{"id":5369,"date":"2021-10-12T21:34:20","date_gmt":"2021-10-12T19:34:20","guid":{"rendered":"http:\/\/www.massimilianocitta.it\/blog\/?p=5369"},"modified":"2021-10-12T21:34:20","modified_gmt":"2021-10-12T19:34:20","slug":"limpronta-delleditore-di-calasso","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.massimilianocitta.it\/blog\/limpronta-delleditore-di-calasso\/","title":{"rendered":"L&#8217;impronta dell&#8217;editore di Calasso"},"content":{"rendered":"<p>L&#8217;impronta dell&#8217;editore &#8211; Adelphi.<\/p>\n<p><a href=\"http:\/\/www.massimilianocitta.it\/blog\/wp-content\/uploads\/2021\/10\/9788845927744_0_536_0_75.jpg\"><img decoding=\"async\" class=\"aligncenter  wp-image-5370\" src=\"http:\/\/www.massimilianocitta.it\/blog\/wp-content\/uploads\/2021\/10\/9788845927744_0_536_0_75.jpg\" alt=\"L'impronta dell'editore\" width=\"222\" height=\"380\" srcset=\"https:\/\/www.massimilianocitta.it\/blog\/wp-content\/uploads\/2021\/10\/9788845927744_0_536_0_75.jpg 500w, https:\/\/www.massimilianocitta.it\/blog\/wp-content\/uploads\/2021\/10\/9788845927744_0_536_0_75-175x300.jpg 175w\" sizes=\"(max-width: 222px) 100vw, 222px\" \/><\/a><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Dove si affascina il lettore nella lettura di ci\u00f2 che dovrebbe essere un libro editato.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">&nbsp;<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">&#8220;All\u2019inizio si parlava di libri unici. Adelphi non aveva ancora trovato il suo nome. C\u2019erano solo pochi dati sicuri: l\u2019edizione critica di Nietzsche, che bastava da sola a orientare tutto il resto. E poi una collana di Classici, impostata su criteri non poco ambiziosi: fare bene quello che in precedenza era stato fatto meno bene e fare per la prima volta quello che prima era stato ignorato. Sarebbero stati stampati da Mardersteig, come anche il Nietzsche. Allora ci sembrava normale, quasi doveroso. Oggi sarebbe inconcepibile (costi decuplicati, ecc.). Ci piaceva che quei libri fossero affidati all\u2019ultimo dei grandi stampatori classici. Ma ancora di pi\u00f9 ci piaceva che quel maestro della tipografia avesse lavorato a lungo con Kurt Wolff, l\u2019editore di Kafka.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Per Bazlen, che aveva una velocit\u00e0 mentale come non ho pi\u00f9 incontrato, l\u2019edizione critica di Nietzsche era quasi una giusta ovviet\u00e0. Da che cosa si sarebbe potuto cominciare altrimenti? In Italia dominava ancora una cultura dove l\u2019epiteto irrazionale implicava la pi\u00f9 severa condanna. E capostipite di ogni irrazionale non poteva che essere Nietzsche. Per il resto, sotto l\u2019etichetta di quell\u2019incongrua parola, disutile al pensiero, si trovava di tutto. E si trovava anche una vasta parte dell\u2019essenziale. Che spesso non aveva ancora accesso all\u2019editoria italiana, anche e soprattutto per via di quel marchio infamante. In letteratura l\u2019irrazionale amava congiungersi con il decadente, altro termine di deprecazione senza appello. Non solo certi autori, ma certi generi erano condannati in linea di principio. A distanza di qualche decennio pu\u00f2 far sorridere e suscitare incredulit\u00e0, ma chi ha buona memoria ricorda che il fantastico in s\u00e9 era considerato sospetto e torbido. Gi\u00e0 da questo si capir\u00e0 che l\u2019idea di avere al numero 1 della Biblioteca Adelphi un romanzo come L\u2019altra parte di Kubin, esempio di fantastico allo stato chimicamente puro, poteva anche suonare provocatorio. Tanto pi\u00f9 se aggravato dalla vicinanza, al numero 3 della collana, di un altro romanzo fantastico: il Manoscritto trovato a Saragozza di Jan Potocki (e non importava se in questo caso si trattava di un libro che, guardando alle date, avrebbe potuto essere considerato un classico).