;fare.\u00bb<br \/>\nCos\u00ec diceva, e ne era profondamente convinto, ai pochi amici che erano riusciti a resistergli accanto,&nbsp;nonostante quel lungo lugubre declinare verso il dolore che aveva preso lui e la moglie. Un tempo vitali&nbsp;e intraprendenti, adesso sempre pi\u00f9 spenti nei giorni a venire.&nbsp;<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Quando Ibrahima entr\u00f2 in casa Assante le luci erano spente e il silenzio imperava, tanto da far&nbsp;chiedere dal piccolo alla madre se quella stanza in cui erano entrati non era un altro centro di accoglienza, di quelli tristi in cui sembrava non ci fosse nessuno in giro fino a che non te li trovavi tutti stesi in camera, sopra e sotto al letto.<br \/>\n\u00abNo\u00bb, disse Raja, tenendo salda la mano del figlio. \u00abNo, questa \u00e8 una casa, piccolo, ed io ho un&nbsp;lavoro, adesso.\u00bb<br \/>\nDon Costante provava da anni a convincere Andrea, ma sopratutto Giulia, della necessit\u00e0 di trovare&nbsp;qualcuno che potesse accudire Riccardo permettendo ai due di provare a rimettere in piedi una vita&nbsp;dignitosa. Il vecchio prete da tempo in pensione non riusciva ad accettare lo stato d\u2019abbandono nel&nbsp;quale i due coniugi s\u2019erano rifugiati. Soli, con la ferma volont\u00e0 di rimanerci. Distanti, smunti, finiti&nbsp;all\u2019osso di una vita magra che nemmeno potrebbe descrivere quanto loro lo erano diventati. Magri. E&nbsp;sempre pi\u00f9 spenti. E sconfitti, scivolati nella morte apparente in un pomeriggio domenicale come ce ne&nbsp;sono tanti.<br \/>\nSolitudine, dolore, e sopratutto rancore verso un destino che non era stato accondiscendente con i&nbsp;loro progetti.<br \/>\nIl vecchio prete, quasi cieco, ormai stanco di sentire la sua voce ripetere le solite parole s\u2019era tenuto&nbsp;ben distante dal pronunciare frasi quali: \u00abil signore ha disegni che noi insignificanti uomini non&nbsp;riusciamo a comprendere\u00bb e perle di rosario simili, che di certo avrebbero scatenato la furia repressa di&nbsp;Giulia.<br \/>\nConvinto com\u2019era, anch\u2019egli, alla veneranda et\u00e0 di novantadue anni e senza pecca di logica, della&nbsp;difficolt\u00e0 di poter attingere ad un disegno migliore per un destino che ha deciso di sedare probabilmente&nbsp;per sempre le forze di un quattordicenne.<br \/>\nProv\u00f2 a sollecitare il residuo di vita che era ancora rimasto nei due.<br \/>\nAlla fine riusc\u00ec a farli incontrare con Raja, una diciassettenne eritrea dai tratti regali, che il suo&nbsp;principe l\u2019aveva generato in mare aperto cinque anni prima. E il ricorrere di anni, il tempo, il periodo&nbsp;affine convinsero Giulia che in qualche modo quel legame, esile, assurdo perfino tra il piccolo Ibrahima&nbsp;e il suo Riccardo doveva essere mantenuto.<br \/>\nMa dur\u00f2 il bagliore di una notte, che gi\u00e0 la mente della donna ritorn\u00f2 a rimestare nella cenere il&nbsp;dolore per quel figlio immobile da sempre.<br \/>\nRaja e Ibrahima entrarono in quella casa senza che nessuno si curasse pi\u00f9 di tanto. Del loro essere,&nbsp;non delle esigenze, che la premura e la gentilezza endemica di Andrea fecero ogni cosa per non far&nbsp;sentire a disagio i due ospiti. Come tali furono trattati per lunghe settimane. Giorni in cui, nonostante&nbsp;la presenza di Raja, chiamata appositamente ad alleviarle il fardello, Giulia si ostin\u00f2 a presenziare nel&nbsp;suo compito caritatevole.<br \/>\nA vegliare l\u2019esile scheletro di vent\u2019anni ormai erano in tre, e i due occhi piccoli e vaganti di un bimbo&nbsp;che non riusciva a comprendere granch\u00e9 di ci\u00f2 che lo circondava. Scorgeva la madre che aveva deciso di&nbsp;nascondere il suo bel sorriso e che spesso si portava il dito sulle labbra ad indicare silenzio anche quando Ibrahima non aveva nessuna intenzione di parlare. Scrutava i gesti sospettosi di quell\u2019uomo, alto dalla barba nera e spelacchiata che sembrava non guardare nulla. E aveva paura, una paura inconfessata&nbsp;d\u2019incontrare gli occhi della donna.