{"id":5331,"date":"2021-09-06T18:29:29","date_gmt":"2021-09-06T16:29:29","guid":{"rendered":"http:\/\/www.massimilianocitta.it\/blog\/?p=5331"},"modified":"2021-09-06T18:29:29","modified_gmt":"2021-09-06T16:29:29","slug":"lingombro","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.massimilianocitta.it\/blog\/lingombro\/","title":{"rendered":"L&#8217;ingombro"},"content":{"rendered":"<p style=\"text-align: justify;\"><a href=\"http:\/\/www.massimilianocitta.it\/blog\/wp-content\/uploads\/2021\/09\/pistola.jpg\"><img decoding=\"async\" class=\"wp-image-5332 aligncenter\" src=\"http:\/\/www.massimilianocitta.it\/blog\/wp-content\/uploads\/2021\/09\/pistola.jpg\" alt=\"\" width=\"277\" height=\"295\" srcset=\"https:\/\/www.massimilianocitta.it\/blog\/wp-content\/uploads\/2021\/09\/pistola.jpg 1126w, https:\/\/www.massimilianocitta.it\/blog\/wp-content\/uploads\/2021\/09\/pistola-282x300.jpg 282w, https:\/\/www.massimilianocitta.it\/blog\/wp-content\/uploads\/2021\/09\/pistola-961x1024.jpg 961w, https:\/\/www.massimilianocitta.it\/blog\/wp-content\/uploads\/2021\/09\/pistola-768x818.jpg 768w\" sizes=\"(max-width: 277px) 100vw, 277px\" \/><\/a><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Nen\u00e8 provava fastidio. Una sensazione strisciante, di quelle che permea ogni fibra del corpo e disturba la giornata ma non sai dire. L\u2019aveva avvertito, quel fastidio, fin dal primo mattino.<br \/>\nFermo a scrutarsi davanti al solito specchio, antico retaggio familiare dall\u2019improbabile forma, che restituiva agli occhi uno sguardo sognante. Si faceva la barba e avvertiva un fastidio, sordo.<br \/>\nSi faceva la barba Nen\u00e8. Anche se non ce n\u2019era di bisogno &#8211; aveva una crescita lentissima &#8211; doveva radersi, fino a graffiarsi talvolta, ma non usciva di casa senza farlo.<br \/>\nAveva compiuto il rito, con quel fastidio dentro, da imprecarci su fino a fargli sputare un nome, ma non c\u2019era verso di saperne di pi\u00f9.<br \/>\nSi muoveva fiacco entro l\u2019arco dei pochi passi che il vecchio bilocale preso in affitto anni addietro gli permetteva di fare.<br \/>\nTalvolta ritornava indietro, conscio d\u2019aver qualcosa da prendere o posare, ma osservandosi a fondo le mani, quasi fosse un dermatologo, non si ritrovava nulla.<br \/>\nE cos\u00ec andava.<br \/>\nCerte volte spingeva sulle punte, sollevando lo sguardo oltre la chioma dell\u2019aranceto che nascondeva in parte la via sottostante. Rimaneva in una bizzarra posa, da ballerino sciancato, a schivare le fronde, per cercar di capire meglio, di vederci pi\u00f9 chiaro. Era in guardia, come in attesa che qualcuno dovesse apparire dall\u2019angolo, diretto verso il portoncino di casa, ma la gente, o meglio quello che della gente riusciva ad intravedere, tirava dritto, senza neppure prendersi la briga d\u2019alzare lo sguardo oltre l\u2019orizzonte del proprio cammino.<br \/>\nPoco male, avrebbe incontrato una fronte perlata e due occhi quasi fuori dalle orbite tesi per mettere a fuoco il panorama circostante.<br \/>\nRilassava i tendini, e scivolava sulla terra, scalzo sul pavimento fresco. Nuovamente in equilibrio.<br \/>\nNen\u00e8 provava fastidio.<br \/>\nC\u2019era un ingombro, un ingombro che non avrebbe saputo dire. Lo scorgeva presente tra un pensiero e l\u2019altro, tra una voce e l\u2019altra, gli pulsava tra le tempie degli impegni di quel mattino e lo seguiva lungo il filo del cammino che la casa pareva segnargli sulle cementine erose dall\u2019incedere solitario.<br \/>\nFin\u00ec per vestirsi alla meglio, senza badare a cosa indossare.