{"id":4847,"date":"2019-12-08T21:22:23","date_gmt":"2019-12-08T20:22:23","guid":{"rendered":"http:\/\/www.massimilianocitta.it\/blog\/?p=4847"},"modified":"2023-04-24T20:19:45","modified_gmt":"2023-04-24T18:19:45","slug":"alessandro-zaccuri","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.massimilianocitta.it\/blog\/alessandro-zaccuri\/","title":{"rendered":"Alessandro Zaccuri"},"content":{"rendered":"<p style=\"text-align: justify;\">Alessandro Zaccuri \u00e8 l&#8217;ospite di oggi di &#8220;Cinque domande, uno stile&#8221;. Scrittore, saggista e giornalista per l&#8217;Avvenire. I suoi libri pi\u00f9 recenti sono il romanzo Lo spregio (Marsilio, 2016), i saggi Come non letto (Ponte alle Grazie, 2017) e Alexander Calder (Sillabe, 2019), le novelle La sposa di Attila (Bolis, 2017) e Il cristiano errante (Effat\u00e0, 2018), il memoir Nel nome (NNE, 2019).<\/p>\n<p><a href=\"http:\/\/www.massimilianocitta.it\/blog\/wp-content\/uploads\/2019\/12\/zaccuri.png\"><img decoding=\"async\" class=\"aligncenter wp-image-4848\" src=\"http:\/\/www.massimilianocitta.it\/blog\/wp-content\/uploads\/2019\/12\/zaccuri.png\" alt=\"\" width=\"428\" height=\"367\" srcset=\"https:\/\/www.massimilianocitta.it\/blog\/wp-content\/uploads\/2019\/12\/zaccuri.png 678w, https:\/\/www.massimilianocitta.it\/blog\/wp-content\/uploads\/2019\/12\/zaccuri-300x258.png 300w\" sizes=\"(max-width: 428px) 100vw, 428px\" \/><\/a><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Quando accade, quando un\u2019idea, l\u2019Idea, giunge e prende forma, si rappresenta nel suo immaginario, pronta ad essere modellata per diventare una storia, che sensazione si prova?<br \/>\n<\/strong><em>Non sempre un&#8217;idea si presenta gi\u00e0 pronta. Il pi\u00f9 delle volte rimane l\u00ec, un po&#8217; in disparte, fino a quando non si chiarisce e prende forma. Tendo a raccogliere molti appunti, come credo facciano tutte le persone che scrivono, ma ancora pi\u00f9 spesso provo a ragionare con me stesso a partire da uno spunto che pu\u00f2 essere un&#8217;immagine, una parola, una situazione narrativa. Pu\u00f2 bastare l&#8217;impressione lasciata da uno stato d&#8217;animo o anche soltanto da un nome. L&#8217;inizio rimane sempre imprevedibile, come una specie di dono. Da l\u00ec in poi bisogna fare di tutto per meritarselo.<\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>La consapevolezza che la parola appena scritta costituisca la conclusione di un racconto \u00e8 evidente o necessaria?<\/strong><br \/>\n<em>Di solito l&#8217;ultima parola \u00e8 la pi\u00f9 difficile da trovare o, meglio, da riconoscere. Ma non esistono regole prefissate. Pu\u00f2 capitare di scrivere un racconto proprio perch\u00e9 si desidera arrivare a quel finale, a quella determinata clausola che giustifica ci\u00f2 che la precede e gli restituisce senso. Questo accade perch\u00e9 la conclusione \u00e8 sempre (e questo s\u00ec: necessariamente) la morale della favola alla quale si \u00e8 cercato di dare voce. \u00c8 un concetto al quale tengo molto, questo della morale della favola. Lasciare una storia in sospeso, per esempio, ricorrendo al cosiddetto finale aperto, non significa affatto sottrarsi a questa dimensione. Significa semplicemente fare della mancanza di morale la morale stessa del racconto.<\/em><\/p>\n<p><a href=\"http:\/\/www.massimilianocitta.it\/blog\/wp-content\/uploads\/2019\/12\/9788894938203_0_221_0_75.jpg\"><img decoding=\"async\" class=\"aligncenter size-full wp-image-4849\" src=\"http:\/\/www.massimilianocitta.it\/blog\/wp-content\/uploads\/2019\/12\/9788894938203_0_221_0_75.jpg\" alt=\"\" width=\"221\" height=\"358\" srcset=\"https:\/\/www.massimilianocitta.it\/blog\/wp-content\/uploads\/2019\/12\/9788894938203_0_221_0_75.jpg 221w, https:\/\/www.massimilianocitta.it\/blog\/wp-content\/uploads\/2019\/12\/9788894938203_0_221_0_75-185x300.jpg 185w\" sizes=\"(max-width: 221px) 100vw, 221px\" \/><\/a><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>C&#8217;\u00e8 stato, nel suo percorso di vita, netto e distinto, un momento di scelta in cui ha affermato a se stesso \u201cdevo scrivere?