<br \/>\nEra accaduto una volta soltanto e al piccolo era bastato. Sembravano bianchi senza nulla dentro&nbsp;come quelli che era abituato a riconoscere. Erano gli occhi di un fantasma, s\u2019era convinto.&nbsp;Giulia, meccanicamente come ogni cosa che da anni intraprendeva, si stava accingendo ad addobbare&nbsp;l\u2019albero di natale. La madre glielo aveva imposto. Urlando. Eugenia, che mai aveva accennato ad alzare&nbsp;il tono cantilenante della sua inflessione, aveva in qualche modo provato a scuotere la figlia. S\u2019era&nbsp;presentata quel pomeriggio del ventiquattro dicembre, senza alcun preavviso. Aveva ordinato presso la&nbsp;loro trattoria di fiducia una cena completa per cinque persone. Lei, Andrea, Giulia, Raja e Ibrahima,&nbsp;come fossero una famiglia reale, normale in qualche modo.<br \/>\nE Giulia aveva abbozzato, senza capire d\u2019aver accettato. Adesso, come un meccano dalle braccia&nbsp;smunte e le mani diafane operava con fare assente. Stava facendo scivolare per inerzia un filo aggrovigliato di stelle sulla parte pi\u00f9 difficile da raggiungere dell\u2019albero quando Ibrahima entr\u00f2 in salotto.<br \/>\nIl bambino rimase immobile, pietrificato. Non s\u2019aspettava di trovarci nessuno l\u00e0 dentro, figurarsi il&nbsp;fantasma che tanto temeva. Non fu in grado di dir nulla n\u00e9 di accennare un minimo gesto. Fermo nel&nbsp;suo sguardo, fisso contro l\u2019albero, incapace di evitare la donna.<br \/>\nGiulia si volt\u00f2, e come se non avesse mai visto prima di allora il bimbo le url\u00f2 rabbiosamente contro.<br \/>\n\u00abCosa guardi? Cosa stai guardando? Cosa credi di capire tu? Cosa puoi capire tu? Niente! Niente!&nbsp;Niente! Sai cos\u2019\u00e8 un albero? Sai cos\u2019\u00e8 un Natale? Sai cosa sono cinque, ti dico cinque natali trascorsi&nbsp;cos\u00ec? Con mio figlio immobile l\u00e0 dentro, attaccato a quel macchinario infernale. Tu lo sai cosa vuol&nbsp;dire tutto questo? Tu non puoi capire niente!\u00bb<br \/>\nDalla cucina accorsero Eugenia e Raja, mentre Andrea ch\u2019era sotto la doccia impieg\u00f2 qualche istante&nbsp;in pi\u00f9 per raggiungere la moglie.<br \/>\nGiulia inizi\u00f2 a sbraitare, a dir cose sconnesse, a urlare e piangere. Eugenia le si avvicin\u00f2 e come&nbsp;accadeva pi\u00f9 di cinquant\u2019anni prima la strinse a s\u00e9, consolandola.&nbsp;Andrea s\u2019accasci\u00f2 con l\u2019accappatoio zuppo d\u2019acqua sulla poltrona, Raja rimase sul ciglio della porta&nbsp;mentre Ibrahima fugg\u00ec via, veloce, come la madre gli aveva detto di fare qualche mese prima quando&nbsp;due suoi vecchi amici avevano preso a strattonarla fino a strapparle i vestiti per gioco. Ma quel gioco&nbsp;non doveva essere una gran cosa perch\u00e9 sua madre s\u2019era messa a correre piangendo, fino a quando due&nbsp;signori in divisa li avevano fermati e portati a prendere una bella cioccolata calda e poi da quel signore vecchio decrepito vestito tutto di nero.<br \/>\nAdesso Ibrhaima ritornava a correre, ma non c\u2019era molto spazio per farlo. Scivol\u00f2 inciampando sui&nbsp;tappeti sparsi per la casa. Prov\u00f2 ad aprire un paio di porte senza esito. Poi, in preda al panico ritorn\u00f2&nbsp;indietro, entr\u00f2 nella stanza dove quella strana cosa stava da mesi immobile senza dire n\u00e9 fare nulla e&nbsp;fuori da ogni sua volont\u00e0 inizi\u00f2 a piangere. E lo fece in silenzio, continuando a guardare quel viso&nbsp;bianco, magro e senza sorriso.<br \/>\nPi\u00f9 piangeva e pi\u00f9 si avvicinava a quel corpo. Ogni tanto gli occhi si soffermavano sul piccolo&nbsp;televisore che mandava strane immagini, verdi e rosse. Come lampadine che giocavano a nascondersi.&nbsp;Piangeva, incapace di contenersi. E si vergognava. Eppure non riusciva a fermarsi. Nel pianto e nel&nbsp;passo. Come un sonnambulo fin\u00ec la sua breve passeggiata sulla sbarra del letto, che gli copriva gli occhi.