<br \/>\nPrese gli abiti lasciati qualche sera prima sulla spalliera della sedia del bagno, stropicciati, umidi. Se n\u2019erano rimasti silenziosi per un po\u2019, fino ad assumere l\u2019aspetto di chi ti scruta e sa bene quale sia quell\u2019ingombro che ti porti dentro.<br \/>\nMa non parlano.<br \/>\nL\u2019indoss\u00f2, sbagliando pi\u00f9 volte ad inserire la cintura nel passante di schiena, fino a lasciarsi andare esausto sul letto disfatto. Imprec\u00f2, ad alta voce, che qualcuno lo sentisse. Ma qualcuno non c\u2019era nel raggio di un centinaio di metri. Nessuno avrebbe potuto notare quella curiosa imprecazione priva di senso.<br \/>\nRiusc\u00ec ad indossare le scarpe, inciampando sulle ciabatte lasciate alla rinfusa, ma non cadde.<br \/>\nE ne sorrise, amaramente.<br \/>\nEra in ritardo, pensava d\u2019esserlo, in molte occasioni, anche se non era ricercato da nessuno.<br \/>\nIl lavoro, quella specie di lavoro che lo teneva a galla ancora non si caratterizzava per la richiesta d\u2019efficienza e puntualit\u00e0. Caratteri, del resto, che Nen\u00e8 non avrebbe mai potuto garantire per indole.<br \/>\nSi guard\u00f2 un\u2019ultima volta allo specchio, dubbioso. Il volto stanco, sebbene quella notte avesse riposato discretamente come poche volte gli accadeva. C\u2019era un ingombro sul suo viso, l\u2019inarcatura delle sopracciglia creava uno scompenso sulla fronte regolare che tanto riusciva ad attrarre, eppure un buco in pieno volto lo avvertiva anche lo specchio.<br \/>\nMa non parlava.<br \/>\nAlla fine assecond\u00f2 il bislacco pensiero di una settimana prima e dopo avere indossato l\u2019amata giacca senape cui s\u2019accompagnava anche quando il tempo non ne richiedeva l\u2019utilizzo, fin\u00ec per aprire il cassetto del com\u00f2. Rovist\u00f2 com\u2019era bravo a fare in quelle occasioni. Prese il vecchio contenitore di legno, regalia del padre, uno dei pochi oggetti che era riuscito a strappare all\u2019oblio di luoghi mai pi\u00f9 frequentati del suo passato. L\u2019apr\u00ec, osserv\u00f2 il lampo brillante e se lo ficc\u00f2 in tasca.<br \/>\nUsc\u00ec mentre il bus delle 12 tronfiamente gli tagliava la strada, scodinzolando da un asse all\u2019altro, sempre pi\u00f9 in bilico sul selciato sconnesso.<br \/>\nToss\u00ec in maniera nervosa, a scacciare l\u2019aria sporca smossa dal mezzo fumante.<br \/>\nL\u2019ingombro sui suoi passi.<br \/>\nEra l\u00ec. L\u00ec, tra la mano destra e l\u2019anca, tra le asole di un respiro affannato che s\u2019allargavano e restringevano a cadenza scostante inseguendo il petto ansante. Stava l\u00ec, quell\u2019ingombro, tra l\u2019incedere dubbioso di passi gettati sull\u2019asfalto, alla rinfusa, come cicche da abbandonare.<br \/>\nEppure andava. Continuava.<br \/>\nFino a fermarsi. Scuotendo il capo infastidito, voltandosi, cercando lungo la scia del cammino una traccia per cui valesse la pena ritornare, o magari continuare.<br \/>\nNen\u00e8 era agitato.<br \/>\nTir\u00f2 su il borsello, a rovistare, dentro la tasca esterna, la solita. Quella in cui finiva per metterci tutto, insieme. Quella per cui finiva a maledirsi per ogni volta che cercava le chiavi dell\u2019auto, o di casa, o le monetine per pagare il casello, o come in questo caso le sigarette.<br \/>\nLe sigarette, s\u00ec.<br \/>\nLe aveva, le teneva dentro, nel fondo. Anche se spesso diceva di non fumare. Eppure fumava, e per questo le cercava.<br \/>\nRovistando.<br \/>\nRovistava, com\u2019era solito, da una vita.<br \/>\nDapprima aveva iniziato a farlo lungo le pieghe della pelle lucida e diafana di zia Adelaide, la giovane sorella del padre, che aveva fin da adolescente acceso fantasie ed energie notturne.<br \/>\nRagazzona dal sorriso gentile Adelaide e un seno che non riusciva a nascondere sotto le falde delle sue vestaglie, che seppur abbondanti nulla potevano contro la foga di quella giovinezza che veniva fuori all\u2019improvviso in maniera esplosiva.