{"id":61,"date":"2010-12-14T16:09:17","date_gmt":"2010-12-14T15:09:17","guid":{"rendered":"http:\/\/vagabondoebbro.altervista.org\/blog\/?p=61"},"modified":"2020-11-14T20:14:22","modified_gmt":"2020-11-14T19:14:22","slug":"holiday","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.massimilianocitta.it\/blog\/holiday\/","title":{"rendered":"Eleonor e le gardenie"},"content":{"rendered":"<p><a href=\"http:\/\/www.massimilianocitta.it\/blog\/wp-content\/uploads\/2010\/12\/billie.jpeg\"><img decoding=\"async\" src=\"http:\/\/www.massimilianocitta.it\/blog\/wp-content\/uploads\/2010\/12\/billie.jpeg\" alt=\"\" width=\"275\" height=\"183\" class=\"aligncenter size-full wp-image-5227\" \/><\/a><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Ed eccomi nuovamente qui. Ancora una volta. Mai abbastanza. Per quanto si possa dire mai pi\u00f9, non avrai la certezza di chiudere. Di darci un taglio. Di voltare pagina una buona volta. Non \u00e8 cos\u00ec che vanno le cose quando ti ritrovi a dipendere. Accade con le persone, con i ricordi, con quello che ci ostiniamo in maniera patetica a chiamare emozioni. Con la roba. Non \u00e8 come quando al mattino ti alzi e dici mi va di farmi un toast, ed ecco bell&#8217;e pronto in pochi minuti, o magari dici preferisco sorbirmi un bel caff\u00e8latte, pentolino sul fuoco latte quanto basta e un goccio di caff\u00e8 memoria dell&#8217;altro ieri. Sul fuoco ti ritrovi tu, e poco per restare memoria. Non \u00e8 cos\u00ec semplice, non lo \u00e8 affatto.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Smettere.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Ch\u00e9 in fin dei conti tu pensi di farlo, e ci riesci anche. Giorni, settimane, mesi. Perfino anni, e poi d&#8217;improvviso, come un temporale ad agosto rieccoti l\u00ec. In una surreale e grottesca questua. Racimoli ogni spicciolo, ti frughi lungo le tasche del nuovo cappotto alla moda che hai trovato nel tuo gi\u00e0 ricco guardaroba e via. Poi finisci di cercare spiccioli, ch\u00e9 sai di non averne pi\u00f9. Ed inizi ad elemosinare tra la gente che ti circonda, chiedendo a quelli che pensi ti possano voler bene.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">A quelli che t&#8217;amano.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">E talvolta nei rari momenti di lucidit\u00e0, quando sei presente a te stessa, finisci per chiederti stupidamente come una bimba di fronte l&#8217;esistenza di babbo natale, ma m&#8217;amano davvero? Tutti in fila, davvero m&#8217;amano? E poi, con un sorrisetto che non saprei definire concludi che s\u00ec. T&#8217;amano. T&#8217;amano fino a tal punto da fornirti da s\u00e9 di roba. Ti riempiono come un tacchino farcito e tu sei bell&#8217;e contenta. Fino alla prossima dose. Io ho smesso, e poi ripreso. Adesso sono qui. Con la profonda convinzione di sapere che \u00e8 l&#8217;ultima volta. L&#8217;ultima volta che ci casco. Ma anche prima, prima che finissi in questa lettiga d&#8217;ospedale m&#8217;ero ripromessa la stessa cosa. Le mie promesse non valgono granch\u00e9, me ne rendo conto. Mento a me stessa, anche quando non ce ne sarebbe di bisogno. <!--more-->Potrei semplicemente guardarmi allo specchio e dire la verit\u00e0. Bella le cose stanno cos\u00ec e cos\u00e0, e non \u00e8 modo per una signora, per una Lady della tua risma di comportarsi in codesta maniera e bla e bla e bla. Ma non ho affatto voglia di mirarmi allo specchio, che lo facciano gli altri, n\u00e9 ho tanto meno voglia di prendermi per il culo, lo facciano pure gli altri. Forse ho semplicemente paura, ma non ne sono certa. Paura di guardarmi negli occhi, forse. Paura di scorgere la verit\u00e0, forse. Ma non sono certa di ci\u00f2 che sarei in grado di mostrare a me stessa. Magari accade di distrarsi, di parlare con qualcuno, d&#8217;essere spensierata, conversare di banali quotidianit\u00e0, senza soffermarsi sui massimi sistemi, n\u00e9 sul lavoro, ne sul passaggio sublime di Lester, o roba del genere, magari finisco per sistemarmi un po&#8217; il trucco e senza accorgermene mi trovo a fissare lo specchio davanti a me, e i miei occhi con tutto quello che possono dire sinceramente, senza esser stati prima preparati non riescono a rimanersene in silenzio. E parlano, e dicono tanto, troppo, sfacciatamente da costringermi a pressare forti le mie mani sudate alle orecchie per non sentire quel suono opprimente.