&nbsp;Li abbass\u00f2, continuando a piangere. Poi si spost\u00f2, dalla parte in cui il ferro era pi\u00f9 basso e prov\u00f2 a salire.<br \/>\nQualche ora pi\u00f9 tardi, lasso di tempo in cui nessuno s\u2019era dato pensiero per la sorte del bambino,&nbsp;dopo averlo cercato ovunque per la casa, Giulia entr\u00f2 in punta di piedi nella camera del figlio.&nbsp;Ibrahima dormiva accanto a lui.<br \/>\nUna commozione profonda la colp\u00ec, d\u2019improvviso gli occhi si riempirono di una luce splendida a&nbsp;vedersi, difficile a dirsi.<br \/>\nLa stanchezza e lo stress accumulati in tutti quegli anni gli avevano, per\u00f2, impedito di notare che il&nbsp;braccio del suo Riccardo cingeva la spalla del bambino.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>S\u2019alz\u00f2. Prese lo strofinaccio, con violenza lo pass\u00f2 di mano in mano, come a schiaffeggiarlo. Poi lo lasci\u00f2 cadere e con gli occhi esausti dalla solita visione s\u2019avvi\u00f2 verso il bagno. L\u2019umidit\u00e0 s\u2019era avvinghiata ai bordi dello specchio incassato. Un triste biancore lasciava spazio ad un\u2019immagine appannata al centro. Quel pezzo retr\u00f2 di arredamento mostrava le rughe avvelenate di una donna stanca. Gli occhi chiari erano infossati in borse profonde da perderci l\u2019anima, mentre un leggero tic nervoso disegnava un sorriso beffardo sulle labbra che un tempo avevano affascinato non pochi uomini del circondario. Adesso quelle labbra sapevano a stento mormorare. Nulla della voce delicata del passato dava forza alle parole che la donna s\u2019era stancata di mettere in fila. Il giorno in cui Andrea cedette per inerzia alle pressanti richieste di Riccardo lei, ansiosa oltre ogni&nbsp;dire, ebbe un presentimento, di quelli che la fecero diventare oggetto di allegra derisione da parte di&nbsp;tutti in famiglia. Anche la madre, Eugenia, che qualcosa in vita sua aveva battezzato e molto seppellito&nbsp;disse a Giulia, la figlia tremante, che la prudenza di Riccardo non avrebbe condotto a quelle terribili&nbsp;conseguenze che le farcivano notti insonni. Che una bicicletta in un quartiere tranquillo come il loro non avrebbe dovuto spingerla a concepire catastrofi e simili. Ma Giulia sentiva, diceva di sentirlo. Fino a quando ascolt\u00f2 la voce sibilante di Andrea, tirata a forza da un pozzo senza fondo. Era sua, la riconosceva, eppure suonava sbiadita. Lontana dal solito squillo di chi non era mai riuscito a trattenere i decibel ogni qualvolta la chiamava per canzonarla, anche nei momenti di crisi coniugale. E quel sussurro con incedere da requiem le raccontava, diceva. Diceva cose che da settimane la sua mente farneticante d\u2019ansie aveva ben definito, conosceva gi\u00e0. Nei minimi dettagli. Pertanto sul momento pens\u00f2 di rivivere un incubo ad occhi aperti, una scarica di terrore che s\u2019era impossessata della sua veglia quotidiana. Impieg\u00f2 un paio di giorni a comprendere che ogni cosa s\u2019era fatta reale e fredda, immobile nelle mani paffute del figlio prudente e giudizioso. Per quarantott\u2019ore non tocc\u00f2 cibo, n\u00e9 acqua fino a quando stremata fu raccolta dal pavimento. Pianse bagnando la camicia di Andrea per un tempo indefinito. S\u2019addorment\u00f2 e al risveglio, convinta&nbsp;d\u2019aver vissuto il solito incubo prodotto dai timori eccessivi di una madre troppo premurosa, si guard\u00f2&nbsp;intorno. La luce soffusa della camera non disegnava niente di familiare e quelle orribili tende non aveva&nbsp;di certo potuto sceglierle lei. Fece mente locale e cap\u00ec di non essere a casa. Prov\u00f2 a sollevarsi, ma le gambe le impedivano di muoversi. Un urlo accennato di disperazione usc\u00ec&nbsp;fuori incontrollato. 