<br \/>\nEra cos\u00ec che andavano le cose, esplodevano, dentro e fuori, come impar\u00f2 per caso, senza neppure volerlo, un pomeriggio d\u2019estate.<br \/>\nIl sole in guardia, ringhiante, avvisava di non provare neppure a mettere il naso oltre la porta scricchiolante d\u2019assi e ferro. Quel pomeriggio in cui s\u2019annaspava col naso all\u2019ins\u00f9 alla disperata ricerca di un refolo d\u2019aria, nella campagna amata di scorribande e smarrimenti, fin\u00ec per ritrovarsi a fare il riposino accanto alla tenera Adelaide che, scostandosi di lato per sorridere meglio nel sonno, fin\u00ec col porgergli l\u2019infinito seno sinistro sulle gote, frementi, incapaci di alcunch\u00e9, mentre il sangue affluiva e la vita esplodeva.<br \/>\nFu in quell\u2019occasione che cap\u00ec quanto rovistare non sia poi cos\u00ec malvagio. Poi venne la vita a mostrargli le pieghe profonde, meno candide e morbide di quelle di Adelaide, pi\u00f9 torbide e pericolose.<br \/>\nCos\u00ec inizi\u00f2 a rovistarsi dentro. E da l\u00ec nacque una serie di problemi, che accavallatasi, giorno dopo giorno, aveva avuto il piacere di completare la sua vita.<br \/>\nEra solito dire e dirsi: \u201cl\u2019esistenza \u00e8 la somma delle nostre scelte, spesso dei nostri errori\u201d.<br \/>\nE di errori, a suo modo, ne aveva commessi fin troppi.<br \/>\nDa quando rifiut\u00f2 il romantico amore della figlia dei vicini di casa della nonna. Una ragazzetta niente male, che portava in dote la bellezza di una capigliatura infinita, cos\u00ec come la propriet\u00e0 dei genitori, che si estendeva fin oltre la valle, a perdersi nella vertigine di uno sguardo.<br \/>\nContinu\u00f2 balzando come un felino tra una scuola e l\u2019altra, alla ricerca della sua giusta dimensione, una collocazione che avrebbe dovuto tenerlo ben saldo alla vita. Ma quel chiodo non arriv\u00f2 mai, non giunse la radice ad ancorarlo per terra. Rimase sospeso, a pochi centimetri dal suolo.<br \/>\nRovistando.<br \/>\nFu in uno dei suoi celebri balzi scolastici che conobbe Saveria, e se ne innamor\u00f2 nel profondo, da farci pure un figlio.<br \/>\nQualcuno disse, era ora, aveva trovato l\u2019approdo al suo vagare, qualcuno sorrise, beffardo, altri nel paesino pensarono che era l\u2019occasione giusta per mettere testa a partito, altri ancora, pi\u00f9 consapevoli, finirono per compatire la piccola Saveria e il piccolissimo Nino.<br \/>\nNon dur\u00f2 che qualche stagione, sette per l\u2019esattezza. Neppure due anni, che Nino ebbe la bella pensata d\u2019affacciarsi in punta di piedi sul bordo del pozzo lasciato scoperto dalla pesante lastra di ferro da nonno Lino. E si trattenne cos\u00ec bene Nino, oltre il limite delle sue paffute gambette, da precipitarci dentro quell\u2019oblio, dal quale fu tirato fuori dopo un giorno pieno di disperate ricerche.<br \/>\nMa gi\u00e0 allora lui non c\u2019era. Partito qualche sera prima per l\u2019allettante proposta d\u2019un lavoro facile, facile da fare, da perdersi e da rimetterci.<br \/>\nRitorn\u00f2 troppo tardi, anche se la valle ripeteva ancora l\u2019eco del dolore di un intero paese distratto che aveva perduto un pargoletto.<br \/>\nEppure, Nino, quel figlio, era il suo, non d\u2019altri. Suo e di Saveria, e mentre tutti, gli altri, piangevano, imprecavano e si lamentavano, Nen\u00e9 se ne restava seduto, a dondolarsi sulla sedia.<br \/>\nNon l\u2019aveva previsto, come molte delle cose accadute nella sua vita, Nen\u00e9 non aveva previsto tutto quel dolore n\u00e9 che potesse avvertirlo cos\u00ec vivamente. Ogni istante, presente e pressante, come un ago che non lascia scampo e continua a strisciare a fondo, lungo tutta la superficie della pelle. Questo avvertiva Nen\u00e9, d\u2019essere squarciato.