{"id":50,"date":"2010-12-13T16:19:20","date_gmt":"2010-12-13T15:19:20","guid":{"rendered":"http:\/\/vagabondoebbro.altervista.org\/blog\/?p=50"},"modified":"2020-11-14T20:17:27","modified_gmt":"2020-11-14T19:17:27","slug":"delirio-di-un-assassino","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.massimilianocitta.it\/blog\/delirio-di-un-assassino\/","title":{"rendered":"Delirio di un Assassino"},"content":{"rendered":"<p><a href=\"http:\/\/www.massimilianocitta.it\/blog\/wp-content\/uploads\/2010\/12\/highway.png\"><img decoding=\"async\" src=\"http:\/\/www.massimilianocitta.it\/blog\/wp-content\/uploads\/2010\/12\/highway.png\" alt=\"\" width=\"231\" height=\"387\" class=\"aligncenter size-full wp-image-5230\" srcset=\"https:\/\/www.massimilianocitta.it\/blog\/wp-content\/uploads\/2010\/12\/highway.png 231w, https:\/\/www.massimilianocitta.it\/blog\/wp-content\/uploads\/2010\/12\/highway-179x300.png 179w\" sizes=\"(max-width: 231px) 100vw, 231px\" \/><\/a><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">A quanto pare hanno fissato la data. Una zanzara ronza attorno alla mia testa, pi\u00f9 e pi\u00f9 volte ha tentato di infilarsi nel mio orecchio destro, ma invano. Adesso s\u2019\u00e8 appiccicata al muro, accanto allo scarabocchio senza senso che qualche matto come me ha disegnato per disperazione tempo addietro. Cerco un giornale per spiaccicarla, niente, nemmeno uno straccio di fumetto porno, soltanto della carta igienica sudicia. C\u2019\u00e8 un caldo d\u2019inferno, qualcuno sbraita e mi sento stretto, stretto come una sardina inzuppata d\u2019olio. A quanto pare hanno fissato la data, credo proprio di si.<br \/>\nDomani inizier\u00e0 il processo.<br \/>\nSpero bene. Il mio avvocato non \u00e8 che sembri granch\u00e9. Me l\u2019hanno assegnato d\u2019ufficio. Che farci? Un tipetto goffo, impacciato, spaesato, eppure nella mente e nelle parole di quel tipetto io rimetto il mio debito con la societ\u00e0 e il mio destino.<br \/>\nS\u2019\u00e8 presentato gentilmente, non c\u2019\u00e8 che dire, entra con passo insicuro nella saletta visite facendo un cenno d\u2019intesa alla guardia, posa la sua ventiquattrore sul tavolino e tira fuori una serie di scartoffie, un blocco, e dalla giacca color giallo ocra una penna. Si siede, mi fissa per un po\u2019 e poi inizia la sua arringa. Mi chiede e richiede come sono andati i fatti, scruta ogni mio gesto, mi fissa con quello sguardo inebetito, gi\u00e0 non \u00e8 passata nemmeno un\u2019ora e non lo sopporto pi\u00f9. Eppure continua, incessante, insistente continua, lui e le sue domande, lui e i suoi problemi irrisolti, le questioni, gli orari e quel qualcosa che non lo convince.<!--more--><br \/>\nE fissa, e scruta.<br \/>\nLo odio.<br \/>\nIncomincio a sudare, chiamo a gran voce la guardia, niente, non mi sente, urlo, scalpito, riverso il tavolino con tutte le scartoffie per terra, saltello attorno al piccolo goffo avvocatuccio appena laureato, saltello e rimbalzo per le pareti della sala, accorre finalmente la guardia. Il tipetto al quale affido il mio destino \u00e8 paonazzo, impressionato. Credo si sia cagato addosso. Si accertano delle sue condizioni, se sia uscito o meno incolume dalla mia ira funesta, si accertano che il signorino stia bene, che abbia i panni lindi e le scarpe lucide. Mi afferrano a forza, per le braccia, e stringono la presa, mi afferrano in tre, quei bastardi. Mi scaraventano per terra, due volte, si, per due volte sbatto il mio sporco muso in quel lercio pavimento, poi mi tirano su e mi rischiaffano in cella. Qualcuno dall\u2019altre gabbie urla il mio nome, chi glielo avr\u00e0 detto mai poi il mio nome, non lo ricordo nemmeno io. Qualcuno impreca, bestemmia, dice che sono il figlio del diavolo, un maledetto. Beh li guardo di sbieco, fisso dalle grate della mia prigione, sono strette e rigide, non passa la luce, non passano le mie braccia, sento freddo, cerco lo sguardo di qualcuno, lo incontro, sorrido e quello bestemmia ancor pi\u00f9 forte, bestemmia che sono il figlio di belzeb\u00f9, ma sorrido, soltanto io so la verit\u00e0, anzi sono in buona compagnia perch\u00e9 io, io e dio conosciamo la verit\u00e0.<br \/>\nUrla, urla pure animale, urla pure che sono il figlio del diavolo, urla quello che cazzo ti pare, urla e strepita, d\u00ec quel che vuoi tanto io non sono altro che un semplice assassino e niente pi\u00f9.<br \/>\nAccorrono furenti le guardie, mi urlano qualcosa anche loro, di stare zitto, di non sorridere, di mettermi a cuccia, si proprio a cuccia come mamma diceva al mio simpatico cagnone quando scorazzava per il giardinetto di casa sradicando tutte le nostre deliziose piantine, a cuccia mi dice, uno pure mi sputacchia in fronte, da fuori, dal corridoio, con quel triste manganello spianato contro le mie mani nude, nude e sporche di sangue, ancora. Le vedo ancora rosse del suo sangue, le sento calde delle mie ferite.<br \/>\nIl suo sangue mi perseguita, la sua voce m\u2019insegue ed io non posso fuggire, sono in gabbia, sperso in un due metri quadri, perso e impaurito, e a luce spenta.<br \/>\nL\u2019assistente sociale non \u00e8 niente male, l\u2019ho vista e gi\u00e0 mi immagino che puledra sia, si chiama Joanna ma al contrario del suo sguardo da pantera ha una voce dolce, quasi docile. Mi sembra gentile, lei si, no come quell\u2019inetto che mi deve difendere, nient\u2019affatto. Entra, lei sicura, si questo \u00e8 certo, mi stringe delicatamente la mano e si siede accavallando le gambe, ed io sto a sbirciare la in mezzo, lei s\u2019accorge e mi sorride con gli occhi, non siamo soli purtroppo, dopo il mio spettacolo mi hanno appioppato una guardia, un bestione grande e grosso e senza cervello, come tutti gli scagnozzi dello stato che indossano un\u2019uniforme e si parano il culo con i distintivi. Lei mi parla, mi racconta del suo lavoro e del piacere che prova a trattare con gente come me, ma io ribatto che non mi conosce ancora, come fa a dire gente come me?