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Andrea diede fondo a risorse umane ed economiche fino a quando non riusc\u00ec a portarsi a casa il&nbsp;figlio. \u00abSeguito, monitorato e curato molto pi\u00f9 di quanto una clinica specializzata sarebbe in grado di&nbsp;fare.\u00bb Cos\u00ec diceva, e ne era profondamente convinto, ai pochi amici che erano riusciti a resistergli accanto,&nbsp;nonostante quel lungo lugubre declinare verso il dolore che aveva preso lui e la moglie. 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Soli, con la ferma volont\u00e0 di rimanerci. Distanti, smunti, finiti&nbsp;all\u2019osso di una vita magra che nemmeno potrebbe descrivere quanto loro lo erano diventati. Magri. E&nbsp;sempre pi\u00f9 spenti. E sconfitti, scivolati nella morte apparente in un pomeriggio domenicale come ce ne&nbsp;sono tanti. Solitudine, dolore, e sopratutto rancore verso un destino che non era stato accondiscendente con i&nbsp;loro progetti. Il vecchio prete, quasi cieco, ormai stanco di sentire la sua voce ripetere le solite parole s\u2019era tenuto&nbsp;ben distante dal pronunciare frasi quali: \u00abil signore ha disegni che noi insignificanti uomini non&nbsp;riusciamo a comprendere\u00bb e perle di rosario simili, che di certo avrebbero scatenato la furia repressa di&nbsp;Giulia. 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Del loro essere,&nbsp;non delle esigenze, che la premura e la gentilezza endemica di Andrea fecero ogni cosa per non far&nbsp;sentire a disagio i due ospiti. Come tali furono trattati per lunghe settimane. Giorni in cui, nonostante&nbsp;la presenza di Raja, chiamata appositamente ad alleviarle il fardello, Giulia si ostin\u00f2 a presenziare nel&nbsp;suo compito caritatevole. A vegliare l\u2019esile scheletro di vent\u2019anni ormai erano in tre, e i due occhi piccoli e vaganti di un bimbo&nbsp;che non riusciva a comprendere granch\u00e9 di ci\u00f2 che lo circondava. Scorgeva la madre che aveva deciso di&nbsp;nascondere il suo bel sorriso e che spesso si portava il dito sulle labbra ad indicare silenzio anche quando Ibrahima non aveva nessuna intenzione di parlare. Scrutava i gesti sospettosi di quell\u2019uomo, alto dalla barba nera e spelacchiata che sembrava non guardare nulla. E aveva paura, una paura inconfessata&nbsp;d\u2019incontrare gli occhi della donna. Era accaduto una volta soltanto e al piccolo era bastato. Sembravano bianchi senza nulla dentro&nbsp;come quelli che era abituato a riconoscere. Erano gli occhi di un fantasma, s\u2019era convinto.&nbsp;Giulia, meccanicamente come ogni cosa che da anni intraprendeva, si stava accingendo ad addobbare&nbsp;l\u2019albero di natale. La madre glielo aveva imposto. Urlando. Eugenia, che mai aveva accennato ad alzare&nbsp;il tono cantilenante della sua inflessione, aveva in qualche modo provato a scuotere la figlia. S\u2019era&nbsp;presentata quel pomeriggio del ventiquattro dicembre, senza alcun preavviso. Aveva ordinato presso la&nbsp;loro trattoria di fiducia una cena completa per cinque persone. Lei, Andrea, Giulia, Raja e Ibrahima,&nbsp;come fossero una famiglia reale, normale in qualche modo. E Giulia aveva abbozzato, senza capire d\u2019aver accettato. Adesso, come un meccano dalle braccia&nbsp;smunte e le mani diafane operava con fare assente. Stava facendo scivolare per inerzia un filo aggrovigliato di stelle sulla parte pi\u00f9 difficile da raggiungere dell\u2019albero quando Ibrahima entr\u00f2 in salotto. Il bambino rimase immobile, pietrificato. Non s\u2019aspettava di trovarci nessuno l\u00e0 dentro, figurarsi il&nbsp;fantasma che tanto temeva. Non fu in grado di dir nulla n\u00e9 di accennare un minimo gesto. Fermo nel&nbsp;suo sguardo, fisso contro l\u2019albero, incapace di evitare la donna. Giulia si volt\u00f2, e come se non avesse mai visto prima di allora il bimbo le url\u00f2 rabbiosamente contro. \u00abCosa guardi? Cosa stai guardando? Cosa credi di capire tu? Cosa puoi capire tu? Niente! Niente!