{"id":6032,"date":"2022-11-17T18:34:33","date_gmt":"2022-11-17T17:34:33","guid":{"rendered":"https:\/\/www.massimilianocitta.it\/blog\/?p=6032"},"modified":"2023-04-20T10:15:11","modified_gmt":"2023-04-20T08:15:11","slug":"karibu-di-tilotta-e-fazzi","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.massimilianocitta.it\/blog\/karibu-di-tilotta-e-fazzi\/","title":{"rendered":"Karib\u00f9 di Tilotta e Fazzi"},"content":{"rendered":"<p style=\"text-align: justify;\">La rubrica &#8220;Avanscoperta&#8221; ospita oggi Lidia Tilotta che racconta del suo ultimo libro &#8220;Karib\u00f9. Lo Zambia, una donna, una grande avventura&#8221; scritto insieme a Cristina Fazzi per Infinito Edizioni. (\u20ac 16,00 &#8211; pp. 160).<\/p>\n<p><a href=\"https:\/\/www.massimilianocitta.it\/blog\/wp-content\/uploads\/2022\/11\/karibu.jpg\"><img decoding=\"async\" class=\"aligncenter size-medium wp-image-6033\" src=\"https:\/\/www.massimilianocitta.it\/blog\/wp-content\/uploads\/2022\/11\/karibu-202x300.jpg\" alt=\"\" width=\"202\" height=\"300\" srcset=\"https:\/\/www.massimilianocitta.it\/blog\/wp-content\/uploads\/2022\/11\/karibu-202x300.jpg 202w, https:\/\/www.massimilianocitta.it\/blog\/wp-content\/uploads\/2022\/11\/karibu.jpg 536w\" sizes=\"(max-width: 202px) 100vw, 202px\" \/><\/a><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Mettersi dalla parte dell\u2019altro. Essere la voce dell\u2019altro. \u00c8 la sintesi di una scelta cominciata nel 2016 con \u201cLacrime di Sale\u201d e che prosegue oggi con \u201cKar\u00ecbu\u201d.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Scomparire nella scrittura per dare forza, corpo e spazio assoluto ai protagonisti. Protagonisti dalle storie a tratti incredibili ma vere, nel senso pi\u00f9 puro del termine.<br \/>\nCreare strumenti per raccontare, per far comprendere, per innescare un confronto non virtuale ma fisico, fatto di sguardi, gesti, condivisione di emozioni e anche di indignazione.<br \/>\nIn \u201cLacrime di Sale\u201d con Pietro Bartolo abbiamo raccontato la sua storia di medico di Lampedusa che ha soccorso migliaia di persone arrivate sull\u2019isola per cercare una vita degna di questo nome. Volevamo dare voce alle storie di uomini, donne e bambini che voce non hanno.<br \/>\nQuel libro \u00e8 diventato il mezzo per squarciare muri fatti di propaganda, discorsi d\u2019odio e false notizie. Per incontrare giovani e meno giovani in giro per l\u2019Italia e sentirsi dire, sempre, \u201cnon pensavamo che fosse cosi\u201d.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Kar\u00ecbu \u00e8 la naturale prosecuzione di quel percorso. Stavolta a raccontare in prima persona la sua straordinaria vita \u00e8 Cristina Fazzi, medico di Enna che da 22 anni vive in Zambia.<br \/>\nUna donna che ha ribaltato il concetto di \u201caiutiamoli a casa loro\u201d perch\u00e9, ad esempio, insegna alle mamme a coltivare il cibo che serve a nutrire i propri figli. Perch\u00e9 fornisce strumenti, non beni preconfezionati. Perch\u00e9 lavora con chi in quel posto ci vive e non \u00e8 arrivata a calare dall\u2019alto saperi e conoscenze. Una donna che da single si \u00e8 battuta in Italia per tre lunghi anni per avere riconosciuta l\u2019adozione zambiana di suo figlio Joseph. Una donna che di figli non adottabili a casa ne ha altri sette, ognuno nato da un incontro spesso doloroso. Cristina \u00e8 madre. Lo \u00e8 pienamente. E\u2019 donna passionale e determinata e il racconto dei suoi ventidue anni zambiani \u00e8 denso. Fatto di momenti difficili in una foresta che sa essere tanto struggente quanto piena di pericoli. Fatto di rabbia maturata nelle baraccopoli, \u201c<em>non luoghi<\/em>\u201d dove i bambini raccolgono dai rivoli fangosi l\u2019acqua piovana mista ai liquami. \u201c<em>Sono partita per caso ma sono rimasta per aver detto troppe volte non \u00e8 giusto<\/em>\u201d dice Cristina. Lei che continua a vedere i bambini morire di fame, lei che si batte perch\u00e9 le mamme non muoiano di parto continuamente. La sua energia e la sua tenacia sono contagiose e travolgenti.