<br \/>\nLei sorride ancora una volta, stavolta con le labbra e scorgo un movimento imbarazzato, innervosito direi, la preda non \u00e8 pi\u00f9 al sicuro. Comunque continua a parlare, poi d\u2019improvviso mi spiattella alla buona una domanda pericolosa, la scanso, la riprende, la riscanso, la riprende ed io faccio finta di rispondere, lei ascolta.<br \/>\nEd io parlo e racconto di me, di mamma e Jack, del mio lavoro gi\u00f9 alla fabbrica, del mio sudore, di Susie, la biondona del bar dell\u2019angolo e del ghetto nel quale sono nato. Lei ascolta ed io parlo, parlo e non sono stanco n\u00e9 annoiato.<br \/>\nMi piace.<br \/>\nRacconto un sacco di palle ma ci metto anche qualcosa di vero, di pi\u00f9 di qualcosa, direi che pian piano sto raccontando davvero la mia vita, sto parlando. E mi vedo riflesso nei suoi occhi, vedo il mio sguardo nelle sue pupille, come vorrei sbattermela li su quello stupido tavolino, lo vorrei proprio. Lei mi guarda e sorride, di certo ha capito qualcosa, \u00e8 intelligente, lo vedo.<br \/>\nMi chiede di quella notte al bowling, di come siano andati i fatti, niente, non mi va di parlare, stavolta rimango in silenzio, giro lo sguardo verso la guardia cercando aiuto, niente. Il suo aspetto esprime il nulla assoluto, mi alzo, stavolta lentamente, faccio tutto con cura, stavolta. Mi alzo e mi avvicino a Joanna, le stringo la mano anch\u2019io con gentilezza, so farle di queste cose anch\u2019io e poi chiedo alla guardia di risbattermi dentro. Lei mi saluta, \u00e8 delusa, prende la sua borsa a tracolla ed esce dall\u2019altra parte sui suoi tacchi neri, con eleganza, la porta si richiude e di nuovo torna la notte.<br \/>\nLa notte che non passa mai, ti da modo di pensare ad un sacco di cose, me ne accorgo soltanto adesso. Prima tornavo stanco dal lavoro, non avevo neanche la forza di lavarmi che svenivo, si svenivo letteralmente sulla mia branda dalla stanchezza, e dormivo, spossato, su Rose.<br \/>\nQualcuno dice che tutti facciamo sogni, sar\u00e0, ma io non mi ricordo niente, eppure adesso fissando il vuoto di queste sbarre sogno anch\u2019io ad occhi aperti, e sogno di Joanna e delle sue cosce, e di quelle natiche sode nascoste dalla gonna grigia a righe sottili, l\u2019ho impressa in mente, ancora.<br \/>\nSogno di lei e della mia infanzia, delle fughe al quartiere, delle cianfrusaglie fottute di volo a mamma Jena, delle carcasse mandate a fuoco nella notte, dei fal\u00f2 per la strada con i giornali usciti da poco, ricordo tutto questo e sogno e immagino, e costruisco un\u2019altra vita, un\u2019altra esperienza, un altro Joe. Joe libero, libero e bianco, si bianco, pulito e limpido, Joe che svolazza per Manhattan e gioca in borsa e urla parole incomprensibili e tutti l\u2019ascoltano. Joe che parla, placido e quieto e tutti l\u2019ascoltano, Joe che da consigli agli amici, Joe che ce li ha davvero gli amici e non quei quattro rottinculo che perdono pi\u00f9 tempo a entrare e uscire dalla gattabuia piuttosto che vivere. Ecco Joe che possa vivere la sua vita, in libert\u00e0, Joe che possa scegliere.<br \/>\nSto sognando, sognando davvero\u2026<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">2. Di l\u00e0 il mondo, di qua puzza di piscio.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La luce si scompone. A cielo aperto la puoi vedere nella sua maestosa potenza, sta l\u00ec e illumina. Dalla grata di una cella angusta, vi assicuro, capirete che la luce si scompone, e si scompone a quadri, rettangoli freddi e smorti, si scompone cos\u00ec e non nei mille colori dell\u2019arcobaleno dopo una scarica di pioggia violenta, in una di quelle giornate in cui, bambini, venivamo fuori come vermi dal prato e aspettavamo in fondo al fiume, proprio sotto il ponte, vicino la latrina della fattoria del vecchio Samuel, aspettavamo che il miracolo avvenisse, che l\u2019arcobaleno si disegnasse lentamente e con leggerezza nell\u2019aria, sopra le nostre teste. E sopra le nostre teste volavamo con la fantasia, volavamo fuori, fuori dal fumo della fabbrica in cui giorno dopo giorno morivano i nostri vecchi, volavamo passeggiando su quel ponte tanto fragile quanto forti erano le nostre speranze di andar via. Eppure siamo rimasti, siamo rimasti tutti, fantasmi, memorie, sgualdrine, papponi e operai e assassini. Siamo rimasti tutti, chi meno chi pi\u00f9, chi vivo e chi come Johnny c\u2019\u00e8 rimasto, ma secco.<br \/>\nFu di un venerd\u00ec sera.<br \/>\nAll\u2019angolo tra il venditore di scarpe e la fruttivendola pi\u00f9 arrapante dell\u2019east coast stava il nostro bar preferito, il nostro covo. Passavamo l\u00ec le giornate bruciando il nostro tempo e soprattutto facendo fuori quei quattro spiccioli che riuscivamo a metter su con le nostre ruberie notturne. Era cos\u00ec, non c\u2019aspettavamo nulla di pi\u00f9, n\u00e9 niente di diverso. Andavamo qua e l\u00e0, senza un\u2019idea ferma, sbagliata o giusta che fosse, andavamo barcollando trascinati dal tempo e risucchiati dal vento.