&nbsp;Niente! Sai cos\u2019\u00e8 un albero? Sai cos\u2019\u00e8 un Natale? Sai cosa sono cinque, ti dico cinque natali trascorsi&nbsp;cos\u00ec? Con mio figlio immobile l\u00e0 dentro, attaccato a quel macchinario infernale. Tu lo sai cosa vuol&nbsp;dire tutto questo? 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Adesso Ibrhaima ritornava a correre, ma non c\u2019era molto spazio per farlo. Scivol\u00f2 inciampando sui&nbsp;tappeti sparsi per la casa. Prov\u00f2 ad aprire un paio di porte senza esito. Poi, in preda al panico ritorn\u00f2&nbsp;indietro, entr\u00f2 nella stanza dove quella strana cosa stava da mesi immobile senza dire n\u00e9 fare nulla e&nbsp;fuori da ogni sua volont\u00e0 inizi\u00f2 a piangere. E lo fece in silenzio, continuando a guardare quel viso&nbsp;bianco, magro e senza sorriso. Pi\u00f9 piangeva e pi\u00f9 si avvicinava a quel corpo. Ogni tanto gli occhi si soffermavano sul piccolo&nbsp;televisore che mandava strane immagini, verdi e rosse. Come lampadine che giocavano a nascondersi.&nbsp;Piangeva, incapace di contenersi. E si vergognava. Eppure non riusciva a fermarsi. Nel pianto e nel&nbsp;passo. Come un sonnambulo fin\u00ec la sua breve passeggiata sulla sbarra del letto, che gli copriva gli occhi.&nbsp;Li abbass\u00f2, continuando a piangere. Poi si spost\u00f2, dalla parte in cui il ferro era pi\u00f9 basso e prov\u00f2 a salire. Qualche ora pi\u00f9 tardi, lasso di tempo in cui nessuno s\u2019era dato pensiero per la sorte del bambino,&nbsp;dopo averlo cercato ovunque per la casa, Giulia entr\u00f2 in punta di piedi nella camera del figlio.&nbsp;Ibrahima dormiva accanto a lui. Una commozione profonda la colp\u00ec, d\u2019improvviso gli occhi si riempirono di una luce splendida a&nbsp;vedersi, difficile a dirsi. La stanchezza e lo stress accumulati in tutti quegli anni gli avevano, per\u00f2, impedito di notare che il&nbsp;braccio del suo Riccardo cingeva la spalla del bambino.<\/p>\n","protected":false},"author":1,"featured_media":0,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"_exactmetrics_skip_tracking":false,"ngg_post_thumbnail":0,"_jetpack_newsletter_access":"","_jetpack_dont_email_post_to_subs":false,"_jetpack_newsletter_tier_id":0,"_jetpack_memberships_contains_paywalled_content":false,"_jetpack_feature_clip_id":0,"_jetpack_memberships_contains_paid_content":false,"footnotes":"","jetpack_post_was_ever_published":false},"categories":[21,22],"tags":[],"class_list":["post-3483","post","type-post","status-publish","format-standard","hentry","category-racconti","category-racconti-dinverno"],"jetpack_sharing_enabled":true,"jetpack_featured_media_url":"","_links":{"self":[{"href":"https:\/\/www.massimilianocitta.it\/blog\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/3483","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/www.massimilianocitta.it\/blog\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/www.massimilianocitta.it\/blog\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.massimilianocitta.it\/blog\/wp-json\/wp\/v2\/users\/1"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.massimilianocitta.it\/blog\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=3483"}],"version-history":[{"count":6,"href":"https:\/\/www.massimilianocitta.it\/blog\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/3483\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":6706,"href":"https:\/\/www.massimilianocitta.it\/blog\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/3483\/revisions\/6706"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/www.massimilianocitta.it\/blog\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=3483"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.massimilianocitta.it\/blog\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=3483"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.massimilianocitta.it\/blog\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=3483"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}