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Quando Bazlen mi parl\u00f2 per la prima volta di quella nuova casa editrice che sarebbe stata Adelphi \u2013 posso dire il giorno e il luogo, perch\u00e9 era il mio ventunesimo compleanno, maggio 1962, nella villa di Ernst Bernhard a Bracciano, dove Bazlen e Ljuba Blumenthal erano ospiti per qualche giorno \u2013, evidentemente accenn\u00f2 subito all\u2019edizione critica di Nietzsche e alla futura collana dei Classici. E si rallegrava di entrambe. Ma ci\u00f2 che pi\u00f9 gli premeva erano gli altri libri che la nuova casa editrice avrebbe pubblicato: quelli che talvolta Bazlen aveva scoperto da anni e anni e non era mai riuscito a far passare presso i vari editori italiani con i quali aveva collaborato, da Bompiani fino a Einaudi. Di che cosa si trattava? A rigore, poteva trattarsi di qualsiasi cosa. Di un classico tibetano (Milarepa) o di un ignoto autore inglese di un solo libro (Christopher Burney) o dell\u2019introduzione pi\u00f9 popolare a quel nuovo ramo della scienza che era allora l\u2019etologia (L\u2019anello di Re Salomone) o di alcuni trattati sul teatro N\u014d scritti fra il quattordicesimo e il quindicesimo secolo. Furono questi alcuni fra i primi libri da fare che Bazlen mi nominava. Che cosa li teneva insieme? Non era chiarissimo. Fu allora che Bazlen, per farsi intendere, si mise a parlare di libri unici.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Che cos\u2019\u00e8 un libro unico? L\u2019esempio pi\u00f9 eloquente, ancora una volta, \u00e8 il numero 1 della Biblioteca: L\u2019altra parte di Alfred Kubin. Unico romanzo di un non-romanziere. Libro che si legge come entrando e permanendo in una allucinazione possente. Libro che fu scritto all\u2019interno di un delirio durato tre mesi. Nulla di simile, nella vita di Kubin, prima di quel momento; nulla di simile dopo. Il romanzo coincide perfettamente con qualcosa che \u00e8 accaduto, un\u2019unica volta, all\u2019autore. Ci sono solo due romanzi che precedono quelli di Kafka e dove gi\u00e0 si respirava l\u2019aria di Kafka: L\u2019altra parte di Kubin e Jakob von Gunten di Robert Walser. Entrambi avrebbero trovato il loro posto nella Biblioteca. Anche perch\u00e9 se, in parallelo all\u2019idea del libro unico, si dovesse parlare di un autore unico per il Novecento, un nome si imporrebbe subito: quello di Kafka.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">In definitiva: libro unico \u00e8 quello dove subito si riconosce che all\u2019autore \u00e8 accaduto qualcosa e quel qualcosa ha finito per depositarsi in uno scritto. E a questo punto occorre tenere presente che in Bazlen c\u2019era una ben avvertibile insofferenza per la scrittura. Paradossalmente, considerando che aveva passato la vita sempre e soltanto fra i libri, il libro era per lui un risultato secondario, che presupponeva qualcos\u2019altro. Occorreva che lo scrivente fosse stato attraversato da questo altro, che vi fosse vissuto dentro, che lo avesse assorbito nella fisiologia, eventualmente (ma non era obbligatorio) trasformandolo in stile. Se cos\u00ec era accaduto, quelli erano i libri che pi\u00f9 attiravano Bazlen. Per capire tutto questo, \u00e8 bene ricordare che Bazlen era cresciuto negli anni della massima pretesa di autosufficienza della pura parola letteraria, gli anni di Rilke, di Hofmannsthal, di George. E di conseguenza aveva sviluppato certe allergie. La prima volta che lo vidi, mentre parlava con Cristina Campo delle sue \u2013 meravigliose \u2013 versioni di William Carlos Williams, insisteva solo su un punto: \u00abNon bisogna sentire troppo il Dichter&#8230;\u00bb, il \u00abpoeta-creatore\u00bb, nel senso di Gundolf e di tutta una tradizione tedesca che discendeva da Goethe (e di cui Bazlen, per altro, conosceva perfettamente l\u2019alto significato).