<br \/>\nJohnny and\u00f2 via e fu di venerd\u00ec, se non ricordo male, ma credo proprio di si, fu in uno stramaledetto venerd\u00ec che Johnny ci salut\u00f2 tutti. Fece valige e via, col cervello spappolato per terra, in mezzo alla strada, lasci\u00f2 sua madre e le due sorelline ancora in fasce a batter per la citt\u00e0. E tutto perch\u00e9 pest\u00f2 i piedi a qualche italianuccio del posto, si fece la sorella, una sedicenne con due poppe da svenirci sopra, la sorella del tipo con la pistola esplosiva, e se la scop\u00f2 proprio in casa sua mentre i genitori, stanchi da venti ore di lavoro gi\u00f9 in fabbrica, dormivano nella camera accanto. A quanto si raccont\u00f2 il fratello rientr\u00f2 in casa prima del dovuto e vide la sua sorellina montata da quello stallone nero e perse la testa. Lo picchi\u00f2 a sangue ma non lo uccise. Lo trascin\u00f2 cos\u00ec come l\u2019aveva ridotto, quasi cadavere, al centro della strada, nudo e col pisello al vento, lo mise al centro della via, pancia sotto e bang, mir\u00f2 alla testa martoriata e fece scoppiare via il cervello di quello sbandato. Fu cos\u00ec che Johnny ci lasci\u00f2, pace all\u2019anima sua.<br \/>\nE Selma, Selma quella simpatica baldracca\u2026<br \/>\nSelma, la dolce dagli occhi di mogano e trecce svolazzanti, e labbra carnose. Selma che mi fece diventare uomo, a modo suo, ma lo fece. Mi succhi\u00f2 l\u2019anima. Lo ricordo ancora, come dimenticare quel pomeriggio. Ma\u2019 mi rincorse tutto il tempo al mattino, mi rincorse per rischiattarmi a scuola. Io e la scuola eravamo come il sole e la luna, ci guardavamo a distanza ma non ci saremmo mai avvicinati. Fallo capire a Ma\u2019. Niente, lei cocciuta mi ripescava ovunque, chiedeva in giro dove fossi e mi beccava, a giocar a carte o biliardo che importa, ma mi trovava, m\u2019afferrava l\u2019orecchio con una rabbia ed un sorriso che non avevo il tempo di capire, e mi ritrovavo seduto tra i banchi a leggere qualche pensiero vivo di qualcuno che era morto da un po\u2019. Ma solo per qualche minuto che risbucavo fuori dalla finestra dei cessi. E fu una di quelle volte che incontrai Selma.<br \/>\nAveva quindic\u2019anni io ne avevo appena dodici.<br \/>\nLei quindic\u2019anni e un culo da favola.<br \/>\nC\u2019andavano dietro tutti, ma proprio tutti, i ragazzi delle superiori dicevano che se la sbattevano a gruppi di due ma io non ci credevo, era troppo dolce. Passeggiammo tutto il mattino, girammo tutto il quartiere ed oltre, mangiammo un panino cos\u00ec, lei aveva un po\u2019 di soldi e compr\u00f2 anche un gelato, io non lo presi, mi sentivo stupido e piccolo ad accettare. Poi, stanchi, ci fermammo nel prato dietro la discarica, c\u2019era freddo, era inverno. Lei s\u2019appoggi\u00f2 a me e mi sussurr\u00f2 all\u2019orecchio: \u00abora ti faccio qualcosa che non dimenticherai, ti faccio divertire.\u00bb Mi mise le mani in mezzo alle gambe ed inizi\u00f2 a strofinare, non sapevo che fare, volevo scappare ma non avevo la forza, volevo scappare, avevo vergogna, ma sentivo che mi sarebbe piaciuto. E cos\u00ec fu. Tir\u00f2 fuori il piccolo e cominci\u00f2 a lavorare e a fondo.<br \/>\nMi succhi\u00f2 l\u2019anima, davvero.<br \/>\nStupida Selma, Paco mi ha detto l\u2019altro ieri, quando finalmente \u00e8 venuto a farmi una visitina, bastardo portoricano, che se la fa con qualcuno importante, adesso, si dice batta con classe. Buon per lei\u2026<br \/>\nSteve, Steve, come non ricordare il vecchio Steve, mano calda. Che tipo. Lo chiamavano cos\u00ec fin da piccolo. Non sapevo il perch\u00e9, arrivavo con i miei dalla campagna, la citt\u00e0 era buia e triste e non mi piaceva, ma i miei mi ripetevano che c\u2019era lavoro. Il lavoro.<br \/>\nSteve lo conobbi quasi subito ma non mi spieg\u00f2 il suo soprannome, si vergognava. Me lo disse Johnny. Un giorno mi fa \u00abvieni che ti svelo un segreto, sai perch\u00e9 Steve lo chiamano la mano calda?\u00bb ed io \u00abno, lo sento dire ma non lo so. Perch\u00e9?\u00bb e lui \u00abuna notte, sai Sondra? \u2026 la tipa del negozio di liquori, si proprio quella vecchia baldraccona, lei. Beh, lo chiama e gli dice \u201cSteve\u201d, povero coglione neanche diec\u2019anni, e la troia gli dice \u201cSteve vieni con me che giochiamo\u201d, e il piccolo v\u00e0. Lo porta dietro, nel magazzino, la serranda \u00e8 chiusa a met\u00e0, nessuno vede, questa lo prende e gli tira gi\u00f9 i pantaloni, lo lecca da per tutto che Steve piange ma non ha la forza di urlare, mentre lei ride, ride come una matta, gli urla in faccia che tra qualche anno gli piacer\u00e0 e lo far\u00e0 alle femminucce della scuola, gli urla cos\u00ec. Poi gli afferra il braccio, gli stringe il polso forte e s\u2019infila la mano tra le gambe, e si muove e s\u2019agita e grida. Quando si ferma Steve scappa, scappa pi\u00f9 forte che pu\u00f2 mentre quella da dentro grida come un\u2019ossessa, e Steve scappa fuori e viene da me, siamo io e Jack che giochiamo a rincorrerci per la strada e questo nanerottolo che piange come un temporale, piange e urla frasi senza senso, mi ferma, mi getta per terra e mi sputa in faccia, \u201cmi sento la mano calda, \u00e8 calda\u201d mi urla, ecco ora lo sai, sai perch\u00e9 \u00e8 Steve mano calda\u00bb.<br \/>\nPovero Steve e povero Johnny provava piacere a raccontare storie cos\u00ec squallide, si divertiva proprio, lo leggevo nei suoi occhi, si divertiva proprio. Comunque Steve mano calda era strano, strano davvero. Chiss\u00e0 quanto rimase scioccato dalla tipa del magazzino, ma ricordo che non s\u2019avvicinava, neanche per sbaglio alle femmine, macch\u00e9, nemmeno l\u2019odore, niente di niente.