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Anche Kar\u00ecbu \u00e8 uno strumento. Per raccontare, ancora una volta, nelle scuole e in tutti i luoghi possibili cosa c\u2019\u00e8 oltre le nostre \u201cbolle\u201d. Raccontare, parlare, incontrare, \u00e8 molto pi\u00f9 faticoso che chattare, digitare, comunicare a distanza sui social media. L\u2019effetto, per\u00f2, \u00e8 meraviglioso. E\u2019 come riuscire ad aprire a mani nude una barriera fatta di pietre e malta fino a sfondarla. Sono occhi che guardano occhi. Volti che si interrogano, si emozionano, escono dalla bolla.<br \/>\nKar\u00ecbu, nella lingua bemba, la pi\u00f9 parlata in Zambia, vuol dire benvenuto. Benvenuti in tante cose ma soprattutto nell\u2019idea. Quella che da utopica pu\u00f2 diventare reale. L\u2019idea che i diritti umani e civili debbano essere difesi sempre. L\u2019dea che non esistono esseri umani di serie A e di serie B ma solo persone che hanno diritto alle stesse opportunit\u00e0 di vita.<br \/>\nHo scelto di essere la voce dell\u2019altro, di mettere la mia scrittura al servizio di storie che vanno narrate perch\u00e9 ci raccontano un\u2019altra storia. Storie che da particolari diventano universali. Che ci consegnano una \u201ccontronarrazione\u201d e ci permettono di allargare i nostri orizzonti, di guardare cosa c\u2019\u00e8 oltre il nostro vissuto quotidiano.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Non \u00e8 affatto semplice ma \u00e8, oggi pi\u00f9 che mai, urgente e necessario.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><em>\u201cHo visto bambini che per riempire lo stomaco hanno mangiato pietre, insetti, larve. Ho visto e continuo a vedere la fame, quella vera. Per questo non sopporto quando diciamo senza pensarci: \u201cSto morendo di fame\u201d. Il fatto che in Zambia ci siano tanti, troppi bambini che soffrono la fame, e che per questo possono arrivare alla morte, mi ha sempre impressionato\u201d.<\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><em>\u201c&#8230;Un\u2019altra volta andai a visitare una mia piccola paziente disabile. La notte precedente aveva piovuto tanto e la melma del fango misto ai liquami nauseabondi invadeva le \u201cnon-strade\u201d che collegavano gli ammassi di casupole. C\u2019era una grandissima fila di bambini con in mano bacinelle, bottiglie e contenitori di ogni genere. Mi incuriosii e andai a vedere cosa aspettassero quei bimbi in coda.<\/em><br \/>\n<em>C\u2019era un solco dentro cui scorrevano acqua piovana e di fogna a cielo aperto insieme. Un miscuglio marrone. I bambini la stavano raccogliendo, la ripulivano dai detriti, delle erbacce, dai tappi di bottiglia e da tutti gli scarti possibili e immaginabili e, una volta &#8216;depurata&#8217;, la versavano nelle bacinelle per poi portarla a casa e utilizzarla.<\/em><br \/>\n<em>In una baraccopoli priva d\u2019acqua corrente, nella quale non esiste un sistema fognario e non ci sono sorgenti, anche l\u2019acqua piovana lurida che scorre a terra serve per cucinare e per lavarsi. \u00c8 una scena che si ripete puntuale a ogni pioggia e anche se l\u2019ho vista tante e tante volte, non riesco mai a farci l\u2019abitudine.