\u201d<\/strong><br \/>\n<em>Ho desiderato scrivere da sempre, per molto tempo mi sono limitato a farlo senza pensare alla pubblicazione, poi ho deciso di uscire allo scoperto abbastanza tardi, verso i quarant&#8217;anni. Forse perch\u00e9, essendo un lettore piuttosto esigente, non mi sentivo all&#8217;altezza delle mie aspettative. La letteratura, in ogni caso, ha sempre costituito l&#8217;orizzonte della mia esperienza. Penso che la possibilit\u00e0 della scrittura stesse gi\u00e0 in questo.<\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Lo stile \u00e8 un passaggio che ciascun autore percorre, pu\u00f2 in qualche modo divenire un vincolo?<\/strong><br \/>\n<em>Sono convinto che ciascun libro abbia in realt\u00e0 un suo stile, che non pu\u00f2 essere trasportato meccanicamente da un contesto all&#8217;altro. Quello che rimane, al di l\u00e0 di ogni variazione, \u00e8 semmai la voce dell&#8217;autore, che suona sempre riconoscibile. Non \u00e8 facile definirla con precisione. Forse \u00e8 il modo in cui un particolare sguardo sul mondo arriva ad articolarsi in parole. La voce \u00e8, appunto, ci\u00f2 che completa lo sguardo.<\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>In quale misura crede che la letteratura oggi riesca ad incidere nella societ\u00e0 e con quale forza lo scrivere costituisca un gesto politico?<\/strong><br \/>\n<em>Politico non saprei, ma di sicuro civile, etico. \u00c8 inevitabile, come la morale della favola. Perfino l&#8217;opera di pi\u00f9 deliberato e spudorato intrattenimento nasconde in s\u00e9 l&#8217;ambizione inespressa di incidere sulla realt\u00e0. Tanto vale ammetterlo, assumersene la responsabilit\u00e0 e agire di conseguenza.<\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: center;\">[the_ad_placement id=&#8221;spot&#8221;]<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Alessandro Zaccuri \u00e8 l&#8217;ospite di oggi di &#8220;Cinque domande, uno stile&#8221;. Scrittore, saggista e giornalista per l&#8217;Avvenire. 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L&#8217;inizio rimane sempre imprevedibile, come una specie di dono. Da l\u00ec in poi bisogna fare di tutto per meritarselo. La consapevolezza che la parola appena scritta costituisca la conclusione di un racconto \u00e8 evidente o necessaria? Di solito l&#8217;ultima parola \u00e8 la pi\u00f9 difficile da trovare o, meglio, da riconoscere. Ma non esistono regole prefissate. Pu\u00f2 capitare di scrivere un racconto proprio perch\u00e9 si desidera arrivare a quel finale, a quella determinata clausola che giustifica ci\u00f2 che la precede e gli restituisce senso. Questo accade perch\u00e9 la conclusione \u00e8 sempre (e questo s\u00ec: necessariamente) la morale della favola alla quale si \u00e8 cercato di dare voce. \u00c8 un concetto al quale tengo molto, questo della morale della favola. Lasciare una storia in sospeso, per esempio, ricorrendo al cosiddetto finale aperto, non significa affatto sottrarsi a questa dimensione. 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Quello che rimane, al di l\u00e0 di ogni variazione, \u00e8 semmai la voce dell&#8217;autore, che suona sempre riconoscibile. Non \u00e8 facile definirla con precisione. Forse \u00e8 il modo in cui un particolare sguardo sul mondo arriva ad articolarsi in parole. La voce \u00e8, appunto, ci\u00f2 che completa lo sguardo. In quale misura crede che la letteratura oggi riesca ad incidere nella societ\u00e0 e con quale forza lo scrivere costituisca un gesto politico? Politico non saprei, ma di sicuro civile, etico. \u00c8 inevitabile, come la morale della favola. Perfino l&#8217;opera di pi\u00f9 deliberato e spudorato intrattenimento nasconde in s\u00e9 l&#8217;ambizione inespressa di incidere sulla realt\u00e0. Tanto vale ammetterlo, assumersene la responsabilit\u00e0 e agire di conseguenza. 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