<br \/>\nZero.<br \/>\nA quattordici anni facemmo una festa di quartiere da sballo, c\u2019erano proprio tutte, tutte gallinelle pronte a finire nel nostro brodo, ma lui niente, solo, in disparte, solo sul marciapiede. Per un po\u2019 lo chiamammo la checca, proprio cos\u00ec, ma gli volevamo bene e non era una checca, aveva pianto, tutto qui. Aveva pianto cos\u00ec tanto che non voleva soffrire pi\u00f9. Sapeva gi\u00e0 a quattordici anni che le donne lo avrebbero fatto soffrire.<br \/>\nE poi, vediamo un po\u2019, chi \u00e8 rimasto, ah\u2026, certo Marc, \u00e8 rimasto Marc, fottutissimo figlio di troia e pallonaro, lo ricordo bene, bene Marc, ma non era che uno stronzetto. Uno che s\u2019atteggiava al so tutto io, ma tutti lo avevano capito e pure io che non sapeva proprio un bel cazzo. Ma parlava e quanto parlava. Raccontava balle a raffica, per\u00f2 in fondo, quando rompeva le palle raccontando le sue storie a me stava simpatico, era un povero diavolo, ma aveva fantasia. Adesso scrive in un giornale, cronaca nera, stupri, vendette omicidi, brutte cose. Ma\u2019 dice che l\u2019ha chiamata, voleva intervistarmi in nome della vecchia amicizia.<br \/>\nSar\u00e0\u2026<br \/>\nVediamo un po\u2019 ritornando indietro con la mente\u2026 salto qua e l\u00e0\u2026 devo distrarmi, ho bisogno di vedere qualche faccia, di ascoltare qualche voce che sia diversa da questo ripetuto lamento, dallo sbraitare continuo di pivelli che se la fanno sotto dentro le loro celle, che la puzza di piscio la sento, la sento eccome. Se avessi mangiato qualcosa, giuro, la sputerei d\u2019un fiato al pavimento, ma non mangio ormai da una settimana. Il tizio col manganello \u00e8 venuto l\u2019altro ieri quasi ad implorarmi, m\u2019ha urlato contro, adesso non sputa pi\u00f9. M\u2019ha urlato che se continuo cos\u00ec mi portano in infermeria e mi ficcano qualche ago nelle \u00abmie luride vene\u00bb cos\u00ec m\u2019ha detto, sissignore.<br \/>\nAlmeno cambio visuale gli ho risposto, che sono stanco di fissare la grata. Oltre c\u2019\u00e8 il mondo, dentro solo buio e piscio, e solitudine\u2026<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">3. Come fanno i dottori a sorridere sempre?<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Ebbene si. M\u2019hanno schiaffato in infermeria, ma d\u2019infermiere nemmeno l\u2019ombra. Figurarsi l\u2019odore che sarebbe gi\u00e0 qualcosa. Mi manca la puzza di piscio, questo odore pesante d\u2019alcol mi mozza il respiro, non lo sopporto davvero e poi tutta questa luce, non ci sono proprio abituato. Mi trovo male, male davvero, ho perso i miei riferimenti.<br \/>\nLa crepa gi\u00f9 all\u2019angolo dalla quale mi aspetto ogni giorno spunti qualche simpatico topolino, ma niente. La mia vecchia grata e poi le sbarre e i miei due metri per due. Tutto troppo diverso, bianco, spazioso, luminoso eppure triste. Niente infermiere, niente figa neppure qui, chi dice in giro che gli ospedali tirano non c\u2019\u00e8 stato mai, secondo me. Mi segue un dottore simpatico, ma simpatico davvero, non dico stronzate. Benny, si chiama Benny e viene da Chicago. Ma poi che ci sar\u00e0 venuto a fare uno di Chigaco in un ospedale di merda di una prigione merdona non lo so proprio, ma mi sta simpatico.<br \/>\nOgni mattina viene e mi controlla per bene, il polso, le pupille e chiede e si ferma a chiacchierare un po\u2019.<br \/>\nE sorride.<br \/>\nCome far\u00e0 poi a sorridere sempre non so, vede malati e malati ogni giorno, sputi e sangue e follia e morte tutt\u2019intorno eppure sorride, e anche quando non allarga le labbra lo fa con gli occhi, lo vedo, lo fisso ogni volta che sento aprire la porta dell\u2019infermeria al mattino presto, lo fisso e mai che un giorno si presenti triste. Io sono un tipo curioso, me lo dicono tutti, me lo dicevano anche da piccolo.<br \/>\nRicordo Jimmy, il vecchio rincoglionito zio di Ma\u2019 che abit\u00f2 per qualche anno con noi.<br \/>\nZio Jimmy mi raccontava le sue storie ed io bambino stavo ad ascoltare. E chiedevo e richiedevo, nomi, posti, orari. Sapete ho una buona memoria, ottima direi, e le storie del buon Jimmy non combaciavano mai. Un giorno moriva Marta, il giorno dopo nella stessa storia moriva Sofia e Marta non c\u2019era pi\u00f9. Una volta era d\u2019estate, l\u2019altra appresso d\u2019inverno, e poi la pistola e il giorno prima il coltello da cucina. Ed io chiedevo e memorizzavo ma niente che fosse mai a posto, mai la stessa storia. Eppure ascoltavo, ascoltavo interessato sulle sue ginocchia, che Jimmy era un uomo con le spalle grosse e la voce bassa, un omone che quando si muoveva per le scale tremava il palazzo. Proprio cos\u00ec non esagero mica, tremava la scala di certo. Che quell\u2019uomo cos\u00ec grande e grosso aveva bisogno d\u2019aiuto anche per fare due passi che gi\u00e0 da vent\u2019anni non ci vedeva pi\u00f9. Era rimasto fulminato dalla fiamma ossidrica mentre lavorava nell\u2019officina dei padroni. Lo portarono all\u2019ospedale il giorno dopo, pass\u00f2 la notte ad urlare come uno stramaledetto cavallo azzoppato. Gli bruciarono gli occhi, non vedeva un bel niente, forse per questo i nomi dei personaggi delle sue storie non erano mai uguali, perch\u00e9 non li vedeva.<br \/>\nSono molto curioso davvero, cos\u00ec al dottore chiesi, chiesi perch\u00e9 rideva, e cosa avesse da ridere in quest\u2019inferno di prigione, in questa merda di vita. E lui mi raccont\u00f2 la sua storia, o almeno cos\u00ec mi disse, ma di certo ricordo che per una bella mezzora non sorrise, i suoi occhi non sorridevano pi\u00f9.