{"id":5689,"date":"2022-03-13T13:18:13","date_gmt":"2022-03-13T12:18:13","guid":{"rendered":"https:\/\/www.massimilianocitta.it\/blog\/?p=5689"},"modified":"2023-04-24T20:19:36","modified_gmt":"2023-04-24T18:19:36","slug":"silvia-cossu","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.massimilianocitta.it\/blog\/silvia-cossu\/","title":{"rendered":"Silvia Cossu"},"content":{"rendered":"<p style=\"text-align: justify;\">&#8220;Cinque domande, uno stile&#8221; ospita Silvia Cossu. Scrittrice e sceneggiatrice. Sue sono le sceneggiature dei lungometraggi &#8220;L&#8217;ospite&#8221; (1998, tratto dal suo romanzo &#8220;La vergogna&#8221;), &#8220;Fino a farti male&#8221; (2004), &#8220;Il sesso dopo i figli&#8221; (2015), &#8220;Io so che lo siete&#8221; (2020), tutti per la regia di Alessandro Colizzi. Come scrittrice, esordisce con il romanzo &#8220;La vergogna&#8221; (1999), cui seguono &#8220;L&#8217;abbraccio&#8221; (2006, Marsilio) fino al recente &#8220;Il confine&#8221; (2022, Neo Edizioni).<\/p>\n<p><a href=\"https:\/\/www.massimilianocitta.it\/blog\/wp-content\/uploads\/2022\/03\/Silvia-Cossu.jpg\"><img decoding=\"async\" class=\"aligncenter size-medium wp-image-5691\" src=\"https:\/\/www.massimilianocitta.it\/blog\/wp-content\/uploads\/2022\/03\/Silvia-Cossu-300x199.jpg\" alt=\"\" width=\"300\" height=\"199\" srcset=\"https:\/\/www.massimilianocitta.it\/blog\/wp-content\/uploads\/2022\/03\/Silvia-Cossu-300x199.jpg 300w, https:\/\/www.massimilianocitta.it\/blog\/wp-content\/uploads\/2022\/03\/Silvia-Cossu-1024x680.jpg 1024w, https:\/\/www.massimilianocitta.it\/blog\/wp-content\/uploads\/2022\/03\/Silvia-Cossu-768x510.jpg 768w, https:\/\/www.massimilianocitta.it\/blog\/wp-content\/uploads\/2022\/03\/Silvia-Cossu-1536x1020.jpg 1536w, https:\/\/www.massimilianocitta.it\/blog\/wp-content\/uploads\/2022\/03\/Silvia-Cossu.jpg 2048w\" sizes=\"(max-width: 300px) 100vw, 300px\" \/><\/a><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Quando accade, quando un\u2019idea, l\u2019Idea, giunge e prende forma, si rappresenta nel suo immaginario, pronta ad essere modellata per diventare una storia, che sensazione si prova?<\/strong><br \/>\n<em>L\u2019idea in genere non arriva mai disgiunta dalle prime dieci, venti righe, cio\u00e8 l\u2019incipit del libro. Parte tutto da l\u00ec, da questo attacco scritto a mano sul primo pezzo di carta che trovo, buttato spesso gi\u00f9 in modo compulsivo, inseguendo il comporsi delle frasi, nel quale poi andando avanti ritrover\u00f2 l\u2019impronta profonda, la voce esatta dell\u2019idea. E\u2019 un passaggio che produce una tale carica nervosa che poi trascorro i due giorni seguenti a ricredermi, a mettere in dubbio gli appunti, con la delusione di chi ha preso un abbaglio, tanto pi\u00f9 l\u2019idea mi eccitava, tanto pi\u00f9 ora devo demolirla, forse per abbassare la tensione che mi ha dominato fin l\u00ec. Di solito \u00e8 il terzo giorno, se l\u2019idea sopravvive a tutto questo, tornata la calma, che so che \u00e8 quella giusta. In ogni caso quel o quei fogli mi accompagneranno fino alle battute finali. Strapparli e liberarmene \u00e8 veramente l\u2019ultima delle cose che faccio.<\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>La consapevolezza che la parola appena scritta costituisca la conclusione di un racconto \u00e8 evidente o necessaria?