{"id":5622,"date":"2022-02-11T19:55:51","date_gmt":"2022-02-11T18:55:51","guid":{"rendered":"https:\/\/www.massimilianocitta.it\/blog\/?p=5622"},"modified":"2023-04-24T20:19:37","modified_gmt":"2023-04-24T18:19:37","slug":"alessandro-cinquegrani","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.massimilianocitta.it\/blog\/alessandro-cinquegrani\/","title":{"rendered":"Alessandro Cinquegrani"},"content":{"rendered":"<p style=\"text-align: justify;\">&#8220;Cinque domande, uno stile&#8221; ospita Alessandro Cinquegrani. Saggista, critico letterario e narratore. \u00c8 docente presso l&#8217;Universit\u00e0 Ca\u2019 Foscari Venezia. Autore di numerosi saggi, tra cui &#8220;Letteratura e cinema&#8221; (2020, Schol\u00e9), &#8220;L&#8217; innesto. Realt\u00e0 e finzioni da Matrix a 1Q84&#8221; (2015, Mimesis con Valentina Re), &#8220;Solitudine di Umberto Saba&#8221; (2007, Marsilio), &#8220;La partita a scacchi con Dio&#8221; (2002, il Poligrafo 2002, Premio Gesualdo Bufalino). Esordisce nella narrativa con &#8220;Cacciatori di frodo&#8221; (2012, Miraggi, finalista al premio Italo Calvino). Da poco \u00e8 in libreria l&#8217;ultimo romanzo &#8220;Pensa il risveglio&#8221; (2021, TerraRossa).<\/p>\n<p><a href=\"https:\/\/www.massimilianocitta.it\/blog\/wp-content\/uploads\/2022\/02\/1086562.jpg\"><img decoding=\"async\" class=\"aligncenter size-full wp-image-5623\" src=\"https:\/\/www.massimilianocitta.it\/blog\/wp-content\/uploads\/2022\/02\/1086562.jpg\" alt=\"\" width=\"220\" height=\"220\" srcset=\"https:\/\/www.massimilianocitta.it\/blog\/wp-content\/uploads\/2022\/02\/1086562.jpg 220w, https:\/\/www.massimilianocitta.it\/blog\/wp-content\/uploads\/2022\/02\/1086562-150x150.jpg 150w\" sizes=\"(max-width: 220px) 100vw, 220px\" \/><\/a><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Quando accade, quando un\u2019idea, l\u2019Idea, giunge e prende forma, si rappresenta nel suo immaginario, pronta ad essere modellata per diventare una storia, che sensazione si prova?<br \/>\n<\/strong><em>\u00c8 sempre molto difficile dire da dove nasca un\u2019idea e come si formi. Per me non nasce mai da un incontro esterno, come pu\u00f2 essere la scoperta di una bella storia da mettere su carta. Piuttosto nasce da un\u2019urgenza interiore che si accumula nel tempo e poi prende la forma di una storia con personaggi. Ho sempre l\u2019impressione che scrivere per me sia come lanciare una rete negli abissi della psiche e tirarne fuori pesci, alghe, mostri marini. Sono soprattutto quei mostri che chiedono di essere definiti per poterli esorcizzare. Nel mio primo romanzo, <\/em>Cacciatori di frodo<em>, hanno preso forma in una donna in sottoveste bianca che si sdraiava su un binario per attendere il treno. Con <\/em>Pensa il risveglio<em> i mostri sono nati con una frase, \u201cho sempre sentito il bisogno di scomparire\u201d, che si portava dietro un mondo sommerso, che poi \u00e8 stato popolato di figure perturbanti, soprattutto Speer e Mengele, ma poi altre figure inventate.<\/em><br \/>\n<em>La sensazione che si prova \u00e8 un coacervo di emozioni complesse. Di solito si cerca di respingere, almeno per me \u00e8 cos\u00ec, un po\u2019 per l\u2019urgenza della quotidianit\u00e0 che preme continuamente, un po\u2019 perch\u00e9 si sa che aprire le porte a quelle figure sar\u00e0 faticoso. Se lo faccio \u00e8 perch\u00e9 mi pare inevitabile e confido che prima o poi porter\u00e0 sollievo, come in effetti accade.