{"id":5850,"date":"2022-06-09T21:21:09","date_gmt":"2022-06-09T19:21:09","guid":{"rendered":"https:\/\/www.massimilianocitta.it\/blog\/?p=5850"},"modified":"2023-04-24T20:19:33","modified_gmt":"2023-04-24T18:19:33","slug":"demetrio-paolin","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.massimilianocitta.it\/blog\/demetrio-paolin\/","title":{"rendered":"Demetrio Paolin"},"content":{"rendered":"<p style=\"text-align: justify;\">L&#8217;ospite di &#8220;Cinque domande, uno stile&#8221; \u00e8 Demetrio Paolin. Scrittore e docente, ha pubblicato opere di saggistica e narrativa e collaborato con varie testate giornalistiche, tra cui &#8220;Il Corriere della sera&#8221; e &#8220;Il Manifesto&#8221;. Ricordiamo i romanzi &#8220;Il mio nome \u00e8 Legione&#8221; (2009, Transeuropa), &#8220;Conforme alla gloria&#8221; (2016, Voland) e &#8220;Anatomia di un profeta&#8221; (2020, Voland).<\/p>\n<p><a href=\"https:\/\/www.massimilianocitta.it\/blog\/wp-content\/uploads\/2022\/06\/paolin4.jpg\"><img decoding=\"async\" class=\"aligncenter size-full wp-image-5852\" src=\"https:\/\/www.massimilianocitta.it\/blog\/wp-content\/uploads\/2022\/06\/paolin4.jpg\" alt=\"\" width=\"300\" height=\"300\" srcset=\"https:\/\/www.massimilianocitta.it\/blog\/wp-content\/uploads\/2022\/06\/paolin4.jpg 300w, https:\/\/www.massimilianocitta.it\/blog\/wp-content\/uploads\/2022\/06\/paolin4-150x150.jpg 150w\" sizes=\"(max-width: 300px) 100vw, 300px\" \/><\/a><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">&nbsp;<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Quando accade, quando un&#8217;idea, l&#8217;Idea, giunge e prende forma, si rappresenta nel suo immaginario, pronta ad essere modellata per diventare una storia, che sensazione si prova?<\/strong><br \/>\n<em>\u00c8 una domanda bizzarra, perch\u00e9 \u00e8 qualcosa a cui non faccio mai caso. Non ho ben chiaro come l\u2019idea per un romanzo, per un saggio, per un racconto \u2013 anzi quello lo so, di solito le idee dei racconti mi vengono perch\u00e9 qualcuno mi chiede di scriverne uno, altrimenti non sono autore di racconti \u2013 mi arrivino. Ipotizzo che\u2026 mi debbo fermare perch\u00e9 forse nell\u2019ipotizzare gi\u00e0 sono dentro la narrazione, e quindi questa non \u00e8 pi\u00f9 una risposta, ma una sorta di breve finzione, di un come se, di un facciamo finta che ti dica che di solito sto camminando, facendo la spesa, mangiando un gelato o bevendo una birra, e in quel momento qualcosa si fa spazio nella mia mente: un oggetto (poche volte) &#8211; una figura umana (meno) &#8211; una parola (quasi sempre) &#8211; una frase (MEGLIO) incomincia a ripetersi nella testa: vedo le parole formarsi davanti ai miei occhi, cos\u00ec inizio a chiedermi perch\u00e9 questa frase?, cosa vuole da me?. perch\u00e9 il mio cervello mentre mi bevevo una birra o mangiavo la pizza o giocavo con il gatto ha elaborato una frase che mi tormenta e mi ossessiona? Cosa nasconde quella frase, quale idea? Di solito ho la sensazione, quando scrivo, di non dover uscire dal perimetro tracciato da quella frase: la sensazione \u00e8 che devo stare l\u00ec, che bisogna avere il proprio spazio, tempo, un muro bianco davanti con poche immagini: io ho una icona russa della Madonna, un\u2019altra greca che ritrae San Demetrio, e un Crocifisso in legno, niente altro. Devo essere solo con le parole, ci deve essere silenzio. Non ci deve essere nessuno. Io e il pc. Non scrivo su quaderni, non scrivo romanzi al bar, non ci riesco, invidio chi lo fa, ma io ho bisogno di nessuno intorno. Le parole, la mia cura deve essere per loro, per nessuna altra cosa al mondo per il tempo che dedico a loro. Se debbo definire questo mio atteggiamento con due parole, direi ossessione e sociopatia, ma entrambe