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">I libri unici erano perci\u00f2 anche libri che molto avevano rischiato di non diventare mai libri. L\u2019opera perfetta \u00e8 quella che non lascia tracce, si poteva desumere da Zhuang-zi (il vero maestro, se uno si dovesse nominare, di Bazlen).&#8221; [pagg 13-16]<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>L&#8217;impronta dell&#8217;editore &#8211; Adelphi. Dove si affascina il lettore nella lettura di ci\u00f2 che dovrebbe essere un libro editato. &nbsp; &#8220;All\u2019inizio si parlava di libri unici. Adelphi non aveva ancora trovato il suo nome. C\u2019erano solo pochi dati sicuri: l\u2019edizione critica di Nietzsche, che bastava da sola a orientare tutto il resto. E poi una collana di Classici, impostata su criteri non poco ambiziosi: fare bene quello che in precedenza era stato fatto meno bene e fare per la prima volta quello che prima era stato ignorato. Sarebbero stati stampati da Mardersteig, come anche il Nietzsche. Allora ci sembrava normale, quasi doveroso. Oggi sarebbe inconcepibile (costi decuplicati, ecc.). Ci piaceva che quei libri fossero affidati all\u2019ultimo dei grandi stampatori classici. Ma ancora di pi\u00f9 ci piaceva che quel maestro della tipografia avesse lavorato a lungo con Kurt Wolff, l\u2019editore di Kafka. Per Bazlen, che aveva una velocit\u00e0 mentale come non ho pi\u00f9 incontrato, l\u2019edizione critica di Nietzsche era quasi una giusta ovviet\u00e0. Da che cosa si sarebbe potuto cominciare altrimenti? In Italia dominava ancora una cultura dove l\u2019epiteto irrazionale implicava la pi\u00f9 severa condanna. E capostipite di ogni irrazionale non poteva che essere Nietzsche. Per il resto, sotto l\u2019etichetta di quell\u2019incongrua parola, disutile al pensiero, si trovava di tutto. E si trovava anche una vasta parte dell\u2019essenziale. Che spesso non aveva ancora accesso all\u2019editoria italiana, anche e soprattutto per via di quel marchio infamante. In letteratura l\u2019irrazionale amava congiungersi con il decadente, altro termine di deprecazione senza appello. Non solo certi autori, ma certi generi erano condannati in linea di principio. A distanza di qualche decennio pu\u00f2 far sorridere e suscitare incredulit\u00e0, ma chi ha buona memoria ricorda che il fantastico in s\u00e9 era considerato sospetto e torbido. Gi\u00e0 da questo si capir\u00e0 che l\u2019idea di avere al numero 1 della Biblioteca Adelphi un romanzo come L\u2019altra parte di Kubin, esempio di fantastico allo stato chimicamente puro, poteva anche suonare provocatorio. Tanto pi\u00f9 se aggravato dalla vicinanza, al numero 3 della collana, di un altro romanzo fantastico: il Manoscritto trovato a Saragozza di Jan Potocki (e non importava se in questo caso si trattava di un libro che, guardando alle date, avrebbe potuto essere considerato un classico). Quando Bazlen mi parl\u00f2 per la prima volta di quella nuova casa editrice che sarebbe stata Adelphi \u2013 posso dire il giorno e il luogo, perch\u00e9 era