<br \/>\nMi raccont\u00f2 che aveva una donna, la donna della sua vita, l\u2019amava. Viveva per lei, lavorava sodo per lei, niente che dire, giorno e notte per non farle mancar niente, che non si dicesse in giro che alla sua donna mancasse qualcosa. Ma lei non si lamentava affatto, era tranquilla e quieta come lui del resto. E il suo sorriso, il suo sorriso non riusc\u00ec a descriverlo perch\u00e9 non c\u2019erano parole che lo potessero raccontare, era scolpito nella sua mente, nella memoria, nei suo occhi e per nulla al mondo lo avrebbe svelato. Fatto sta che un bel giorno la donna mor\u00ec, d\u2019improvviso, cos\u00ec che i suoi amici dottori n\u00e9 lui, del resto, si resero conto.<br \/>\nMor\u00ec.<br \/>\nPunto.<br \/>\nE lui se ne fece una ragione e mi raccont\u00f2 che dio l\u2019aveva voluta con s\u00e9 perch\u00e9 era un angelo, e non sarebbe dovuta rimanere all\u2019inferno un istante di pi\u00f9. E l\u2019angelo vol\u00f2 in cielo e lui vol\u00f2 a New York, lasci\u00f2 tutto il passato dietro le spalle e ricominci\u00f2 daccapo. Ma non mi raccont\u00f2 in fondo perch\u00e9 rideva ogni mattino.<br \/>\nNon aveva parole per raccontarlo.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">4. Io e James.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Non so cos\u2019\u00e8 la povert\u00e0 eppure so di essere povero. Se non lo fossi avrei un buon avvocato, potrei permettermelo. Uno bravo che ci sappia fare, che sappia dire le parole giuste al momento giusto. Uno di quelli vestiti tutto punto, precisi, puntuali, sicuri di s\u00e9, uno della city, discorso fluente, sguardo affascinante, un attore insomma. Uno che si faccia valere e che soprattutto mi faccia uscire da questa merda di prigione. Oramai sono diec\u2019anni, dieci anni e tre mesi. Ci morir\u00f2 di certo qui dentro. E tutto questo perch\u00e9 sono povero.<br \/>\nDa qualche anno il mio vicino di cella \u00e8 James. Credo due anni, due o tre. Adesso il tempo mi sembra non passare pi\u00f9. Non conto le giornate. Le mie notti non hanno senso, potrebbero essere i miei giorni; piove o fa bel tempo o c\u2019\u00e8 nebbia o il vento tira forte, fuori che dentro tutto \u00e8 uguale.<br \/>\nIo e James parliamo molto. All\u2019inizio niente, ognuno per i fatti suoi. Ci sono abituato, abituato a stare solo. Riconosco soltanto la mia voce, la mia e quella del secondino che cambia faccia anno dopo anno ma tiene la stessa voce, e poi il suono delle parole di Ma\u2019.<br \/>\nMa\u2019 \u00e8 morta l\u2019anno scorso. A primavera. Se n\u2019\u00e8 andata via anche lei e m\u2019ha lasciato qui a marcire. Non poteva fare niente di diverso, povera vecchia. Nulla, neanche lei, lei che rabattava tra la strada in cerca di un lavoro migliore di quel che aveva. I suoi occhi si sono spenti giorno dopo giorno e rimpiccioliti di notte seguendo il filo, quel filo maledetto condotto da un ago che col passare del tempo tremava sempre pi\u00f9, come le sue mani. Ricamava di tutto, la consideravano un artista nel nostro quartiere, lavorava tutto il giorno eppure non tirava su che pochi spiccioli per poter comprar da mangiare e nulla pi\u00f9. Ma\u2019 se n\u2019\u00e8 andata. In silenzio. Se n\u2019\u00e8 andata che era molto vecchia, ma ai miei occhi rimane come allora, giovane e col sorriso aperto, la voce squillante e una canzone sempre in bocca. Questo mi rimane di mia madre. Tutto qui. Se n\u2019\u00e8 andata anche lei. Era molto anziana ed acciaccata, non ci vedeva pi\u00f9 da tempo, non poteva lavorare. L\u2019ha presa in casa Sammy, un mio cugino di buona volont\u00e0, che dio l\u2019abbia in gloria. Fa il lattoniere, si rompe il culo per pochi dollari, ma alla fine ritorna a casa e abbraccia la moglie e sua figlia. E non \u00e8 poco. Dana, che \u00e8 la moglie di Sammy, veniva a portarmi notizie della vecchia ogni settimana. E portava anche dei dolcetti davvero deliziosi. Una brava ragazza come ce ne sono poche in giro, buon per Sammy. Ho pianto, ho pianto dentro, io e la mia cella, ho pianto come non facevo da anni, da quando bambino scaraventato per terra mi ritrovavo pieno di graffi quando m\u2019andava bene. Ho pianto solo, solo come un cane senza la possibilit\u00e0 di portare su queste inutili spalle il feretro. Qualcun altro, dio sa chi, ha messo sulle sue la bara che custodiva quell\u2019esile corpo. Il corpo di mia madre. E loro niente, non mi potevano far uscire, niente. Da qui non si esce vivi dicono, me lo ripete il tizio con la voce sempre uguale e la faccia sempre pi\u00f9 giovane. Lo so, lo so che non si esce vivi, ma almeno per mia madre, povera donna, morta sola, accudita da buoni cristiani con suo figlio a marcire in galera. Buona donna. A James l\u2019ho raccontato, ho raccontato tutto, tranne che ho pianto, quello no, non ce la faccio. Anche James mi racconta la sua vita, un po\u2019 per volta, ogni notte quando spengono le luci e urlano a nanna canaglie, quando tutto si zittisce, iniziamo a sussurrare e parliamo ore ed ore, che al mattino non abbiamo nulla da fare. Ed io racconto della mia Selma e lui della sua Luise, io di Johnny e lui di Frankie. Cos\u00ec, ci distraiamo. L\u2019altro giorno m\u2019ha prestato un libro di un filosofo. Difficile, difficile davvero. Per fortuna so leggere, un passatempo in pi\u00f9. Il libro si intitola aldil\u00e0 di qualcosa. Ed io penso sempre che parli di quello che ci sia aldil\u00e0 della sbarra. Parla strano questo