ben temperate e nascoste, con un grado di impostura sufficiente da permettermi di stare nel mondo con serenit\u00e0. Nessuno sa che hai il fucile sotto il letto, ma \u00e8 cos\u00ec sempre, vai avanti, scrivi, cancelli riscrivi, cancelli, salvi, scrivi, cancelli, riscrivi, cancelli, continui per le volte che ti servono per comprendere che hai finito; quindi inizia il resto della trafila, ma \u00e8 tutto pi\u00f9 prosaico: mandi, qualcuno legge, a qualcuno piace poco, a qualcuno di pi\u00f9, ti pubblicano, vai a fare le presentazioni, applausi critiche, qualche premio e quando arrivi a casa, ti dici: &#8211; Tutto questo perch\u00e9 quella volta mentre accarezzavo il gatto ho pensato: \u201cOra scrivo un romanzo su un bambino che si suicida\u2026.\u201d.<\/em><\/p>\n<p><a href=\"https:\/\/www.massimilianocitta.it\/blog\/wp-content\/uploads\/2022\/06\/paolin2.jpg\"><img decoding=\"async\" class=\"aligncenter size-full wp-image-5853\" src=\"https:\/\/www.massimilianocitta.it\/blog\/wp-content\/uploads\/2022\/06\/paolin2.jpg\" alt=\"\" width=\"140\" height=\"197\"><\/a><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>La consapevolezza che la parola appena scritta costituisca la conclusione di un racconto \u00e8 evidente o necessaria?<\/strong><br \/>\n<em>Scriviamo storie per mettere la parola fine; \u00e8 una cosa che pu\u00f2 essere fatta solo con il racconto, inizi una storia, la porti avanti per il tempo che ti serve per costruire il mondo, i rapporti, gli affetti, i desideri e i bisogni dei tuoi personaggi e poi, quando tutto \u00e8 logicamente nel posto che tu hai stabilito debba essere, decidi che \u00e8 finita, chiusa. Il racconto, il romanzo hanno come termine ultimo la morte, anche quando non viene inscenata, anche quando non viene raccontata: \u00e8 insito nel raccontare il morire, \u00e8 insisto nello scrivere un romanzo che infine esso si concluda. Anche dietro il famigerato \u201cvissero felici e contenti\u201d si nascondono lontane e, infine, ben visibili nell\u2019ombra, la vecchiezza e la morte; anche quando leggiamo dei bei pargoli paffuti e sani di Renzo e Lucia intravediamo &#8211; dietro tutta la loro bonomia, la loro presunta pacificazione &#8211; la fine di tutto. <\/em><br \/>\n<em>Il lettore di romanzi (e questo avviene a prescindere dalla qualit\u00e0 del romanzo, anzi \u00e8 questa una caratteristica di questo non-genere) ha la possibilit\u00e0 di provare su di s\u00e9, perch\u00e9 il romanzo \u00e8 una esperienza di mimesi, tutte le diverse gamme della mortalit\u00e0: dalla nascita, di cui il lettore, come tutti, ha un ricordo vago e pressoch\u00e9 indotto, alla vita di ogni giorno, nelle sue declinazioni pi\u00f9 astruse e impensabili (pu\u00f2 svegliarsi scarafaggio, molle donna piena di seme adagiata su di letto, oppure Dio), fino alla morte, che di ogni cosa del mondo che ignoriamo e pi\u00f9 desideriamo comprendere.<\/em><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><a href=\"https:\/\/www.massimilianocitta.it\/blog\/wp-content\/uploads\/2022\/06\/paolin3.jpg\"><img decoding=\"async\" class=\"aligncenter size-full wp-image-5854\" src=\"https:\/\/www.massimilianocitta.it\/blog\/wp-content\/uploads\/2022\/06\/paolin3.jpg\" alt=\"\" width=\"140\" height=\"197\"><\/a><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>C&#8217;\u00e8 stato, nel suo percorso di vita, netto e distinto, un momento di scelta in cui ha affermato a s\u00e9 stesso &#8220;devo scrivere?