<br \/>\nSquarciato dal destino.<br \/>\nRimasero fermi, talvolta dondolanti, per un tempo indefinito, Nen\u00e8 e Saveria, ombre di due bei giovani, cos\u00ec come lo erano stati fino a qualche settimana addietro.<br \/>\nPoi, Saveria si spense, o almeno cos\u00ec fu che si spensero le sue connessioni neuronali. Fin\u00ec con l\u2019impazzire, nel gesto e nella parola. Inconcludente, fuori da ogni logica, si muoveva tra le stanze della casa paterna.<br \/>\nI genitori di lei li avevano accolti, cercando con le loro vecchie ma robuste braccia di poter assorbire parte di quell\u2019immane dolore, ma fu vano ogni tentativo.<br \/>\nPersero del tutto la figlia, nonostante fosse rimasta davanti ai loro occhi. Ormai prigioniera di un esaurimento progressivamente devastante. Persero il genero, fuori dalla portata dei loro occhi. Il genero che aveva dondolato per tutti quei mesi fin\u00ec per allontanarsi da casa, come accade per gli animali morenti, che sanno d\u2019esserlo, e vanno a spegnarsi altrove.<br \/>\nMa Nen\u00e8 non mor\u00ec, n\u00e9 segu\u00ec Saveria lungo il viaggio della follia che l\u2019aveva accolta. Nen\u00e8 ebbe la forza di sopravvivere, di sopravviversi. Smarrendo qualsiasi ambizione di esistenza, qualsiasi parvenza di dignit\u00e0, decise di restarsene al mondo, sospeso. Smise perfino di rovistare, cosa che gli era riuscita fino a non molto tempo prima.<br \/>\nSi abbandon\u00f2 all\u2019orizzonte degli eventi. Che gli eventi, come avevano deciso per lui, continuassero a fare. Fino al prossimo e rinnovato schiaffo del destino, o incedente, o incontro che riuscisse a spingerne i passi verso un\u2019altra direzione.<br \/>\nMinuti, ore, giorni, settimane, mesi.<br \/>\nTempo che s\u2019avvicenda sulle spalle di Nen\u00e8, e ne appesantisce il passo e la voglia. Di sopravviversi.<br \/>\nCon quell\u2019ingombro dentro e sul fianco, zavorra di ogni possibile scelta.<br \/>\nEppure di anni ne sono trascorsi dalla morte del bambino. Quindici se non sbaglia, ma ogni volont\u00e0 di sopravviversi paga il prezzo di una porzione di memoria da cancellare, per non finire alla maniera di Saveria. Cos\u00ec Nen\u00e8 cancella e continua a farlo.<br \/>\nCancella memorie e parti di s\u00e9.<br \/>\nE di quello scrive.<br \/>\nCerte volte segna pagine e pagine, come in una forsennata corsa, una disperata fuga. Da ci\u00f2 che \u00e8 stato, da quello che potrebbe essere ancora. Scrive, e sopravvive alla memoria. Rovista, in modo differente, lo fa ricercando nel passato un passato diverso, cos\u00ec che possa venirgli davanti agli occhi sotto forma di un presente migliore, senza quello strascico, senza lo squarcio vivo di un dolore impossibile da rimarginare.<br \/>\nLambito dall\u2019idea di cambiarsi i connotati, come estrema ratio di cancellazione d\u2019ogni riferimento. Per non scorgersi cos\u00ec simile alla consapevolezza che ha di s\u00e9 davanti all\u2019unico interlocutore che gli \u00e8 rimasto fedele nel tempo: il foglio bianco.<br \/>\n&#8230; e quell\u2019ingombro che tiene tra le mani, come gesto e azione in divenire, per quel nuovo che doveva avanzare dentro e fuori.<br \/>\nGiunge le mani, in un ultima roboante preghiera. Punta a s\u00e9 quell\u2019arnese metallico, ancora luccicante nonostante gli anni. Con un leggero gesto d\u2019esitazione, l\u2019ultimo segno di una vita indolente, preme il grilletto con i due pollici incrociati.