il mio ventunesimo compleanno, maggio 1962, nella villa di Ernst Bernhard a Bracciano, dove Bazlen e Ljuba Blumenthal erano ospiti per qualche giorno \u2013, evidentemente accenn\u00f2 subito all\u2019edizione critica di Nietzsche e alla futura collana dei Classici. E si rallegrava di entrambe. Ma ci\u00f2 che pi\u00f9 gli premeva erano gli altri libri che la nuova casa editrice avrebbe pubblicato: quelli che talvolta Bazlen aveva scoperto da anni e anni e non era mai riuscito a far passare presso i vari editori italiani con i quali aveva collaborato, da Bompiani fino a Einaudi. Di che cosa si trattava? A rigore, poteva trattarsi di qualsiasi cosa. Di un classico tibetano (Milarepa) o di un ignoto autore inglese di un solo libro (Christopher Burney) o dell\u2019introduzione pi\u00f9 popolare a quel nuovo ramo della scienza che era allora l\u2019etologia (L\u2019anello di Re Salomone) o di alcuni trattati sul teatro N\u014d scritti fra il quattordicesimo e il quindicesimo secolo. Furono questi alcuni fra i primi libri da fare che Bazlen mi nominava. Che cosa li teneva insieme? Non era chiarissimo. Fu allora che Bazlen, per farsi intendere, si mise a parlare di libri unici. Che cos\u2019\u00e8 un libro unico? L\u2019esempio pi\u00f9 eloquente, ancora una volta, \u00e8 il numero 1 della Biblioteca: L\u2019altra parte di Alfred Kubin. Unico romanzo di un non-romanziere. Libro che si legge come entrando e permanendo in una allucinazione possente. Libro che fu scritto all\u2019interno di un delirio durato tre mesi. Nulla di simile, nella vita di Kubin, prima di quel momento; nulla di simile dopo. Il romanzo coincide perfettamente con qualcosa che \u00e8 accaduto, un\u2019unica volta, all\u2019autore. Ci sono solo due romanzi che precedono quelli di Kafka e dove gi\u00e0 si respirava l\u2019aria di Kafka: L\u2019altra parte di Kubin e Jakob von Gunten di Robert Walser. Entrambi avrebbero trovato il loro posto nella Biblioteca. Anche perch\u00e9 se, in parallelo all\u2019idea del libro unico, si dovesse parlare di un autore unico per il Novecento, un nome si imporrebbe subito: quello di Kafka. In definitiva: libro unico \u00e8 quello dove subito si riconosce che all\u2019autore \u00e8 accaduto qualcosa e quel qualcosa ha finito per depositarsi in uno scritto. E a questo punto occorre tenere presente che in Bazlen c\u2019era una ben avvertibile insofferenza per la scrittura. Paradossalmente, considerando che aveva passato la vita sempre e soltanto fra i libri, il libro era per lui un risultato secondario, che presupponeva qualcos\u2019altro. Occorreva che lo scrivente fosse stato attraversato da questo altro, che vi fosse vissuto dentro, che lo avesse assorbito nella fisiologia, eventualmente (ma non era obbligatorio) trasformandolo in stile. Se cos\u00ec era accaduto, quelli erano i libri che pi\u00f9 attiravano Bazlen. Per capire tutto questo, \u00e8 bene ricordare che Bazlen era cresciuto negli anni della massima pretesa di autosufficienza della pura parola letteraria, gli anni di Rilke, di Hofmannsthal, di George. E di conseguenza aveva sviluppato certe allergie. La prima volta che lo vidi, mentre parlava con Cristina Campo delle sue \u2013 meravigliose \u2013 versioni di William Carlos Williams, insisteva solo su un punto: \u00abNon bisogna sentire troppo il Dichter&#8230;\u00bb, il \u00abpoeta-creatore\u00bb, nel senso di Gundolf e di tutta una tradizione tedesca che discendeva da Goethe (e di cui Bazlen, per altro, conosceva perfettamente l\u2019alto significato). 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