tipo, questo filosofo, ho creduto subito che fosse pazzo e James me l\u2019ha confermato, \u00e8 morto pazzo. Nulla da fare diceva cose troppo strane. Come quella che il dolore e la sofferenza sono dei forti. Rendono nobili. Sar\u00e0, ma non ci vedo nulla di nobile nel marcire diec\u2019anni in prigione. Eppure mi piace, \u00e8 difficile ma mi piace. A James chiedo e lui mi spiega, con calma un po\u2019 alla volta. \u00c8 colto, ha studiato e letto molti libri. Ah povera vecchia Ma\u2019 come aveva ragione ad inseguirmi per le strade per portarmi a tutti i costi a scuola, ero troppo piccolo e non capivo, troppo fuori di testa per capire, e adesso \u00e8 tardi, tardi per tutto. Eppure James non la pensa cos\u00ec, dice che devo capire il mio tempo e sfruttarlo. Cos\u00ec leggo, almeno il tempo mio non lo capisco ugualmente ma di certo lo sfrutto, o cos\u00ec credo.<br \/>\nJames viene da Boston. Faceva l\u2019ispettore delle tasse, se la passava bene. In cella si chiede e non si chiede, pochi sono gli angeli rinchiusi, quasi tutti hanno fatto qualcosa, chi pi\u00f9 chi meno. James per i primi anni non mi diceva niente su questo, cio\u00e8 sul perch\u00e9, sul perch\u00e9 l\u2019avessero messo dentro. I suoi occhi per\u00f2 parevano voler parlare da un momento all\u2019altro. Ci incontravamo due volte a settimana nell\u2019atrio. L\u2019ora d\u2019aria era qualcosa di veramente particolare. Le prime volte l\u2019aspettavo con ansia, la volevo. Impazzivo per quella piccola passeggiata in un posto che non fosse la mia cella, che sempre prigione era. Ma diversa. Incontravo volti e facce diverse, e diversi occhi e specchi e sorrisi tagliati a met\u00e0, quasi spezzati dal tempo, immagini diverse dai fantasmi che mi perseguitavano la notte. Ascoltavo voci diverse dai lamenti che mi inseguivano nel disperato tentativo di prender sonno. Niente, pass\u00f2 il tempo e quei volti mi sembrarono inquietanti pi\u00f9 di quanto lo erano in realt\u00e0, poveri diavoli e nulla pi\u00f9, come me. Le voci erano diventate rumori in sottofondo sullo sfondo dei miei pensieri che mi allontanavano sempre pi\u00f9 da quel posto. Tutto andava a massa, quando ascolti troppo e troppo osservi \u00e8 come non sentir n\u00e9 veder pi\u00f9 nulla.<br \/>\nEd io ho visto e ascoltato troppo.<br \/>\nTutto \u00e8 uguale perch\u00e9 cos\u00ec diverso da te. A volte penso che l\u2019ideale sarebbe vivere in un piccolo mondo per poterlo apprezzare appieno, rischi se no di perderti ed \u00e8 quello che \u00e8 accaduto, in fondo, a tutti noi. Tutti noi. Calpestiamo queste luride mattonelle, chi in fila, chi andando a zonzo, chi gira intorno cercando qualcosa, qualcosa che rassomigli lontanamente alla libert\u00e0. Ma quella non si trova e cos\u00ec l\u2019immaginiamo, come accade nella vita reale. Io e James la nostra libert\u00e0 ce la costruiamo raccontandoci storie e fatterelli. Prima o poi James mi dir\u00e0 perch\u00e9 sta dentro, lo sento, prima o poi far\u00f2 lo stesso. Arriver\u00e0 il momento. Arriva sempre il momento per qualcosa. Ma\u2019 diceva sempre che tutto arriva per chi sa aspettare. Adesso mi sembra un dire saggio, ma allora quando sgroppavo per la strada mi dava fastidio, quel fare rassegnato, quell\u2019aspettare un segno dal cielo non lo sopportavo proprio. Io e il cielo non abbiamo avuto mai un ottimo rapporto. Lo guardavo si, eccome, da bambino, per strada, cercavo di scovare l\u2019arcobaleno, speravo nella giornata assolata e calda, danzavo affinch\u00e9 piovesse, questo si, come si fa da ragazzini. Ma non l\u2019ho mai guardato per cercare qualcosa che non vedevo. No, proprio no. Adesso non lo vedo eppure lo cerco. Certo che la vita \u00e8 proprio strana. James non \u00e8 molto cattolico, mi racconta che andava ogni domenica a messa con la moglie ma non gli piaceva, per\u00f2 spesso passiamo notti e notti a parlar di quello che non si vede n\u00e9 si sente, eppure come dice James si vede e si sente in tutte le cose che ci circondano. Io lo prendo in giro e gli dico che secondo me si fa le canne nella cella. E lui ride e ride che il secondino si alza dalla guardiola e incazzato come un toro viene a urlarci di dormire, che \u00e8 tardi. Ma lui non sa che non \u00e8 mai tardi davvero. Non sa. James spera molto e crede in cuor suo, crede in dio. Io no e lui mi spiega, e spiega ma io gli rispondo che non pu\u00f2 spiegare qualcosa che non c\u2019\u00e8. Puoi credere, ma credere non \u00e8 spiegare. Affatto. \u00c8 questo che penso. \u00c8 il mio pensiero ma a James non va gi\u00f9 e mi chiede in continuazione perch\u00e9 non credo. Una notte pensavo e ripensavo come spesso accade in cella e lui dal silenzio mi dice, \u00aballora oggi vecchio Joe crediamo o ancora siamo scettici?\u00bb ed io \u00abniente, come prima\u00bb e lui \u00abperch\u00e9? Dimmi perch\u00e9 almeno una volta\u00bb ed io non so come ma rimango zitto a pensare e mi rigiro nella mia branda scricchiolante per un po\u2019. Mi giro e mi rigiro nel silenzio con le ossa che stanche e acciaccate cigolano pi\u00f9 di un materasso in calore, poi sbotto in una risata senza senso, forte, incontenibile, non riesco a trattenermi proprio, che James senza alcun motivo mi viene dietro ancor pi\u00f9 forte. E il nostro amico guardiano ritorna a rimbrottarci, a minacciare l\u2019isolamento e se ne v\u00e0. Ritorna il silenzio ed io sussurro la mia risposta, quella per cui sono scoppiato a ridere e dico \u00abJames, ecco perch\u00e9, perch\u00e9 non pu\u00f2 esistere un dio che ci ha fatto questo\u00bb. E lui niente, in silenzio per tutta la notte, per quella notte non scambiammo una parola, una che sia stata una. Nossignore.