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il suono stridulo della verit\u00e0.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Che sale lento, e s&#8217;insinua dentro la mia mente. Difficilmente riesco a disfarmene. Io da sola, davanti ad uno specchio che converso con i miei occhi e come loro, scoperti e nudi, io me ne sto cos\u00ec, scoperta e nuda. Anche adesso, anche adesso qui piegata su me stessa. Piegata sulla schiena senza molta forza per la verit\u00e0 che mi permetta di sollevarmi e guardare oltre il bordo della finestra per scorgere chi diavolo sia a schiamazzare cos\u00ec allegramente di primo mattino. Piegata e senza forze. Per l&#8217;ennesima volta, ancora una volta. L&#8217;infermiera sorride, ma non \u00e8 un granch\u00e9 d&#8217;attrice, lo vedo bene. Quello l\u00ec \u00e8 un sorriso che non appena fuori dalla porta la tizia mette via, lo ripone in tasca pronto a riappiccicarselo tra i denti al prossimo ingresso. Quasi fosse una dentiera posticcia. Si vede lontano un miglio che non appartiene alla sua fisionomia, le rende il viso rugoso. Lo deforma. Lacrime e risa deformano il volto degli uomini alla stessa maniera.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Cos\u00ec come i rantoli di piacere.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Ma di quello poco posso dire. Da un bel po&#8217; me ne sto lontana. E non sono nemmeno una di quelle che si trastulla con la sua voce. Non sono una di quelle che urla ai quattro venti datemi da cantare qualsiasi cosa e lo far\u00f2.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Io devo sentirla la mia musica.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Come un maschio vigoroso dentro di me. Deve attraversarmi, ed io devo esser disposta a permetterglielo. Niente lagne meccaniche. Nulla di tutto questo.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Gli usignoli li lascio al bosco.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Quegli animaletti cos\u00ec fastidiosamente insignificanti che nulla sanno della loro voce, n\u00e9 potrebbero altrimenti. E non venitemi a raccontare che anche loro hanno un&#8217;anima. S\u00ec che forse ce l&#8217;avranno pure, il buon dio ne avr\u00e0 data una anche a loro, ma niente a che vedere col canto. Con quello che io penso sia saper cantare.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Avere consapevolezza delle cose.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">E della musica.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">E di una penetrazione completamente intima che si traduce in suono per il mondo. Ma fermo restando che quel che senti \u00e8 completamente tuo.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">E di nessun altro.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Di quel piacere intenso voi, o chi diavolo stia ad ascoltare i miei dischi, riuscite a percepire solamente il suono della mia voce. E non \u00e8 la stessa cosa.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La musica sta dentro di me. Ed io mi sforzo di piegarla, nota su nota, parola su parola per portarla docilmente alle vostre orecchie. Mai che ci sia riuscita del tutto.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Non v&#8217;\u00e8 nulla di docile nelle mie esibizioni. Nulla di piatto.