<\/em><\/p>\n<p><a href=\"https:\/\/www.massimilianocitta.it\/blog\/wp-content\/uploads\/2022\/02\/9788894845259_0_536_0_75.jpg\"><img decoding=\"async\" class=\"aligncenter size-medium wp-image-5624\" src=\"https:\/\/www.massimilianocitta.it\/blog\/wp-content\/uploads\/2022\/02\/9788894845259_0_536_0_75-203x300.jpg\" alt=\"\" width=\"203\" height=\"300\" srcset=\"https:\/\/www.massimilianocitta.it\/blog\/wp-content\/uploads\/2022\/02\/9788894845259_0_536_0_75-203x300.jpg 203w, https:\/\/www.massimilianocitta.it\/blog\/wp-content\/uploads\/2022\/02\/9788894845259_0_536_0_75.jpg 536w\" sizes=\"(max-width: 203px) 100vw, 203px\" \/><\/a><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>La consapevolezza che la parola appena scritta costituisca la conclusione di un racconto \u00e8 evidente o necessaria?<br \/>\n<\/strong><em>La conclusione di un racconto di solito \u00e8 l\u2019unica cosa che ho in mente fin dall\u2019inizio, e l\u2019ultima parola di solito \u00e8 un\u2019apertura, una speranza. Questo funge da faro per scrivere tutto il testo: \u00e8 come se l\u2019ultima parola fosse la prima, o comunque necessaria per iniziare, anche se comunque scrivo sempre in ordine i capitoli dei romanzi, ma l\u2019ultima sta l\u00ec, a ricordarmi che esiste una via d\u2019uscita.<\/em><br \/>\n<em>Poi chiaramente la conclusione del racconto non \u00e8 quasi mai l\u2019ultima parola che si scrive. Ci sono le riscritture che per <\/em>Pensa il risveglio<em> sono state molte (soprattutto di alcune parti) e invece per <\/em>Cacciatori di frodo<em> non ci sono state.<\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>C&#8217;\u00e8 stato, nel suo percorso di vita, netto e distinto, un momento di scelta in cui ha affermato a se stesso \u201cdevo scrivere?\u201d<br \/>\n<\/strong><em>A conti fatti credo siano state molte di pi\u00f9 le volte nelle quali mi sono detto \u201cnon devo scrivere\u201d: la mia \u00e8 stata un\u2019ostinata colluttazione con una necessit\u00e0 dalla quale sono uscito sconfitto. Bisognerebbe evitare di scrivere per tanti motivi: perch\u00e9 si scrive e pubblica troppo (<\/em>Non incoraggiate il romanzo<em> era un bel titolo di Berardinelli), perch\u00e9 si alimentano illusioni, perch\u00e9 per chi come me fa il critico si entra in conflitto con se stessi ecc. Ma, come dico, nel tempo, prima o poi, ho sempre ceduto. Da ragazzo con la poesia &#8211; avevo pubblicato un libretto intitolato <\/em>Nel mio corpo materia o nell\u2019altro<em> &#8211; poi con la prosa.<\/em><br \/>\n<em>Il mio primo tentativo di romanzo &#8211; che lesse solo qualche amico &#8211; risale a quando avevo poco pi\u00f9 di vent\u2019anni, ma la cosa interessante e quasi stupefacente per me, \u00e8 che era strutturato esattamente come <\/em>Pensa il risveglio<em>. Ovviamente non ne aveva la complessit\u00e0, e era fondato su una storia giovanilistica e un amore adolescenziale, per\u00f2 la struttura di base, la prospettiva di tutta la prima parte e poi il cosiddetto risveglio, era gi\u00e0 l\u00ec.<\/em><br \/>\n<em>Poi, come per tutti, ci sono i momenti di svolta &#8211; veri o presunti &#8211; in cui si comincia a credere che forse bisogna aprire le porte alla scrittura. Uno di questi fu quando uno dei correlatori della mia tesi di laurea &#8211; un professore ordinario che stimavo (e stimo) molto e che guardavo con un certo timore reverenziale &#8211; mi convoc\u00f2 nel suo studio, nel quale entrai tremando, e la prima cosa che mi disse \u00e8: <\/em>\u201clei ha una prosa da scrittore!\u201d<em>. Poi per\u00f2 continuai a dedicarmi alla critica, finch\u00e9 dopo aver vissuto alcuni anni a Venezia, tornai a vivere nella mia citt\u00e0 natale, Treviso, con la quale ho sempre avuto un pessimo rapporto: nacque cos\u00ec, quasi per una necessit\u00e0 di liberazione, il mio primo romanzo, <\/em>Cacciatori di frodo<em>. Poi venne il Premio Calvino e inizi\u00f2 la storia con la narrativa. Ma ci ho messo dieci anni per tornare a pubblicare, tanto \u00e8 servito per perdere la ultima colluttazione con la narrativa e abdicare una volta di pi\u00f9 al mio proposito di scomparire.