<br \/>\nJames \u00e8 cos\u00ec, spesso si isola del tutto, si isola da me ed io ritorno ad essere solo. Passiamo giorni e giorni senza comunicare, niente, nemmeno un saluto, ne un \u201ccome v\u00e0?\u201d che in fondo sappiamo come pu\u00f2 andare, siamo sempre l\u00ec, fermi, intrappolati, in gabbia.<br \/>\nJames ha avuto un grande amore e non era sua moglie, me l\u2019ha confessato qualche tempo fa. Era una ragazza del sud, semplice e senza grilli per la testa. S\u2019incontrarono per caso, come tutto accade, quando James fu trasferito a lavorare in un piccolo ufficio distaccato dell\u2019erario gi\u00f9. Alice, si chiamava Alice e aveva due occhi, mi raccontava, grandi come due lune, due occhi dolci e malinconici, cos\u00ec. James mi assicura che era proprio bella. Lavorava dietro al bancone del bar della cittadina e serviva toast e hot dog e birra e whisky in gran quantit\u00e0 e tutti i passanti si fermavano apposta per vedere la ragazza dagli occhi di cielo. Era bella, lo credo, \u00e8 come se la vedessi. Le parole di James la descrivono come se fosse qui di fronte a me dentro questa cella oscura. Portava un cappellino che nascondeva i lunghi capelli castani. La prima volta che usc\u00ec con lei James rimase colpito, non immaginava avesse capelli cos\u00ec folti e lunghi, la prima volta che li accarezz\u00f2 rimase per non sa quanto tempo a tenerli tra le dita, toccandoli, erano morbidi, morbidi e soffici, come tutto il suo corpo. Aveva diciott\u2019anni e nessuno l\u2019aveva mai avuta prima. Lo fecero sulla sua berlina, di notte, d\u2019improvviso. Era un po\u2019 di tempo che la frequentava nell\u2019invidia di tutti quegli altri beoni che a malapena allungavano le mani per sfiorarle il culo. Una notte d\u2019estate finirono a parlare in fondo alla valle, la situazione era romantica, James la descrive come in un vero e proprio romanzo, come una scena dei film che si vedono al cinema, una di quelle scene in cui tutte le donne che guardano sospirano, sospirano quello che vorrebbero e mai hanno avuto, un po\u2019 d\u2019amore. Lo fecero tutta la notte. E ancora al mattino. Il torpore li nascose al mondo e la luce li svegli\u00f2 e li tir\u00f2 dentro. \u00c8 bello essere innamorati, amarsi l\u2019un l\u2019altro, ma non \u00e8 cosa da tutti e di tutti i giorni. \u00c8 cos\u00ec, lo so. Anch\u2019io ho avuto il mio amore. E l\u2019ho perso. Tutto ci\u00f2 che si ha, prima o poi, si perde. La penso cos\u00ec. Vedete la mia libert\u00e0, in fin dei conti l\u2019avevo, avevo un po\u2019 di libert\u00e0, bestemmiavo, questo si, eccome bestemmiavo, dalla mattina alla sera, mi chiamavano Joe l\u2019arcidiavolo per questo, bestemmiavo, ma lo facevo perch\u00e9 avevo la mia libert\u00e0. Piccola ma mia.<br \/>\nL\u2019avevo e l\u2019ho persa. Ecco. Cos\u00ec come ho perso Rose.<br \/>\nRose Wincott dall\u2019Alabama.<br \/>\nUna voce cos\u00ec dolce che a pensarci mi si tira su la pelle, e sento freddo, pi\u00f9 di quanto ne avverto normalmente, sento freddo perch\u00e9 \u00e8 triste rimanere soli per cos\u00ec tanto tempo. Che sono ormai vent\u2019anni. Vent\u2019anni in questa gattabuia. E Rose non so nemmeno dove cazzo sia andata a finire. \u00c8 stata il mio amore, ma evidentemente io non ero il suo.<br \/>\nVenne a trovarmi si e no una decina di volte dopo che mi richiusero. Le prime volte leggevo nei suoi occhi la pena, stava in pena per me e nel profondo del mio animo me ne compiacevo. Non c\u2019\u00e8 sensazione pi\u00f9 bella al mondo quando t\u2019accorgi che la persona che ami sta in pena per te. T\u2019ama anche lei. Eppure provava pena, forse le facevo pena nel senso peggiore, forse a pensarci bene era piet\u00e0 e non amore. Spesso amore e piet\u00e0 s\u2019in-trecciano, sovrapponendosi. Era piet\u00e0, adesso a distanza d\u2019anni l\u2019ammetto, una piet\u00e0 che col passare del tempo si tramut\u00f2 in disgusto, vedevo disgusto e insofferenza nei suoi occhi. E da l\u00ec a poco non venne pi\u00f9, scrisse qualche lettera, ed io risposi, poi nemmeno quello, nel giro di un anno eravamo su due dimensioni completamente diverse, io dentro lei fuori. Due mondi separati, destinati a non incontrarsi mai pi\u00f9. Sole e luna. Ed io la luna la guardavo a strisce. Triste eppure accade. Non dovrebbe ma accade.<br \/>\nRose era un tipetto. Allegra piena di vitalit\u00e0 e a letto non ne ho conosciuta una come lei. Faceva delle robe e dei giochetti da restarci secco. Una pantera. A vederla non si sarebbe mai detta una cosa cos\u00ec. Quando la conobbi non aveva che vent\u2019anni. Dolce e composta sembrava la timidezza fatta persona. Io gi\u00e0 andavo per i trenta ed ero conosciuto nel quartiere. Avevo conquistato la mia fetta di notoriet\u00e0 e di rispetto. Gi\u00e0 allora, ad appena trent\u2019anni, mi chiamavano vecchio Joe. Ero ben visto. Ero uno che si sapeva divertire, la notte era mia, vivevo di notte. E di giorno barcollavo, ancora saturo d\u2019alcol, per le strade del quartiere a raggranellare qualche spicciolo qua e l\u00e0. Mi davo da fare come potevo. Poi venne la malattia di Ma\u2019 e lavorai sul serio, notte e giorno, come un cane. Trasportavo di tutto da un capo all\u2019altro della citt\u00e0. Ero infaticabile. Attaccavo all\u2019alba e al tramonto ero ancora a cavallo di quella camionetta a tirar gi\u00f9 travi e mattoni. E Rose aspettava, docile e calma che poi si sarebbe