&#8221;<\/strong><br \/>\n<em>Io me lo dico ogni giorno, ma il mio \u201cdovere\u201d non \u00e8 legato a una vocazione. Mi pare che &#8211; in chi lo pronunci &#8211; \u201cdevo scrivere\u201d sottintenda una frase pi\u00f9 complessa del tipo \u201cio sono nato per\u201d, \u201cio non posso fare altro che\u201d, in questo senso \u201cdovere\u201d cela in s\u00e9 concetti come \u201cdestino\u201d, \u201cvocazione\u201d. Il mio \u201cdevo\u201d non condivide nulla di questo orizzonte; il mio devo \u00e8 pi\u00f9 un \u201cmi forzo\u201d, un \u201csono riluttante ma lo faccio ugualmente\u201d, il mio \u201cdevo\u201d suona pi\u00f9 come un \u201cse proprio devo farlo\u201d: \u00e8 una forzatura \u00e8 l\u2019esatto opposto di una vocazione, ovvero \u00e8 una ostilit\u00e0: il fare qualcosa che pare non essere per te; io non mi sento portato a scrivere, ma (vedi la risposta alla prima domanda) qualcosa scatta, una frase intelligibile si mostra alla mia mente, e io devo ragionare intorno a quel periodo.<\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Lo stile \u00e8 un passaggio che ciascun autore percorre, pu\u00f2 in qualche modo divenire un vincolo?<\/strong><br \/>\n<em>L\u2019uomo \u00e8 il risultato di vincoli culturali, sociali, legali, privati etc etc. Perch\u00e9 la scrittura dovrebbe sfuggire a questa legge? La scrittura \u00e8 un vincolo, il romanzo che \u00e8 una forma, un fenomeno, della scrittura \u00e8 un modo \u201cfinito\u201d per contenere dentro di s\u00e9 \u201cl\u2019infinita variet\u00e0 della realt\u00e0\u201d. Una ventina di lettere o poco pi\u00f9, una manciata di regole di ordine della frase, qualche regola sintattica e di grammatica, questo \u00e8 scrivere. Lo stile di uno scrittore, ovvero i suoi tic linguistici, le sue scelte narratologiche (prima o terza?), le sue scelte ideologiche (trama Vs lingua), le sue scelte di immaginario, fino ad arrivare all\u2019ordine del discorso (ovvero al modo con cui la storia appare infine al lettore) sono il risultato di un vincolo, che permette all\u2019uomo di scrivere, e a sua volta l\u2019elenco rappresenta un vincolo anche per chi legge; rovesciando un luogo comune, la letteratura \u00e8 intrattenimento ovvero un tenere dentro, un legare con la malia delle parole il lettore alla storia, farlo prigioniero e non rilasciarlo mai pi\u00f9.<\/em><\/p>\n<p><a href=\"https:\/\/www.massimilianocitta.it\/blog\/wp-content\/uploads\/2022\/06\/paolin1.jpg\"><img decoding=\"async\" class=\"aligncenter size-full wp-image-5855\" src=\"https:\/\/www.massimilianocitta.it\/blog\/wp-content\/uploads\/2022\/06\/paolin1.jpg\" alt=\"\" width=\"200\" height=\"293\"><\/a><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>In quale misura crede che la letteratura oggi riesca ad incidere nella societ\u00e0 e con quale forza lo scrivere costituisca un gesto politico?<\/strong><br \/>\n<em>Non ho idea di quale ruolo abbia lo scrittore nella societ\u00e0 odierna, potrei provare a dire quelle 4 robe che ti insegnano all&#8217;universit\u00e0, i cortigiani del rinascimento, Parini, l\u2019illuminismo francese, l\u2019Inghilterra del settecento, il romanticismo, tutta la storia dell\u2019aureola perduta nel fango di Baudelaire etc etc, ma ci sono critici, scrittori e filosofi a cui puoi rivolgere questa domanda con maggiore speranza di ottenere una risposta decente. Per quanto riguarda la mia esistenza, invece, posso dire che la letteratura non ha cambiato molto, non vengo percepito n\u00e9 come un privilegiato n\u00e9 come un disagiato, scrivo libri, li pubblico, alcuni hanno avuto un discreto successo, etc etc, ma a livello di comprensione di ci\u00f2 che \u201cio sono\u201d non \u00e8 cambiato nulla, o meglio, ora che ci penso, se avessi fatto il ragioniere o l\u2019ingegnere come volevano i miei forse ora non sarei qua a scrivere le parole che ti sto digitando e quindi forse in qualcosa la scrittura ha inciso; debbo, infine, confessarti che non ho idea se in qualche modo ci\u00f2 che scrivo abbia prodotto delle decisioni, delle scelte, dei