<\/em><\/p>\n<p><a href=\"https:\/\/www.massimilianocitta.it\/blog\/wp-content\/uploads\/2022\/02\/9788857520834_0_150_0_75.jpg\"><img decoding=\"async\" class=\"aligncenter size-full wp-image-5625\" src=\"https:\/\/www.massimilianocitta.it\/blog\/wp-content\/uploads\/2022\/02\/9788857520834_0_150_0_75.jpg\" alt=\"\" width=\"150\" height=\"228\"><\/a><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Lo stile \u00e8 un passaggio che ciascun autore percorre, pu\u00f2 in qualche modo divenire un vincolo?<br \/>\n<\/strong><em>S\u00ec. Ho sempre pensato che in Italia lo stile sia sopravvalutato, come fosse in qualche modo separato dall\u2019intreccio e avesse una vita autonoma al di l\u00e0 di ci\u00f2 che si racconta. Io non credo sia cos\u00ec. Nessuna storia pu\u00f2 esistere senza il suo stile, almeno se si intendono le storie come dicevo prima, cio\u00e8 come esperienze e non come narrazioni affabulatorie. Quindi ogni storia pretende uno stile, e ogni narratore una voce. Per\u00f2 anche un autore ha una voce sua, una sua cifra, che anche se fosse il pi\u00f9 grande trasformista non riuscir\u00e0 mai a dissimulare &#8211; e del resto probabilmente non sarebbe un bene se ci riuscisse totalmente. Quindi anche lo stile vive un conflitto, nasce dalla convergenza tra ci\u00f2 che la storia pretende e ci\u00f2 che un autore pu\u00f2 avere nella penna.<\/em><br \/>\n<em>Io ho vissuto questo conflitto in modo abbastanza drammatico (uso questo termine enfaticamente, ovviamente parliamo di questioni marginali rispetto a molte altre). Il mio primo romanzo <\/em>Cacciatori di frodo<em> aveva uno stile molto particolare, ossessivo, ripetitivo, circolare: nell\u2019economia di quel libro ha un ruolo molto ingombrante. Ed era il solo romanzo che avessi pubblicato. Io come autore ero quel libro. Per molto tempo avevo la percezione che quello stile non potesse essere riproposto perch\u00e9 troppo legato a quella storia, ma pensavo anche che io come autore ero quello. Pi\u00f9 che un vincolo era diventato una condanna.<\/em><br \/>\n<em>A volte mentre scrivevo la prima stesura di <\/em>Pensa il risveglio<em> quello stile si riaffacciava e io lo respingevo, perch\u00e9 la mia voce in realt\u00e0 era un\u2019altra, che mi piace di pi\u00f9, che trovo pi\u00f9 matura. Ho lavorato su questo nuovo stile in alcuni racconti che ho scritto per raccolte alle quali mi hanno chiesto di partecipare, in particolare nel racconto <\/em>La vocazione di San Matteo<em> e poi <\/em>I fratelli Vendramin<em> usciti in raccolte curate da Cristiano Dorigo e Elisabetta Tiveron. Le sollecitazioni di queste persone, e poi quelle di Gianluigi Bodi per altri racconti, mi sono state utilissime per trovare una voce mia e partire da qui per confrontarmi con altre storie.<\/em><\/p>\n<p><a href=\"https:\/\/www.massimilianocitta.it\/blog\/wp-content\/uploads\/2022\/02\/9788896910238_0_424_0_75.jpg\"><img decoding=\"async\" class=\"aligncenter size-full wp-image-5627\" src=\"https:\/\/www.massimilianocitta.it\/blog\/wp-content\/uploads\/2022\/02\/9788896910238_0_424_0_75.jpg\" alt=\"\" width=\"200\" height=\"288\"><\/a><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>In quale misura crede che la letteratura oggi riesca ad incidere nella societ\u00e0 e con quale forza lo scrivere costituisca un gesto politico?<br \/>\n<\/strong><em>Recentemente mi \u00e8 capitato di conversare con Carla Benedetti, Antonio Moresco e Tiziano Scarpa sul libro <\/em>La letteratura ci salver\u00e0 dall\u2019estinzione<em>. Ovviamente si parla di qualcosa di molto pi\u00f9 importante che incidere nella societ\u00e0. Una dottoranda della nostra universit\u00e0 mi diceva che l\u2019ipotesi \u00e8 molto suggestiva ma in fondo \u00e8 falsa: la letteratura ha perso tutto il suo ruolo sociale. Non so da che parte stia la verit\u00e0, probabilmente nel mezzo.