scatenata a tarda notte. Ero davvero instancabile, dormivo appena due ore al giorno e per il resto fatica. Ebbi un collasso, ma non potevo fermarmi, due giorni in ospedale mi sembrarono infiniti, scappai quasi e ritornai a lavoro e dalla mia Rose. Parlavamo poco, non \u00e8 che avessimo cose da dirci. Le raccontavo dei tizi che conoscevo lungo i viaggi e lei dei pettegolezzi che scambiava con le amiche gi\u00f9 al bar. Di Lena che scopava con Sonny e roba del genere. Eravamo come sposati. Trascorsero cos\u00ec due anni e pi\u00f9. Poi senza un motivo preciso, almeno non lo ricordo tale, ci allontanammo per un po\u2019. Ritornai al mio lavoro giorno e notte senza nessuno che m\u2019allargasse le braccia e ristorasse la mia fatica. Ma dur\u00f2 poco, qualche mese e ritornammo insieme, fino al fatto del sabato al bowling.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">5. Confesso<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Confesso che ho ucciso un uomo. Ho ucciso la sua libert\u00e0. Non parla pi\u00f9, adesso non pensa pi\u00f9. No. Come ho fatto non ricordo bene ma credo d\u2019averlo massacrato, l\u2019ho ridotto proprio male. Come fecero a Johnny, si propri cos\u00ec. Eppure non ricordo bene. Tutto \u00e8 confuso. La notte mi sveglio d\u2019improvviso e non dormo pi\u00f9. Forse non ho mai dormito davvero. A casa mia, in guerra, da solo, per terra e adesso qui. Non ho mai dormito davvero. Non ho mai spento il mio spirito. Ho paura. Una paura fottuta di morire, di mollare il giorno, cos\u00ec, e lasciarlo a qualcun altro. Qualcuno cos\u00ec stupido da non capire quanto splenda. Si il giorno splende ed io lo vedo a righe, ancora per un po\u2019 che poi chiss\u00e0.<br \/>\nHanno fissato la data. A quanto pare hanno fissato la data.<br \/>\nIl prete verr\u00e0 oggi a darmi l\u2019ultimo saluto. Il commiato da questa terra. Giunger\u00e0 dolente, lo immagino gi\u00e0. Dolente per un figlio che abbandona la creazione e si ricongiunger\u00e0 a lui. Baster\u00e0 pentirsi. Ma io non ho nulla di cui pentirmi. Non ricordo d\u2019aver fatto nulla eppure il giudice ha parlato. Ho ucciso un uomo. Il suo nome risuona tra i miei pensieri scandito dal procuratore che inveiva come un cane rabbioso su di me. E gli occhi della gente, quegli stramaledetti occhi, che li prenda il diavolo, quegli occhi indagatori e intriganti, voraci e mai sazi della mia angoscia, del mio dolore, del mio destino.<br \/>\nChe il destino d\u2019ogni uomo \u00e8 dolore. Ne sono convinto.<br \/>\nSi cari miei. Sono trent\u2019anni e pi\u00f9 che gett\u00f2 queste mie memorie, per quel che viene. \u00c8 come vivere i miei giorni, un\u2019altra volta ancora. Sbagliare e sorridere, amare e piangere, una volta ancora. Fottuta paura. Bestemmio al vento mentre l\u2019uomo col camice nero m\u2019imbavaglia il pensiero e m\u2019affida nelle mani di dio. Nelle mani di chi m\u2019ha fatto questo. E dalle sue mani sono nate le mie mani, e da queste mani, dalle mani di uno sporco negro, dalle mani sudate e graffiate da un lavoro infame \u00e8 sgorgato il sangue di un uomo. Eppure non ne ricordo il nome, il volto, la voce. Ogni nome che ho sentito, ogni volto che ho incontrato e ogni voce che ho ascoltato, qualsiasi cosa abbia in me mi dice che ho ucciso. Il mondo indica me come colpevole e infamia, disgrazia e urla giustizia.<br \/>\nIl carnefice s\u2019inginocchia a me. Ormai credo d\u2019essere in pieno delirio. Non ho pi\u00f9 un nome, non m\u2019importa n\u00e9 mi serve. I morti non hanno nome, ai vermi non serve.<br \/>\nCorpo in putrefazione e silenzio.<br \/>\nDieci palmi sotto terra.<br \/>\nIl sudore mi inonda la camicia, tremo e non riesco a controllarmi eppure sapevo che il momento sarebbe arrivato.<br \/>\nSono trent\u2019anni che aspetto.<br \/>\nAspetto da una vita.<br \/>\nUna vita intera.<br \/>\nE forse allora sono morto, morto davvero.<br \/>\nHo ucciso quell\u2019uomo, ho ucciso me stesso.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">(Pubblicato per la prima volta nella raccolta &#8220;Lost Highway Motel &#8211; Strade Perdute &#8211; Edito da Cut-Up, Edizioni, La Spezia, 2004)<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>A quanto pare hanno fissato la data. Una zanzara ronza attorno alla mia testa, pi\u00f9 e pi\u00f9 volte ha tentato di infilarsi nel mio orecchio destro, ma invano. Adesso s\u2019\u00e8 appiccicata al muro, accanto allo scarabocchio senza senso che qualche matto come me ha disegnato per disperazione tempo addietro. Cerco un giornale per spiaccicarla, niente, nemmeno uno straccio di fumetto porno, soltanto della carta igienica sudicia. C\u2019\u00e8 un caldo d\u2019inferno, qualcuno sbraita e mi sento stretto, stretto come una sardina inzuppata d\u2019olio. A quanto pare hanno fissato la data, credo proprio di si. Domani inizier\u00e0 il processo. Spero bene. Il mio avvocato non \u00e8 che sembri granch\u00e9. Me l\u2019hanno assegnato d\u2019ufficio. Che farci? Un tipetto goffo, impacciato, spaesato, eppure nella mente e nelle parole di quel tipetto io rimetto il mio debito con la societ\u00e0 e il mio destino. S\u2019\u00e8 presentato gentilmente, non c\u2019\u00e8 che dire, entra con passo insicuro nella saletta visite facendo un cenno d\u2019intesa alla guardia, posa la sua ventiquattrore sul tavolino e tira fuori una serie di scartoffie, un blocco, e dalla giacca color giallo ocra una penna. Si siede, mi fissa per un po\u2019 e poi inizia la sua arringa. 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