{"id":405,"date":"2011-03-28T20:24:48","date_gmt":"2011-03-28T19:24:48","guid":{"rendered":"http:\/\/vagabondoebbro.altervista.org\/blog\/?p=405"},"modified":"2011-03-28T20:24:48","modified_gmt":"2011-03-28T19:24:48","slug":"2012021","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.massimilianocitta.it\/blog\/2012021\/","title":{"rendered":"due gennaio duemilaventuno"},"content":{"rendered":"<p><center><br \/>\n<a href=\"http:\/\/vagabondoebbro.altervista.org\/blog\/wp-content\/uploads\/2011\/03\/a24de79c89fab73ee161165f9c76742c_medium.jpg\" target=\"_blank\" rel=\"noopener\"><img decoding=\"async\" class=\"aligncenter size-medium wp-image-565\" title=\"a24de79c89fab73ee161165f9c76742c_medium\" src=\"http:\/\/vagabondoebbro.altervista.org\/blog\/wp-content\/uploads\/2011\/03\/a24de79c89fab73ee161165f9c76742c_medium-249x300.jpg\" alt=\"\" width=\"249\" height=\"300\" \/><\/a><br \/>\n<\/center><\/p>\n<p align=\"justify\">Stava accendendo la solita sigaretta. Non c&#8217;era nessuno in casa. Fuori la pioggia ticchettava sul vetro ma non se ne dava cura. Quel ritmico tocco e il relativo rimbalzo aveva un che di musicale. Ridusse al minimo il volume del televisore per ascoltare la voce delle nuvole ingrossate, il piscio del cielo era solito definirlo da giovane, ma tanti anni erano trascorsi da allora.<br \/>\nQuanti?<br \/>\nNon lo ricordava pi\u00f9, n\u00e9 gli interessava granch\u00e8.<br \/>\nDistese le gambe sotto al tavolo, sfogli\u00f2 alcuni manoscritti che avrebbe dovuto correggere entro un paio di giorni e imprec\u00f2 per quel genere di scrittura che tanto andava di moda, e tanto avversava. Ma un misero correttore di bozze non pu\u00f2 di pi\u00f9. Aveva provato ad insinuare nella mole di carta battuta ad inchiostro, che settimanalmente gli veniva assegnata, un suo lavoro, una lunga lettera, un romanzo epistolare di quelli che si scrivevano un tempo, e adesso facevano sorridere.<br \/>\nNon lui.<br \/>\nAveva riversato la sua anima l\u00e0 dentro, se anima poteva dirsi, e ad ogni modo s&#8217;era svuotato di tutto. <!--more-->Non gli restava pi\u00f9 nulla. Ma un misero correttore di bozze non pu\u00f2 far passare quel che vuole. E la casa editrice, quasi una stamperia d&#8217;alta classe, decideva la linea, spazzatura a gog\u00f2. E non c&#8217;era molto da chiedere. Continuava a scrivere nel profondo della notte, accompagnandosi ad un&#8217;interminabile serie di caff\u00e8. Tanto che la donna delle pulizie si rifiutava d&#8217;entrare in camera sua, lamentandosi di sentirsi una caffettiera non appena uscita. Eppure lo scrittore di cui non conosciamo il nome aveva mantenuto ancora il sorriso d&#8217;un tempo, canzonatorio e trasparente, e quella donna, nonostante si lamentasse cantilenando in un dialetto incomprensibile non si assentava ogni mercoled\u00ec dalle faccende domestiche, n\u00e9 evitava di portare il solito timballo che il nostro divorava in pochi istanti. Perch\u00e9 sin da piccolo era stato veloce nel gustare la vita, magari aveva rischiato d&#8217;ingozzarsi e soffocare, ma nulla avrebbe mai perduto abbandonandosi ad un&#8217;estenuante lentezza. Era il suo modo di viverla quella cazzo d&#8217;esistenza, di corsa. L&#8217;unico modo che conosceva per non rimanerne invischiato, come a molti dei suoi inseparabili amici era accaduto. E correndo s&#8217;era ritrovato lontano, a voltare le spalle, a guardarsi distante dal resto, dagli affetti dalle memorie, dalle donne che aveva lusingato in vano senz&#8217;amarle. Aveva vissuto di corsa, e ricordava la vecchissima canzone di Springsteen che risuonava nello stereo della sua scalcinata macchina con la quale, correndo per quel che poteva, s&#8217;era girato mezza Europa.<br \/>\nNato per correre, non per riposare.<br \/>\nDopo aver spento la cicca si scost\u00f2 sul fianco, e consider\u00f2 se era meglio lasciarsi andare, cos\u00ec vestito, sulla branda o attendere al lavoro, almeno far finta. Decise di far finta di lavorare. Erano ancora le nove, troppo presto per abbandonarsi alle masturbazioni mentali che lo accompagnavano fedeli notte per notte da anni ormai. Lesse alcuni capitoli di un manoscritto decoroso, poi pass\u00f2 ad altro per distrarsi e si ritrov\u00f2 tra le mani una roba immonda, tanto che ebbe l&#8217;istinto di scrivere immediatamente una email all&#8217;autore per invitarlo a darsi alla prostituzione avrebbe prodotto pi\u00f9 piacere, seppur effimero ma piacevole. Era l\u00ec, ad un passo da scriverla quella email, ma gli venne in mente che proprio quell&#8217;autore sarebbe stato con buona certezza pubblicato da l\u00ec a qualche mese dall&#8217;editrice di classe, previo cospicuo pagamento di spese di pubblicazione.