<\/em><br \/>\n<em>Qualche tempo fa un\u2019amica che lavora in ambito farmaceutico mi diceva, senza troppi peli sulla lingua, che la sua ricerca salva le vite umane e la mia \u00e8 totalmente inutile. Risposi che se non ci fosse stato un movimento culturale come quello dell\u2019illuminismo, probabilmente i suoi farmaci sarebbe arrivati a un\u2019esigua minoranza di persone, quindi, delle vite umane che i suoi farmaci salvano, almeno il 90% \u00e8 ascrivibile a un cambio di paradigma culturale.<\/em><br \/>\n<em>Tutti noi lettori pi\u00f9 che occasionali ricordiamo un libro che ci ha cambiato il modo di essere e di pensare o ha modificato la nostra visione del mondo. In fondo \u00e8 questo quello che chiediamo a un libro, non certo di farci passare qualche ora della nostra minuscola vita che avremmo potuto dedicare a giocare coi nostri figli o a fare una passeggiata salutare. In questo senso ogni libro in grado di modificare la nostra visione del mondo \u00e8 un libro politico. Ma io penso che questo debba avvenire senza proclami o manifesti, senza messaggi di natura politica o sociale (come temo vada di moda recentemente). La politica pu\u00f2 entrare in una narrazione attraverso i gesti, i rapporti, le aspirazioni dei personaggi. Kafka \u00e8 politico, ma quando parla di politica nei suoi romanzi?<\/em><\/p>\n<p>[the_ad_placement id=&#8221;spot&#8221;]<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>&#8220;Cinque domande, uno stile&#8221; ospita Alessandro Cinquegrani. Saggista, critico letterario e narratore. \u00c8 docente presso l&#8217;Universit\u00e0 Ca\u2019 Foscari Venezia. Autore di numerosi saggi, tra cui &#8220;Letteratura e cinema&#8221; (2020, Schol\u00e9), &#8220;L&#8217; innesto. Realt\u00e0 e finzioni da Matrix a 1Q84&#8221; (2015, Mimesis con Valentina Re), &#8220;Solitudine di Umberto Saba&#8221; (2007, Marsilio), &#8220;La partita a scacchi con Dio&#8221; (2002, il Poligrafo 2002, Premio Gesualdo Bufalino). Esordisce nella narrativa con &#8220;Cacciatori di frodo&#8221; (2012, Miraggi, finalista al premio Italo Calvino). Da poco \u00e8 in libreria l&#8217;ultimo romanzo &#8220;Pensa il risveglio&#8221; (2021, TerraRossa). Quando accade, quando un\u2019idea, l\u2019Idea, giunge e prende forma, si rappresenta nel suo immaginario, pronta ad essere modellata per diventare una storia, che sensazione si prova? \u00c8 sempre molto difficile dire da dove nasca un\u2019idea e come si formi. Per me non nasce mai da un incontro esterno, come pu\u00f2 essere la scoperta di una bella storia da mettere su carta. Piuttosto nasce da un\u2019urgenza interiore che si accumula nel tempo e poi prende la forma di una storia con personaggi. Ho sempre l\u2019impressione che scrivere per me sia come lanciare una rete negli abissi della psiche e tirarne fuori pesci, alghe, mostri marini. Sono soprattutto quei mostri che chiedono di essere definiti per poterli esorcizzare. Nel mio primo romanzo, Cacciatori di frodo, hanno preso forma in una donna in sottoveste bianca che si sdraiava su un binario per attendere il treno. Con Pensa il risveglio i mostri sono nati con una frase, \u201cho sempre sentito il bisogno di scomparire\u201d, che si portava dietro un mondo sommerso, che poi \u00e8 stato popolato di figure perturbanti, soprattutto Speer e Mengele, ma poi altre figure inventate. La sensazione che si prova \u00e8 un coacervo di emozioni complesse. Di solito si cerca di respingere, almeno per me \u00e8 cos\u00ec, un po\u2019 per l\u2019urgenza della quotidianit\u00e0 che preme continuamente, un po\u2019 perch\u00e9 si sa che aprire le porte a quelle figure sar\u00e0 faticoso. Se lo faccio \u00e8 perch\u00e9 