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Nen\u00e8 provava fastidio. Una sensazione strisciante, di quelle che permea ogni fibra del corpo e disturba la giornata ma non sai dire. L\u2019aveva avvertito, quel fastidio, fin dal primo mattino. Fermo a scrutarsi davanti al solito specchio, antico retaggio familiare dall\u2019improbabile forma, che restituiva agli occhi uno sguardo sognante. Si faceva la barba e avvertiva un fastidio, sordo. Si faceva la barba Nen\u00e8. Anche se non ce n\u2019era di bisogno &#8211; aveva una crescita lentissima &#8211; doveva radersi, fino a graffiarsi talvolta, ma non usciva di casa senza farlo. Aveva compiuto il rito, con quel fastidio dentro, da imprecarci su fino a fargli sputare un nome, ma non c\u2019era verso di saperne di pi\u00f9. Si muoveva fiacco entro l\u2019arco dei pochi passi che il vecchio bilocale preso in affitto anni addietro gli permetteva di fare. Talvolta ritornava indietro, conscio d\u2019aver qualcosa da prendere o posare, ma osservandosi a fondo le mani, quasi fosse un dermatologo, non si ritrovava nulla. E cos\u00ec andava. Certe volte spingeva sulle punte, sollevando lo sguardo oltre la chioma dell\u2019aranceto che nascondeva in parte la via sottostante. Rimaneva in una bizzarra posa, da ballerino sciancato, a schivare le fronde, per cercar di capire meglio, di vederci pi\u00f9 chiaro. Era in guardia, come in attesa che qualcuno dovesse apparire dall\u2019angolo, diretto verso il portoncino di casa, ma la gente, o meglio quello che della gente riusciva ad intravedere, tirava dritto, senza neppure prendersi la briga d\u2019alzare lo sguardo oltre l\u2019orizzonte del proprio cammino. Poco male, avrebbe incontrato una fronte perlata e due occhi quasi fuori dalle orbite tesi per mettere a fuoco il panorama circostante. Rilassava i tendini, e scivolava sulla terra, scalzo sul pavimento fresco. Nuovamente in equilibrio. Nen\u00e8 provava fastidio. C\u2019era un ingombro, un ingombro che non avrebbe saputo dire. Lo scorgeva presente tra un pensiero e l\u2019altro, tra una voce e l\u2019altra, gli pulsava tra le tempie degli impegni di quel mattino e lo seguiva lungo il filo del cammino che la casa pareva segnargli sulle cementine erose dall\u2019incedere solitario. Fin\u00ec per vestirsi alla meglio, senza badare a cosa indossare. Prese gli abiti lasciati qualche sera prima sulla spalliera della sedia del bagno, stropicciati, umidi. Se n\u2019erano rimasti silenziosi per un po\u2019, fino ad assumere l\u2019aspetto di chi ti scruta e sa bene quale sia quell\u2019ingombro che ti porti dentro. Ma non parlano. L\u2019indoss\u00f2, sbagliando pi\u00f9 volte ad inserire la cintura nel passante di schiena, fino a lasciarsi andare esausto sul letto disfatto. Imprec\u00f2, ad alta voce, che qualcuno lo sentisse. Ma qualcuno non c\u2019era nel raggio di un centinaio di metri. Nessuno avrebbe potuto notare quella curiosa imprecazione priva di senso. Riusc\u00ec ad indossare le scarpe, inciampando sulle ciabatte lasciate alla rinfusa, ma non cadde. E ne sorrise, amaramente. Era in ritardo, pensava d\u2019esserlo, in molte occasioni, anche se non era ricercato da nessuno. Il lavoro, quella specie di lavoro che lo teneva a galla ancora non si caratterizzava per la richiesta d\u2019efficienza e puntualit\u00e0. Caratteri, del resto, che Nen\u00e8 non avrebbe mai potuto garantire per indole. Si guard\u00f2 un\u2019ultima volta allo specchio, dubbioso. Il volto stanco, sebbene quella notte avesse riposato discretamente come poche volte gli accadeva. C\u2019era un ingombro sul suo viso, l\u2019inarcatura delle sopracciglia creava uno scompenso sulla fronte regolare che tanto riusciva ad attrarre, eppure un buco in pieno volto lo avvertiva anche lo specchio. Ma non parlava. Alla fine assecond\u00f2 il bislacco pensiero di una settimana prima e dopo avere indossato l\u2019amata giacca