cambiamenti in chi mi ha letto, in chi ha seguito i miei corsi, o nei miei alunni: dovresti chiedere a loro. Per rispondere alla seconda parte della domanda vorrei usare una poesia di Fortini Traducendo Brecht, che io amo particolarmente, e di tanto in tanto mi vado a rileggere (sarebbe bello dire che me la ripeto mentalmente, ma ecco ho pessima memoria). A colpirmi \u00e8 sempre la chiusa della lirica: \u201cNulla \u00e8 sicuro, ma scrivi\u201d. Provo a spiegare perch\u00e9. La lirica si apre con la descrizione di un temporale, una vera tempesta che si abbatte sulla citt\u00e0, a me pare questa proprio una riminiscenza della montaliana \u201cbufera\u201d, e in questo turbinio in cui \u201cgli oppressi\u201d sono \u201coppressi e tranquilli\u201d e gli \u201coppressori tranquilli parlano al telefono\u201d, l\u2019autore, infine, crede \u201cdi non sapere di chi sia la colpa\u201d. Lo scrittore, pi\u00f9 che mai oggi, \u00e8 in questo stato di difficolt\u00e0, come escluso, lasciato da parte, mentre vede bufere, guerre, distruzioni, oppressi e oppressori scivolargli intorno, di lato, in una confusione e rimescolio che lo lascia senza capacit\u00e0 di giudizio: un disagio, ad esempio, che si \u00e8 mostrato visibile in questi mesi di guerra, coagulandosi in uno scontro semplificazione Vs complessit\u00e0, che se uno ci presta un po\u2019 di attenzione, si dovrebbe dire che gi\u00e0 porre un problema come un aut aut \u2013 o semplificazione o complessit\u00e0 \u2013 significa che stai semplificando, anche se la semplificazione non \u00e8 un male, ma lo diventa quando si tramuta in \u201csemplicismo\u201d, ovvero quando si perde lo sguardo di profondit\u00e0; ecco il disagio attuale dell\u2019intellettuale potremmo definirlo come la difficolt\u00e0 di esprimere in questa era \u201csintaticcamente lineare\u201d un discorso \u201carticolato\u201d. Tornando a Fortini, lo scrittore che giudica, lo scrittore che indica, lo scrittore a cui chiediamo di mostrarci qualcosa di \u201cnuovo\u201d, lascia lo spazio a chi decide di \u201cscrivere il suo nome\u201d tra quello dei \u201cnemici\u201d, che si lascia travolgere dal temporale. Solo cos\u00ec si possono, infine, sentire i versi della chiusa: in questa totale indeterminatezza, in questo momento storico cos\u00ec difficile e incomprensibile, in questa scelta di auto-esclusione e di autoaccusa, dove niente \u00e8 sicuro, dove niente \u00e8 simile a ci\u00f2 che \u00e8 stato, ecco che compare l\u2019unica cosa che uno scrittore fa: scrivere. Il gesto politico, ridotto all\u2019osso, di uno scrittore \u00e8 scrivere, \u00e8 l\u2019opera, lo scrittore non incide in nessun modo nella societ\u00e0 se non perch\u00e9 ha scritto un\u2019opera (forse un&#8217;inconscia reminiscenza del Livre di Mallarm\u00e9?): non conta neppure cosa dica, di cosa tratti, di cosa o di quale ideologia si ammanti, ma il fatto che l\u2019abbia scritta, nonostante tutto, \u00e8 quello il suo gesto e la sua unica forma di partecipazione.<\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">[the_ad_placement id=&#8221;spot&#8221;]<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>L&#8217;ospite di &#8220;Cinque domande, uno stile&#8221; \u00e8 Demetrio Paolin. Scrittore e docente, ha pubblicato opere di saggistica e narrativa e collaborato con varie testate giornalistiche, tra cui &#8220;Il Corriere della sera&#8221; e &#8220;Il Manifesto&#8221;. Ricordiamo i romanzi &#8220;Il mio nome \u00e8 Legione&#8221; (2009, Transeuropa), &#8220;Conforme alla gloria&#8221; (2016, Voland) e &#8220;Anatomia di un profeta&#8221; (2020, Voland). &nbsp; Quando accade, quando un&#8217;idea, l&#8217;Idea, giunge e prende forma, si rappresenta nel suo immaginario, pronta ad essere modellata per