mi pare inevitabile e confido che prima o poi porter\u00e0 sollievo, come in effetti accade. La consapevolezza che la parola appena scritta costituisca la conclusione di un racconto \u00e8 evidente o necessaria? La conclusione di un racconto di solito \u00e8 l\u2019unica cosa che ho in mente fin dall\u2019inizio, e l\u2019ultima parola di solito \u00e8 un\u2019apertura, una speranza. Questo funge da faro per scrivere tutto il testo: \u00e8 come se l\u2019ultima parola fosse la prima, o comunque necessaria per iniziare, anche se comunque scrivo sempre in ordine i capitoli dei romanzi, ma l\u2019ultima sta l\u00ec, a ricordarmi che esiste una via d\u2019uscita. Poi chiaramente la conclusione del racconto non \u00e8 quasi mai l\u2019ultima parola che si scrive. Ci sono le riscritture che per Pensa il risveglio sono state molte (soprattutto di alcune parti) e invece per Cacciatori di frodo non ci sono state. C&#8217;\u00e8 stato, nel suo percorso di vita, netto e distinto, un momento di scelta in cui ha affermato a se stesso \u201cdevo scrivere?\u201d A conti fatti credo siano state molte di pi\u00f9 le volte nelle quali mi sono detto \u201cnon devo scrivere\u201d: la mia \u00e8 stata un\u2019ostinata colluttazione con una necessit\u00e0 dalla quale sono uscito sconfitto. Bisognerebbe evitare di scrivere per tanti motivi: perch\u00e9 si scrive e pubblica troppo (Non incoraggiate il romanzo era un bel titolo di Berardinelli), perch\u00e9 si alimentano illusioni, perch\u00e9 per chi come me fa il critico si entra in conflitto con se stessi ecc. Ma, come dico, nel tempo, prima o poi, ho sempre ceduto. Da ragazzo con la poesia &#8211; avevo pubblicato un libretto intitolato Nel mio corpo materia o nell\u2019altro &#8211; poi con la prosa. Il mio primo tentativo di romanzo &#8211; che lesse solo qualche amico &#8211; risale a quando avevo poco pi\u00f9 di vent\u2019anni, ma la cosa interessante e quasi stupefacente per me, \u00e8 che era strutturato esattamente come Pensa il risveglio. Ovviamente non ne aveva la complessit\u00e0, e era fondato su una storia giovanilistica e un amore adolescenziale, per\u00f2 la struttura di base, la prospettiva di tutta la prima parte e poi il cosiddetto risveglio, era gi\u00e0 l\u00ec. Poi, come per tutti, ci sono i momenti di svolta &#8211; veri o presunti &#8211; in cui si comincia a credere che forse bisogna aprire le porte alla scrittura. Uno di questi fu quando uno dei correlatori della mia tesi di laurea &#8211; un professore ordinario che stimavo (e stimo) molto e che guardavo con un certo timore reverenziale &#8211; mi convoc\u00f2 nel suo studio, nel quale entrai tremando, e la prima cosa che mi disse \u00e8: \u201clei ha una prosa da scrittore!\u201d. Poi per\u00f2 continuai a dedicarmi alla critica, finch\u00e9 dopo aver vissuto alcuni anni a Venezia, tornai a vivere nella mia citt\u00e0 natale, Treviso, con la quale ho sempre avuto un pessimo rapporto: nacque cos\u00ec, quasi per una necessit\u00e0 di liberazione, il mio primo romanzo, Cacciatori di frodo. Poi venne il Premio Calvino e inizi\u00f2 la storia con la narrativa. Ma ci ho messo dieci anni per tornare a pubblicare, tanto \u00e8 servito per perdere la ultima colluttazione con la narrativa e abdicare una volta di pi\u00f9 al mio proposito di scomparire. Lo stile \u00e8 un passaggio che ciascun autore percorre, pu\u00f2 in qualche modo divenire un vincolo? S\u00ec. Ho sempre pensato che in Italia lo stile sia sopravvalutato, come fosse in qualche modo separato dall\u2019intreccio e avesse una vita autonoma al di l\u00e0 di ci\u00f2 che si racconta. Io non credo sia cos\u00ec. Nessuna storia pu\u00f2 esistere senza il suo stile, almeno se si intendono le storie come dicevo prima, cio\u00e8 come esperienze e non come