senape cui s\u2019accompagnava anche quando il tempo non ne richiedeva l\u2019utilizzo, fin\u00ec per aprire il cassetto del com\u00f2. Rovist\u00f2 com\u2019era bravo a fare in quelle occasioni. Prese il vecchio contenitore di legno, regalia del padre, uno dei pochi oggetti che era riuscito a strappare all\u2019oblio di luoghi mai pi\u00f9 frequentati del suo passato. L\u2019apr\u00ec, osserv\u00f2 il lampo brillante e se lo ficc\u00f2 in tasca. Usc\u00ec mentre il bus delle 12 tronfiamente gli tagliava la strada, scodinzolando da un asse all\u2019altro, sempre pi\u00f9 in bilico sul selciato sconnesso. Toss\u00ec in maniera nervosa, a scacciare l\u2019aria sporca smossa dal mezzo fumante. L\u2019ingombro sui suoi passi. Era l\u00ec. L\u00ec, tra la mano destra e l\u2019anca, tra le asole di un respiro affannato che s\u2019allargavano e restringevano a cadenza scostante inseguendo il petto ansante. Stava l\u00ec, quell\u2019ingombro, tra l\u2019incedere dubbioso di passi gettati sull\u2019asfalto, alla rinfusa, come cicche da abbandonare. Eppure andava. Continuava. Fino a fermarsi. Scuotendo il capo infastidito, voltandosi, cercando lungo la scia del cammino una traccia per cui valesse la pena ritornare, o magari continuare. Nen\u00e8 era agitato. Tir\u00f2 su il borsello, a rovistare, dentro la tasca esterna, la solita. Quella in cui finiva per metterci tutto, insieme. Quella per cui finiva a maledirsi per ogni volta che cercava le chiavi dell\u2019auto, o di casa, o le monetine per pagare il casello, o come in questo caso le sigarette. Le sigarette, s\u00ec. Le aveva, le teneva dentro, nel fondo. Anche se spesso diceva di non fumare. Eppure fumava, e per questo le cercava. Rovistando. Rovistava, com\u2019era solito, da una vita. Dapprima aveva iniziato a farlo lungo le pieghe della pelle lucida e diafana di zia Adelaide, la giovane sorella del padre, che aveva fin da adolescente acceso fantasie ed energie notturne. Ragazzona dal sorriso gentile Adelaide e un seno che non riusciva a nascondere sotto le falde delle sue vestaglie, che seppur abbondanti nulla potevano contro la foga di quella giovinezza che veniva fuori all\u2019improvviso in maniera esplosiva. Era cos\u00ec che andavano le cose, esplodevano, dentro e fuori, come impar\u00f2 per caso, senza neppure volerlo, un pomeriggio d\u2019estate. Il sole in guardia, ringhiante, avvisava di non provare neppure a mettere il naso oltre la porta scricchiolante d\u2019assi e ferro. Quel pomeriggio in cui s\u2019annaspava col naso all\u2019ins\u00f9 alla disperata ricerca di un refolo d\u2019aria, nella campagna amata di scorribande e smarrimenti, fin\u00ec per ritrovarsi a fare il riposino accanto alla tenera Adelaide che, scostandosi di lato per sorridere meglio nel sonno, fin\u00ec col porgergli l\u2019infinito seno sinistro sulle gote, frementi, incapaci di alcunch\u00e9, mentre il sangue affluiva e la vita esplodeva. Fu in quell\u2019occasione che cap\u00ec quanto rovistare non sia poi cos\u00ec malvagio. Poi venne la vita a mostrargli le pieghe profonde, meno candide e morbide di quelle di Adelaide, pi\u00f9 torbide e pericolose. Cos\u00ec inizi\u00f2 a rovistarsi dentro. E da l\u00ec nacque una serie di problemi, che accavallatasi, giorno dopo giorno, aveva avuto il piacere di completare la sua vita. Era solito dire e dirsi: \u201cl\u2019esistenza \u00e8 la somma delle nostre scelte, spesso dei nostri errori\u201d. E di errori, a suo modo, ne aveva commessi fin troppi. Da quando rifiut\u00f2 il romantico amore della figlia dei vicini di casa della nonna. Una ragazzetta niente male, che portava in dote la bellezza di una capigliatura infinita, cos\u00ec come la propriet\u00e0 dei genitori, che si