diventare una storia, che sensazione si prova? \u00c8 una domanda bizzarra, perch\u00e9 \u00e8 qualcosa a cui non faccio mai caso. Non ho ben chiaro come l\u2019idea per un romanzo, per un saggio, per un racconto \u2013 anzi quello lo so, di solito le idee dei racconti mi vengono perch\u00e9 qualcuno mi chiede di scriverne uno, altrimenti non sono autore di racconti \u2013 mi arrivino. Ipotizzo che\u2026 mi debbo fermare perch\u00e9 forse nell\u2019ipotizzare gi\u00e0 sono dentro la narrazione, e quindi questa non \u00e8 pi\u00f9 una risposta, ma una sorta di breve finzione, di un come se, di un facciamo finta che ti dica che di solito sto camminando, facendo la spesa, mangiando un gelato o bevendo una birra, e in quel momento qualcosa si fa spazio nella mia mente: un oggetto (poche volte) &#8211; una figura umana (meno) &#8211; una parola (quasi sempre) &#8211; una frase (MEGLIO) incomincia a ripetersi nella testa: vedo le parole formarsi davanti ai miei occhi, cos\u00ec inizio a chiedermi perch\u00e9 questa frase?, cosa vuole da me?. perch\u00e9 il mio cervello mentre mi bevevo una birra o mangiavo la pizza o giocavo con il gatto ha elaborato una frase che mi tormenta e mi ossessiona? Cosa nasconde quella frase, quale idea? Di solito ho la sensazione, quando scrivo, di non dover uscire dal perimetro tracciato da quella frase: la sensazione \u00e8 che devo stare l\u00ec, che bisogna avere il proprio spazio, tempo, un muro bianco davanti con poche immagini: io ho una icona russa della Madonna, un\u2019altra greca che ritrae San Demetrio, e un Crocifisso in legno, niente altro. Devo essere solo con le parole, ci deve essere silenzio. Non ci deve essere nessuno. Io e il pc. Non scrivo su quaderni, non scrivo romanzi al bar, non ci riesco, invidio chi lo fa, ma io ho bisogno di nessuno intorno. Le parole, la mia cura deve essere per loro, per nessuna altra cosa al mondo per il tempo che dedico a loro. Se debbo definire questo mio atteggiamento con due parole, direi ossessione e sociopatia, ma entrambe ben temperate e nascoste, con un grado di impostura sufficiente da permettermi di stare nel mondo con serenit\u00e0. Nessuno sa che hai il fucile sotto il letto, ma \u00e8 cos\u00ec sempre, vai avanti, scrivi, cancelli riscrivi, cancelli, salvi, scrivi, cancelli, riscrivi, cancelli, continui per le volte che ti servono per comprendere che hai finito; quindi inizia il resto della trafila, ma \u00e8 tutto pi\u00f9 prosaico: mandi, qualcuno legge, a qualcuno piace poco, a qualcuno di pi\u00f9, ti pubblicano, vai a fare le presentazioni, applausi critiche, qualche premio e quando arrivi a casa, ti dici: &#8211; Tutto questo perch\u00e9 quella volta mentre accarezzavo il gatto ho pensato: \u201cOra scrivo un romanzo su un bambino che si suicida\u2026.\u201d. La consapevolezza che la parola appena scritta costituisca la conclusione di un racconto \u00e8 evidente o necessaria? Scriviamo storie per mettere la parola fine; \u00e8 una cosa che pu\u00f2 essere fatta solo con il racconto, inizi una storia, la porti avanti per il tempo che ti serve per costruire il mondo, i rapporti, gli affetti, i desideri e i bisogni dei tuoi personaggi e poi, quando tutto \u00e8 logicamente nel posto che tu hai stabilito debba essere, decidi che \u00e8 finita, chiusa. Il racconto, il romanzo hanno come termine ultimo la morte, anche quando non viene inscenata, anche quando non viene raccontata: \u00e8 insito nel raccontare il morire, \u00e8 insisto nello scrivere un romanzo che infine esso si concluda. Anche dietro il famigerato \u201cvissero felici e contenti\u201d si nascondono lontane e, infine, ben visibili nell\u2019ombra, la vecchiezza e la morte; anche quando leggiamo dei bei pargoli paffuti e sani di Renzo e Lucia intravediamo &#8211; dietro tutta la loro bonomia, la loro presunta pacificazione &#8211; la fine di tutto. Il lettore di romanzi (e questo avviene a prescindere dalla qualit\u00e0 del romanzo, anzi \u00e8 questa una caratteristica di questo non-genere) ha la possibilit\u00e0 di provare su di s\u00e9, perch\u00e9 il romanzo \u00e8 una esperienza di mimesi, tutte le diverse gamme della mortalit\u00e0: dalla nascita, di cui il lettore, come tutti, ha un ricordo vago e pressoch\u00e9 indotto, alla vita di ogni giorno, nelle sue declinazioni pi\u00f9 astruse e impensabili (pu\u00f2 svegliarsi scarafaggio, molle donna piena di seme adagiata su di letto, oppure Dio), fino alla morte, che di ogni cosa del mondo che ignoriamo e pi\u00f9 desideriamo comprendere. &nbsp; C&#8217;\u00e8 stato, nel suo percorso di vita, netto e distinto, un momento di scelta in cui ha affermato a s\u00e9 stesso &#8220;devo scrivere?&#8221; Io me lo dico ogni giorno, ma il mio \u201cdovere\u201d non \u00e8 legato a una vocazione. Mi pare che &#8211; in chi lo pronunci &#8211; \u201cdevo scrivere\u201d sottintenda una frase pi\u00f9 complessa del tipo \u201cio sono nato per\u201d, \u201cio non posso fare altro che\u201d, in questo senso \u201cdovere\u201d cela in s\u00e9 concetti come \u201cdestino\u201d, \u201cvocazione\u201d. Il mio \u201cdevo\u201d non condivide nulla di questo orizzonte; il mio devo \u00e8 pi\u00f9 un \u201cmi forzo\u201d, un \u201csono riluttante ma lo faccio ugualmente\u201d, il mio \u201cdevo\u201d suona pi\u00f9 come un \u201cse proprio devo farlo\u201d: \u00e8 una forzatura \u00e8 l\u2019esatto opposto di una vocazione, ovvero \u00e8 una ostilit\u00e0: il fare qualcosa che pare non essere per te; io non mi sento portato a scrivere, ma (vedi la risposta alla prima domanda) qualcosa scatta, una frase intelligibile si mostra alla mia mente, e io devo ragionare intorno a quel periodo. Lo stile \u00e8 un passaggio che ciascun autore percorre, pu\u00f2 in qualche modo divenire un vincolo? L\u2019uomo \u00e8 il risultato di vincoli culturali, sociali, legali, privati etc etc. Perch\u00e9 la scrittura dovrebbe sfuggire a questa legge? La scrittura \u00e8 un vincolo, il romanzo che \u00e8 una forma, un fenomeno, della scrittura \u00e8 un modo \u201cfinito\u201d per contenere dentro di s\u00e9 \u201cl\u2019infinita variet\u00e0 della realt\u00e0\u201d. Una ventina di lettere o poco pi\u00f9, una manciata di regole di ordine della frase, qualche regola sintattica e di grammatica, questo \u00e8 scrivere. Lo stile di uno scrittore, ovvero i suoi tic linguistici, le sue scelte narratologiche (prima o terza?), le sue scelte ideologiche (trama Vs lingua), le sue scelte di immaginario, fino ad arrivare all\u2019ordine del discorso (ovvero al modo con cui la storia appare infine al lettore) sono il risultato di un vincolo, che permette all\u2019uomo di scrivere, e a sua volta l\u2019elenco rappresenta un vincolo anche per chi legge; rovesciando un luogo comune, la letteratura \u00e8 intrattenimento ovvero un tenere dentro, un legare con la malia delle parole il lettore alla storia, farlo prigioniero e non rilasciarlo mai pi\u00f9. In quale misura crede che la letteratura oggi riesca ad incidere nella societ\u00e0 e con quale forza lo scrivere costituisca un gesto politico? Non ho idea di quale ruolo abbia lo scrittore nella societ\u00e0 odierna, potrei provare a dire quelle 4 robe che ti insegnano all&#8217;universit\u00e0, i cortigiani del rinascimento, Parini, l\u2019illuminismo francese, l\u2019Inghilterra del settecento, il romanticismo, tutta la storia dell\u2019aureola perduta nel fango di Baudelaire etc etc, ma ci sono critici, scrittori e filosofi a cui puoi rivolgere questa domanda con maggiore speranza di ottenere una