narrazioni affabulatorie. Quindi ogni storia pretende uno stile, e ogni narratore una voce. Per\u00f2 anche un autore ha una voce sua, una sua cifra, che anche se fosse il pi\u00f9 grande trasformista non riuscir\u00e0 mai a dissimulare &#8211; e del resto probabilmente non sarebbe un bene se ci riuscisse totalmente. Quindi anche lo stile vive un conflitto, nasce dalla convergenza tra ci\u00f2 che la storia pretende e ci\u00f2 che un autore pu\u00f2 avere nella penna. Io ho vissuto questo conflitto in modo abbastanza drammatico (uso questo termine enfaticamente, ovviamente parliamo di questioni marginali rispetto a molte altre). Il mio primo romanzo Cacciatori di frodo aveva uno stile molto particolare, ossessivo, ripetitivo, circolare: nell\u2019economia di quel libro ha un ruolo molto ingombrante. Ed era il solo romanzo che avessi pubblicato. Io come autore ero quel libro. Per molto tempo avevo la percezione che quello stile non potesse essere riproposto perch\u00e9 troppo legato a quella storia, ma pensavo anche che io come autore ero quello. Pi\u00f9 che un vincolo era diventato una condanna. A volte mentre scrivevo la prima stesura di Pensa il risveglio quello stile si riaffacciava e io lo respingevo, perch\u00e9 la mia voce in realt\u00e0 era un\u2019altra, che mi piace di pi\u00f9, che trovo pi\u00f9 matura. Ho lavorato su questo nuovo stile in alcuni racconti che ho scritto per raccolte alle quali mi hanno chiesto di partecipare, in particolare nel racconto La vocazione di San Matteo e poi I fratelli Vendramin usciti in raccolte curate da Cristiano Dorigo e Elisabetta Tiveron. Le sollecitazioni di queste persone, e poi quelle di Gianluigi Bodi per altri racconti, mi sono state utilissime per trovare una voce mia e partire da qui per confrontarmi con altre storie. In quale misura crede che la letteratura oggi riesca ad incidere nella societ\u00e0 e con quale forza lo scrivere costituisca un gesto politico? Recentemente mi \u00e8 capitato di conversare con Carla Benedetti, Antonio Moresco e Tiziano Scarpa sul libro La letteratura ci salver\u00e0 dall\u2019estinzione. Ovviamente si parla di qualcosa di molto pi\u00f9 importante che incidere nella societ\u00e0. Una dottoranda della nostra universit\u00e0 mi diceva che l\u2019ipotesi \u00e8 molto suggestiva ma in fondo \u00e8 falsa: la letteratura ha perso tutto il suo ruolo sociale. Non so da che parte stia la verit\u00e0, probabilmente nel mezzo. Qualche tempo fa un\u2019amica che lavora in ambito farmaceutico mi diceva, senza troppi peli sulla lingua, che la sua ricerca salva le vite umane e la mia \u00e8 totalmente inutile. Risposi che se non ci fosse stato un movimento culturale come quello dell\u2019illuminismo, probabilmente i suoi farmaci sarebbe arrivati a un\u2019esigua minoranza di persone, quindi, delle vite umane che i suoi farmaci salvano, almeno il 90% \u00e8 ascrivibile a un cambio di paradigma culturale. Tutti noi lettori pi\u00f9 che occasionali ricordiamo un libro che ci ha cambiato il modo di essere e di pensare o ha modificato la nostra visione del mondo. In fondo \u00e8 questo quello che chiediamo a un libro, non certo di farci passare qualche ora della nostra minuscola vita che avremmo potuto dedicare a giocare coi nostri figli o a fare una passeggiata salutare. In questo senso ogni libro in grado di modificare la nostra visione del mondo \u00e8 un libro politico. Ma io penso che questo debba avvenire senza proclami o manifesti, senza messaggi di natura politica o sociale (come temo vada di moda recentemente). La politica pu\u00f2 entrare in una narrazione attraverso i gesti, i rapporti, le aspirazioni dei personaggi. Kafka \u00e8 politico, ma quando parla di politica nei suoi romanzi? 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