&#8221;<\/em><\/p>\n<p>[the_ad_placement id=&#8221;spot&#8221;]<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>La rubrica &#8220;Avanscoperta&#8221; ospita oggi Lidia Tilotta che racconta del suo ultimo libro &#8220;Karib\u00f9. Lo Zambia, una donna, una grande avventura&#8221; scritto insieme a Cristina Fazzi per Infinito Edizioni. (\u20ac 16,00 &#8211; pp. 160). Mettersi dalla parte dell\u2019altro. Essere la voce dell\u2019altro. \u00c8 la sintesi di una scelta cominciata nel 2016 con \u201cLacrime di Sale\u201d e che prosegue oggi con \u201cKar\u00ecbu\u201d. Scomparire nella scrittura per dare forza, corpo e spazio assoluto ai protagonisti. Protagonisti dalle storie a tratti incredibili ma vere, nel senso pi\u00f9 puro del termine. Creare strumenti per raccontare, per far comprendere, per innescare un confronto non virtuale ma fisico, fatto di sguardi, gesti, condivisione di emozioni e anche di indignazione. In \u201cLacrime di Sale\u201d con Pietro Bartolo abbiamo raccontato la sua storia di medico di Lampedusa che ha soccorso migliaia di persone arrivate sull\u2019isola per cercare una vita degna di questo nome. Volevamo dare voce alle storie di uomini, donne e bambini che voce non hanno. Quel libro \u00e8 diventato il mezzo per squarciare muri fatti di propaganda, discorsi d\u2019odio e false notizie. Per incontrare giovani e meno giovani in giro per l\u2019Italia e sentirsi dire, sempre, \u201cnon pensavamo che fosse cosi\u201d. Kar\u00ecbu \u00e8 la naturale prosecuzione di quel percorso. Stavolta a raccontare in prima persona la sua straordinaria vita \u00e8 Cristina Fazzi, medico di Enna che da 22 anni vive in Zambia. Una donna che ha ribaltato il concetto di \u201caiutiamoli a casa loro\u201d perch\u00e9, ad esempio, insegna alle mamme a coltivare il cibo che serve a nutrire i propri figli. Perch\u00e9 fornisce strumenti, non beni preconfezionati. Perch\u00e9 lavora con chi in quel posto ci vive e non \u00e8 arrivata a calare dall\u2019alto saperi e conoscenze. Una donna che da single si \u00e8 battuta in Italia per tre lunghi anni per avere riconosciuta l\u2019adozione zambiana di suo figlio Joseph. Una donna che di figli non adottabili a casa ne ha altri sette, ognuno nato da un incontro spesso doloroso. Cristina \u00e8 madre. Lo \u00e8 pienamente. E\u2019 donna passionale e determinata e il racconto dei suoi ventidue anni zambiani \u00e8 denso. Fatto di momenti difficili in una foresta che sa essere tanto struggente quanto piena di pericoli. Fatto di rabbia maturata nelle baraccopoli, \u201cnon luoghi\u201d dove i bambini raccolgono dai rivoli fangosi l\u2019acqua piovana mista ai liquami. \u201cSono partita per caso ma sono rimasta per aver detto troppe volte non \u00e8 giusto\u201d dice Cristina. Lei che continua a vedere i bambini morire di fame, lei che si batte perch\u00e9 le mamme non muoiano di parto continuamente. La sua energia e la sua tenacia sono contagiose e travolgenti. Anche Kar\u00ecbu \u00e8 uno strumento. Per raccontare, ancora una volta, nelle scuole e in tutti i luoghi possibili cosa c\u2019\u00e8 oltre le nostre \u201cbolle\u201d. Raccontare, parlare, incontrare, \u00e8 molto pi\u00f9 faticoso che chattare, digitare, comunicare a distanza sui social media. L\u2019effetto, per\u00f2, \u00e8 meraviglioso. E\u2019 come riuscire ad aprire a mani nude una barriera fatta di pietre e malta fino a sfondarla. Sono occhi che guardano occhi. Volti che si interrogano, si emozionano, escono dalla bolla. Kar\u00ecbu, nella lingua bemba, la pi\u00f9 parlata in Zambia, vuol dire benvenuto. Benvenuti in tante cose ma soprattutto nell\u2019idea. Quella che da utopica pu\u00f2 diventare reale. L\u2019idea che i diritti umani e civili debbano essere difesi sempre. L\u2019dea che non esistono esseri umani di serie A e di serie B ma solo persone che hanno diritto alle stesse opportunit\u00e0 di vita. Ho scelto di essere la voce dell\u2019altro, di mettere la mia scrittura al servizio di storie che vanno narrate perch\u00e9 ci raccontano un\u2019altra storia. Storie che da particolari diventano universali. Che ci consegnano una \u201ccontronarrazione\u201d e ci permettono di allargare i nostri orizzonti, di guardare cosa c\u2019\u00e8 oltre il nostro vissuto quotidiano. 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