risposta decente. Per quanto riguarda la mia esistenza, invece, posso dire che la letteratura non ha cambiato molto, non vengo percepito n\u00e9 come un privilegiato n\u00e9 come un disagiato, scrivo libri, li pubblico, alcuni hanno avuto un discreto successo, etc etc, ma a livello di comprensione di ci\u00f2 che \u201cio sono\u201d non \u00e8 cambiato nulla, o meglio, ora che ci penso, se avessi fatto il ragioniere o l\u2019ingegnere come volevano i miei forse ora non sarei qua a scrivere le parole che ti sto digitando e quindi forse in qualcosa la scrittura ha inciso; debbo, infine, confessarti che non ho idea se in qualche modo ci\u00f2 che scrivo abbia prodotto delle decisioni, delle scelte, dei cambiamenti in chi mi ha letto, in chi ha seguito i miei corsi, o nei miei alunni: dovresti chiedere a loro. Per rispondere alla seconda parte della domanda vorrei usare una poesia di Fortini Traducendo Brecht, che io amo particolarmente, e di tanto in tanto mi vado a rileggere (sarebbe bello dire che me la ripeto mentalmente, ma ecco ho pessima memoria). A colpirmi \u00e8 sempre la chiusa della lirica: \u201cNulla \u00e8 sicuro, ma scrivi\u201d. Provo a spiegare perch\u00e9. La lirica si apre con la descrizione di un temporale, una vera tempesta che si abbatte sulla citt\u00e0, a me pare questa proprio una riminiscenza della montaliana \u201cbufera\u201d, e in questo turbinio in cui \u201cgli oppressi\u201d sono \u201coppressi e tranquilli\u201d e gli \u201coppressori tranquilli parlano al telefono\u201d, l\u2019autore, infine, crede \u201cdi non sapere di chi sia la colpa\u201d. Lo scrittore, pi\u00f9 che mai oggi, \u00e8 in questo stato di difficolt\u00e0, come escluso, lasciato da parte, mentre vede bufere, guerre, distruzioni, oppressi e oppressori scivolargli intorno, di lato, in una confusione e rimescolio che lo lascia senza capacit\u00e0 di giudizio: un disagio, ad esempio, che si \u00e8 mostrato visibile in questi mesi di guerra, coagulandosi in uno scontro semplificazione Vs complessit\u00e0, che se uno ci presta un po\u2019 di attenzione, si dovrebbe dire che gi\u00e0 porre un problema come un aut aut \u2013 o semplificazione o complessit\u00e0 \u2013 significa che stai semplificando, anche se la semplificazione non \u00e8 un male, ma lo diventa quando si tramuta in \u201csemplicismo\u201d, ovvero quando si perde lo sguardo di profondit\u00e0; ecco il disagio attuale dell\u2019intellettuale potremmo definirlo come la difficolt\u00e0 di esprimere in questa era \u201csintaticcamente lineare\u201d un discorso \u201carticolato\u201d. Tornando a Fortini, lo scrittore che giudica, lo scrittore che indica, lo scrittore a cui chiediamo di mostrarci qualcosa di \u201cnuovo\u201d, lascia lo spazio a chi decide di \u201cscrivere il suo nome\u201d tra quello dei \u201cnemici\u201d, che si lascia travolgere dal temporale. Solo cos\u00ec si possono, infine, sentire i versi della chiusa: in questa totale indeterminatezza, in questo momento storico cos\u00ec difficile e incomprensibile, in questa scelta di auto-esclusione e di autoaccusa, dove niente \u00e8 sicuro, dove niente \u00e8 simile a ci\u00f2 che \u00e8 stato, ecco che compare l\u2019unica cosa che uno scrittore fa: scrivere. Il gesto politico, ridotto all\u2019osso, di uno scrittore \u00e8 scrivere, \u00e8 l\u2019opera, lo scrittore non incide in nessun modo nella societ\u00e0 se non perch\u00e9 ha scritto un\u2019opera (forse un&#8217;inconscia reminiscenza del Livre di Mallarm\u00e9?): non conta neppure cosa dica, di cosa tratti, di cosa o di quale ideologia si ammanti, ma il fatto che l\u2019abbia scritta, nonostante tutto, \u00e8 quello il suo gesto e la sua unica forma di partecipazione. 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