estendeva fin oltre la valle, a perdersi nella vertigine di uno sguardo. Continu\u00f2 balzando come un felino tra una scuola e l\u2019altra, alla ricerca della sua giusta dimensione, una collocazione che avrebbe dovuto tenerlo ben saldo alla vita. Ma quel chiodo non arriv\u00f2 mai, non giunse la radice ad ancorarlo per terra. Rimase sospeso, a pochi centimetri dal suolo. Rovistando. Fu in uno dei suoi celebri balzi scolastici che conobbe Saveria, e se ne innamor\u00f2 nel profondo, da farci pure un figlio. Qualcuno disse, era ora, aveva trovato l\u2019approdo al suo vagare, qualcuno sorrise, beffardo, altri nel paesino pensarono che era l\u2019occasione giusta per mettere testa a partito, altri ancora, pi\u00f9 consapevoli, finirono per compatire la piccola Saveria e il piccolissimo Nino. Non dur\u00f2 che qualche stagione, sette per l\u2019esattezza. Neppure due anni, che Nino ebbe la bella pensata d\u2019affacciarsi in punta di piedi sul bordo del pozzo lasciato scoperto dalla pesante lastra di ferro da nonno Lino. E si trattenne cos\u00ec bene Nino, oltre il limite delle sue paffute gambette, da precipitarci dentro quell\u2019oblio, dal quale fu tirato fuori dopo un giorno pieno di disperate ricerche. Ma gi\u00e0 allora lui non c\u2019era. Partito qualche sera prima per l\u2019allettante proposta d\u2019un lavoro facile, facile da fare, da perdersi e da rimetterci. Ritorn\u00f2 troppo tardi, anche se la valle ripeteva ancora l\u2019eco del dolore di un intero paese distratto che aveva perduto un pargoletto. Eppure, Nino, quel figlio, era il suo, non d\u2019altri. Suo e di Saveria, e mentre tutti, gli altri, piangevano, imprecavano e si lamentavano, Nen\u00e9 se ne restava seduto, a dondolarsi sulla sedia. Non l\u2019aveva previsto, come molte delle cose accadute nella sua vita, Nen\u00e9 non aveva previsto tutto quel dolore n\u00e9 che potesse avvertirlo cos\u00ec vivamente. Ogni istante, presente e pressante, come un ago che non lascia scampo e continua a strisciare a fondo, lungo tutta la superficie della pelle. Questo avvertiva Nen\u00e9, d\u2019essere squarciato. Squarciato dal destino. Rimasero fermi, talvolta dondolanti, per un tempo indefinito, Nen\u00e8 e Saveria, ombre di due bei giovani, cos\u00ec come lo erano stati fino a qualche settimana addietro. Poi, Saveria si spense, o almeno cos\u00ec fu che si spensero le sue connessioni neuronali. Fin\u00ec con l\u2019impazzire, nel gesto e nella parola. Inconcludente, fuori da ogni logica, si muoveva tra le stanze della casa paterna. I genitori di lei li avevano accolti, cercando con le loro vecchie ma robuste braccia di poter assorbire parte di quell\u2019immane dolore, ma fu vano ogni tentativo. Persero del tutto la figlia, nonostante fosse rimasta davanti ai loro occhi. Ormai prigioniera di un esaurimento progressivamente devastante. Persero il genero, fuori dalla portata dei loro occhi. Il genero che aveva dondolato per tutti quei mesi fin\u00ec per allontanarsi da casa, come accade per gli animali morenti, che sanno d\u2019esserlo, e vanno a spegnarsi altrove. Ma Nen\u00e8 non mor\u00ec, n\u00e9 segu\u00ec Saveria lungo il viaggio della follia che l\u2019aveva accolta. Nen\u00e8 ebbe la forza di sopravvivere, di sopravviversi. Smarrendo qualsiasi ambizione di esistenza, qualsiasi parvenza di dignit\u00e0, decise di restarsene al mondo, sospeso. Smise perfino di rovistare, cosa che gli era riuscita fino a non molto tempo prima. Si abbandon\u00f2 all\u2019orizzonte degli eventi. Che gli eventi, come avevano deciso per lui, continuassero a fare. Fino al prossimo e rinnovato schiaffo del destino, o incedente, o incontro che riuscisse a spingerne i passi verso un\u2019altra