<\/strong><br \/>\n<em>La consapevolezza che \u00e8 quella la frase che conclude il racconto \u00e8 evidente. Anche qui \u00e8 un processo immediato, vien fuori non so da dove, prescinde totalmente da un vaglio pi\u00f9 razionale. Sebbene debba ammettere che alla luce delle prime battute quelle parole, o frasi conclusive, poi appaiano anche necessarie.<\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>C&#8217;\u00e8 stato, nel suo percorso di vita, netto e distinto, un momento di scelta in cui ha affermato a s\u00e9 stessa \u201cdevo scrivere?\u201d<\/strong><br \/>\n<em>C\u2019\u00e8 stato un momento intorno ai ventidue anni, mentre leggevo \u201cLa croce buddista\u201d di Tanizaki, che mi sono detta che avrei voluto \u201cscrivere.\u201d (O forse ho in qualche modo intuito che l\u2019avrei fatto). Ma \u00e8 un\u2019ipotesi, una sollecitazione che \u00e8 rimasta l\u00ec appesa per un paio di anni ancora. Poi conclusa la tesi di laurea in diritto una mattina, al risveglio, ho trascritto un sogno appena fatto, che si \u00e8 trasformato poco dopo nell\u2019incipit de \u201cLa vergogna.\u201d<\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Lo stile \u00e8 un passaggio che ciascun autore percorre, pu\u00f2 in qualche modo divenire un vincolo?<\/strong><br \/>\n<em>Ho scritto cose molto diverse tra loro, e passo abitualmente dal romanzo alla sceneggiatura, che sono linguaggi lontanissimi. Quindi la risposta \u00e8 no. Per quanto mi dicano che abbia uno stile (letterariamente) riconoscibile, non posso dire di averne una consapevolezza sufficiente da trasformarsi in vincolo.<\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>In quale misura crede che la letteratura oggi riesca ad incidere nella societ\u00e0 e con quale forza lo scrivere costituisca un gesto politico?<\/strong><br \/>\n<em>Scrivere costituisce sempre un gesto politico, non perch\u00e9 si abbia quell\u2019intento all\u2019inizio del processo &#8211; ci si concentra essenzialmente sul come narrare quella storia &#8211; ma indubbiamente per i temi e il taglio con cui li si affronta. E\u2019 politico il rapporto tra due persone quando uno dei due domina l\u2019altro, \u00e8 politico il tema dei soldi, della loro mancanza e della vulnerabilit\u00e0 di chi lavora, \u00e8 politica la lotta fra i sessi quando c\u2019\u00e8 da occuparsi dei figli, cos\u00ec come \u00e8 politica la pretesa di verit\u00e0 e giustizia della vittima di un reato. Chiaro che quando l\u2019opera raggiunge un pubblico in un modo o nell\u2019altro incide nella societ\u00e0, contribuendo ad anestetizzarla o risvegliandola, a seconda della forma che le si \u00e8 data.<\/em><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>&#8220;Cinque domande, uno stile&#8221; ospita Silvia Cossu. Scrittrice e sceneggiatrice. Sue sono le sceneggiature dei lungometraggi &#8220;L&#8217;ospite&#8221; (1998, tratto dal suo romanzo &#8220;La vergogna&#8221;), &#8220;Fino a farti male&#8221; (2004), &#8220;Il sesso dopo i figli&#8221; (2015), &#8220;Io so che lo siete&#8221; (2020), tutti per la regia di Alessandro Colizzi. Come scrittrice, esordisce con il romanzo &#8220;La vergogna&#8221; (1999), cui seguono &#8220;L&#8217;abbraccio&#8221; (2006, Marsilio) fino al recente &#8220;Il confine&#8221; (2022, Neo Edizioni). Quando accade, quando un\u2019idea, l\u2019Idea, giunge e prende forma, si rappresenta nel suo immaginario, pronta ad essere modellata per diventare