<br \/>\nSpese che andavano a coprire il suo professionismo.<br \/>\nCos\u00ec come le recensioni a pagamento che stendeva per un&#8217;agenzia letteraria, come le tesi di laurea, dottorato, specializzazione, discorsi politici, relazioni di pachidermiche aziende. Aveva un nutrito giro di ignoranti che gli gironzolava alle costole. E lui scriveva, il tutto a modici prezzi, s&#8217;era accaparrato una onesta fetta di mercato. Si nutriva di parole e dalle parole riusciva a ricavare il necessario per la spesa, le sigarette, il whisky da supermercato e qualche donnina da night. Ma di questo aveva pur perso la voglia. Viveva solitario e in silenzio, e d&#8217;un tratto s&#8217;accorse che il rumore della pioggia s&#8217;era fatto pi\u00f9 insistente. C&#8217;erano andati gi\u00f9 pesante in cielo angeli e combriccola con la birra, e adesso la riversavano sulla sua finestra. Sent\u00ec un moto d&#8217;insofferenza, un fastidio che non sapeva dire. Di scatto s&#8217;alz\u00f2 e apr\u00ec la finestra, senza un&#8217;apparente ragione. Respir\u00f2 a pieni polmoni, ma quel piscio l\u00ec non aveva nulla del sapore dell&#8217;infanzia. Quando la pioggia veniva gi\u00f9 dritta sul campo a smuover la terra, e il profumo della madre saliva lento, e i lombrichi uscivano fuori a far festa. Adesso il puzzo sapeva di citt\u00e0, frammisto a smog e sudore. Un sudore che non sapeva individuare, ma forse era il suo. Il sudore delle parole abusate, della sua solitudine letteraria. Il sudore di cui sa il silenzio. Il sudore di uno che aveva smesso da tempo di correre. Richiuse l&#8217;imposta e si guard\u00f2 attorno. Non c&#8217;era nulla in quella camera che valesse la pena ricordare, descrivere, fermare nella memoria di una pagina scritta. Nonostante le intemperie ebbe l&#8217;idea liberatoria di lasciare quello spazio opprimente e andare in giro. Prese l&#8217;impermeabile guard\u00f2 l&#8217;ora sul display digitale luminoso, regalo di pessimo gusto d&#8217;una delle sue dimenticate amanti e fece per uscire quando l&#8217;occhio si ferm\u00f2 sulla data. Oggi era il due gennaio duemilaventuno. Si ferm\u00f2 a respirare e sorrise. Quella data aveva un che di familiare. Cammin\u00f2 a ritroso nei pensieri per un tempo che non avrebbe saputo descrivere fino a giungere al momento preciso in cui quella data era stata evocata.<br \/>\nIl volto s&#8217;illumin\u00f2 di una luce grottesca, disse tra s\u00e9 che alla fine non era grande sforzo, la piccola piazza distava pochi passi. Voleva uscire e in fin dei conti una direzione valeva un&#8217;altra. C&#8217;era stata una voce anni prima che aveva proposto un qualcosa che all&#8217;epoca l&#8217;aveva solleticato, poi col tempo sommerso dall&#8217;ingerenza della vita se ne era completamente dimenticato. Adesso quei numerini in fila luminosi gli avevano riportato alla mente l&#8217;episodio. Sotto la pioggia s&#8217;incammin\u00f2 fino alla fontanella arida da secoli, eppure cos\u00ec zampillante del piscio degli angeli di quella sera. Si guard\u00f2 intorno come se pensasse davvero di trovarvi qualcuno. Rimase alcuni istanti sotto la luce fioca di un neon che pubblicizzava assorbenti, vide la consistenza della pioggia tagliare l&#8217;aria e sent\u00ec il peso di tutti quegli anni trascorsi.<br \/>\nSolo e in silenzio ritorn\u00f2 sui suoi passi.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Stava accendendo la solita sigaretta. Non c&#8217;era nessuno in casa. Fuori la pioggia ticchettava sul vetro ma non se ne dava cura. Quel ritmico tocco e il relativo rimbalzo aveva un che di musicale. Ridusse al minimo il volume del televisore per ascoltare la voce delle nuvole ingrossate, il piscio del cielo era solito definirlo da giovane, ma tanti anni erano trascorsi da allora. Quanti? Non lo ricordava pi\u00f9, n\u00e9 gli interessava granch\u00e8. Distese le gambe sotto al tavolo, sfogli\u00f2 alcuni manoscritti che avrebbe dovuto correggere entro un paio di giorni e imprec\u00f2 per quel genere di scrittura che tanto andava di moda, e tanto avversava. Ma un misero correttore di bozze non pu\u00f2 di pi\u00f9. Aveva provato ad insinuare nella mole di carta battuta ad inchiostro, che settimanalmente gli veniva assegnata, un suo lavoro, una lunga lettera, un romanzo epistolare di quelli che si scrivevano un tempo, e adesso facevano sorridere. Non lui. 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