direzione. Minuti, ore, giorni, settimane, mesi. Tempo che s\u2019avvicenda sulle spalle di Nen\u00e8, e ne appesantisce il passo e la voglia. Di sopravviversi. Con quell\u2019ingombro dentro e sul fianco, zavorra di ogni possibile scelta. Eppure di anni ne sono trascorsi dalla morte del bambino. Quindici se non sbaglia, ma ogni volont\u00e0 di sopravviversi paga il prezzo di una porzione di memoria da cancellare, per non finire alla maniera di Saveria. Cos\u00ec Nen\u00e8 cancella e continua a farlo. Cancella memorie e parti di s\u00e9. E di quello scrive. Certe volte segna pagine e pagine, come in una forsennata corsa, una disperata fuga. Da ci\u00f2 che \u00e8 stato, da quello che potrebbe essere ancora. Scrive, e sopravvive alla memoria. Rovista, in modo differente, lo fa ricercando nel passato un passato diverso, cos\u00ec che possa venirgli davanti agli occhi sotto forma di un presente migliore, senza quello strascico, senza lo squarcio vivo di un dolore impossibile da rimarginare. Lambito dall\u2019idea di cambiarsi i connotati, come estrema ratio di cancellazione d\u2019ogni riferimento. Per non scorgersi cos\u00ec simile alla consapevolezza che ha di s\u00e9 davanti all\u2019unico interlocutore che gli \u00e8 rimasto fedele nel tempo: il foglio bianco. &#8230; e quell\u2019ingombro che tiene tra le mani, come gesto e azione in divenire, per quel nuovo che doveva avanzare dentro e fuori. Giunge le mani, in un ultima roboante preghiera. Punta a s\u00e9 quell\u2019arnese metallico, ancora luccicante nonostante gli anni. Con un leggero gesto d\u2019esitazione, l\u2019ultimo segno di una vita indolente, preme il grilletto con i due pollici incrociati.<\/p>\n","protected":false},"author":1,"featured_media":0,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"_exactmetrics_skip_tracking":false,"ngg_post_thumbnail":0,"_jetpack_newsletter_access":"","_jetpack_dont_email_post_to_subs":false,"_jetpack_newsletter_tier_id":0,"_jetpack_memberships_contains_paywalled_content":false,"_jetpack_feature_clip_id":0,"_jetpack_memberships_contains_paid_content":false,"footnotes":"","jetpack_post_was_ever_published":false},"categories":[21],"tags":[1412,1255],"class_list":["post-5331","post","type-post","status-publish","format-standard","hentry","category-racconti","tag-male-di-vivere","tag-suicidio"],"jetpack_sharing_enabled":true,"jetpack_featured_media_url":"","_links":{"self":[{"href":"https:\/\/www.massimilianocitta.it\/blog\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/5331","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/www.massimilianocitta.it\/blog\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/www.massimilianocitta.it\/blog\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.massimilianocitta.it\/blog\/wp-json\/wp\/v2\/users\/1"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.massimilianocitta.it\/blog\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=5331"}],"version-history":[{"count":1,"href":"https:\/\/www.massimilianocitta.it\/blog\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/5331\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":5333,"href":"https:\/\/www.massimilianocitta.it\/blog\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/5331\/revisions\/5333"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/www.massimilianocitta.it\/blog\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=5331"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.massimilianocitta.it\/blog\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=5331"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.massimilianocitta.it\/blog\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=5331"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}