una storia, che sensazione si prova? L\u2019idea in genere non arriva mai disgiunta dalle prime dieci, venti righe, cio\u00e8 l\u2019incipit del libro. Parte tutto da l\u00ec, da questo attacco scritto a mano sul primo pezzo di carta che trovo, buttato spesso gi\u00f9 in modo compulsivo, inseguendo il comporsi delle frasi, nel quale poi andando avanti ritrover\u00f2 l\u2019impronta profonda, la voce esatta dell\u2019idea. E\u2019 un passaggio che produce una tale carica nervosa che poi trascorro i due giorni seguenti a ricredermi, a mettere in dubbio gli appunti, con la delusione di chi ha preso un abbaglio, tanto pi\u00f9 l\u2019idea mi eccitava, tanto pi\u00f9 ora devo demolirla, forse per abbassare la tensione che mi ha dominato fin l\u00ec. Di solito \u00e8 il terzo giorno, se l\u2019idea sopravvive a tutto questo, tornata la calma, che so che \u00e8 quella giusta. In ogni caso quel o quei fogli mi accompagneranno fino alle battute finali. Strapparli e liberarmene \u00e8 veramente l\u2019ultima delle cose che faccio. La consapevolezza che la parola appena scritta costituisca la conclusione di un racconto \u00e8 evidente o necessaria? La consapevolezza che \u00e8 quella la frase che conclude il racconto \u00e8 evidente. Anche qui \u00e8 un processo immediato, vien fuori non so da dove, prescinde totalmente da un vaglio pi\u00f9 razionale. Sebbene debba ammettere che alla luce delle prime battute quelle parole, o frasi conclusive, poi appaiano anche necessarie. C&#8217;\u00e8 stato, nel suo percorso di vita, netto e distinto, un momento di scelta in cui ha affermato a s\u00e9 stessa \u201cdevo scrivere?\u201d C\u2019\u00e8 stato un momento intorno ai ventidue anni, mentre leggevo \u201cLa croce buddista\u201d di Tanizaki, che mi sono detta che avrei voluto \u201cscrivere.\u201d (O forse ho in qualche modo intuito che l\u2019avrei fatto). Ma \u00e8 un\u2019ipotesi, una sollecitazione che \u00e8 rimasta l\u00ec appesa per un paio di anni ancora. Poi conclusa la tesi di laurea in diritto una mattina, al risveglio, ho trascritto un sogno appena fatto, che si \u00e8 trasformato poco dopo nell\u2019incipit de \u201cLa vergogna.\u201d Lo stile \u00e8 un passaggio che ciascun autore percorre, pu\u00f2 in qualche modo divenire un vincolo? Ho scritto cose molto diverse tra loro, e passo abitualmente dal romanzo alla sceneggiatura, che sono linguaggi lontanissimi. Quindi la risposta \u00e8 no. Per quanto mi dicano che abbia uno stile (letterariamente) riconoscibile, non posso dire di averne una consapevolezza sufficiente da trasformarsi in vincolo. In quale misura crede che la letteratura oggi riesca ad incidere nella societ\u00e0 e con quale forza lo scrivere costituisca un gesto politico? Scrivere costituisce sempre un gesto politico, non perch\u00e9 si abbia quell\u2019intento all\u2019inizio del processo &#8211; ci si concentra essenzialmente sul come narrare quella storia &#8211; ma indubbiamente per i temi e il taglio con cui li si affronta. E\u2019 politico il rapporto tra due persone quando uno dei due domina l\u2019altro, \u00e8 politico il tema dei soldi, della loro mancanza e della vulnerabilit\u00e0 di chi lavora, \u00e8 politica la lotta fra i sessi quando c\u2019\u00e8 da occuparsi dei figli, cos\u00ec come \u00e8 politica la pretesa di verit\u00e0 e giustizia della vittima di un reato. 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