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Provo a piegarla, per sfuggire a qualcosa che mamma avrebbe chiamato destino. Sguattera dei signori, madre bambina, donna mai cresciuta. Mamma e quel colore della pelle che m&#8217;ha lasciato appiccicato.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Nigger. Puttana e parole dolci del genere m&#8217;ha lasciato in eredit\u00e0.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Che se fosse soltanto per l&#8217;esser puttana non me la sarei presa tanto, lo sono stata davvero. Ho provato a tenermi su, in piedi. A quindici anni facevo la vita da un bel po&#8217;, di bianchi insoddisfatti ne girano a bizzeffe, ancora oggi. Bianchi panciuti che ti chiamano nigger per strada, e tenendo stretto il braccio della mogliettina adorata guardano con occhi sdegnati le nostre anche, come stessero al pascolo a rimirar le bestie. Ma avreste dovuto essere sotto al mio letto per sentire come ansimavano quelli l\u00ec. E zac, pochi istanti e tutto finisce. Fare la puttana per delle mezzeseghe come loro non era affatto male. Poi purtroppo venivano fuori complicazioni, come in ogni storia della nostra misera esistenza.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Ogni paradiso ha il suo inferno e giunge sempre quando meno te lo aspetti.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">E quando non sembra scorgersi all&#8217;orizzonte, magari quell&#8217;inferno ce l&#8217;hai proprio dentro. Io non mi sono fatta mancare proprio nulla a riguardo. L&#8217;inferno giungeva sempre puntuale, fuori o dentro di me. Ed ogni volta a piegarmi sulle ginocchia a piangere in qualche cella abbandonata da dio, a ripromettermi, appena esco non lo faccio pi\u00f9. Ma \u00e8 destino di chi vuole vivere mille giorni in un giorno solo quello di tormentarsi da s\u00e9.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">[28 Luglio 2010]<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">(Pubblicato nel sito Malicuvata.it)<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Ed eccomi nuovamente qui. Ancora una volta. Mai abbastanza. Per quanto si possa dire mai pi\u00f9, non avrai la certezza di chiudere. Di darci un taglio. Di voltare pagina una buona volta. Non \u00e8 cos\u00ec che vanno le cose quando ti ritrovi a dipendere. Accade con le persone, con i ricordi, con quello che ci ostiniamo in maniera patetica a chiamare emozioni. Con la roba. Non \u00e8 come quando al mattino ti alzi e dici mi va di farmi un toast, ed ecco bell&#8217;e pronto in pochi minuti, o magari dici preferisco sorbirmi un bel caff\u00e8latte, pentolino sul fuoco latte quanto basta e un goccio di caff\u00e8 memoria dell&#8217;altro ieri. Sul fuoco ti ritrovi tu, e poco per restare memoria. Non \u00e8 cos\u00ec semplice, non lo \u00e8 affatto. Smettere. Ch\u00e9 in fin dei conti tu pensi di farlo, e ci riesci anche. Giorni, settimane, mesi. Perfino anni, e poi d&#8217;improvviso, come un temporale ad agosto rieccoti l\u00ec. In una surreale e grottesca questua. Racimoli ogni spicciolo, ti frughi lungo le tasche del nuovo cappotto alla moda che hai trovato nel tuo gi\u00e0 ricco guardaroba e via. Poi finisci di cercare spiccioli, ch\u00e9 sai di non averne pi\u00f9. Ed inizi ad elemosinare tra la gente che ti circonda, chiedendo a quelli che pensi ti possano voler bene. A quelli che t&#8217;amano. E talvolta nei rari momenti di lucidit\u00e0, quando sei presente a te stessa, finisci per chiederti stupidamente come una bimba di fronte l&#8217;esistenza di babbo natale, ma m&#8217;amano davvero? Tutti in fila, davvero m&#8217;amano? E poi, con un sorrisetto che non saprei definire concludi che s\u00ec. T&#8217;amano. T&#8217;amano fino a tal punto da fornirti da s\u00e9 di roba. Ti riempiono come un tacchino farcito e tu sei bell&#8217;e contenta. Fino alla prossima dose. Io ho smesso, e poi ripreso. Adesso sono qui. Con la profonda convinzione di sapere che \u00e8 l&#8217;ultima volta. L&#8217;ultima volta che ci casco. Ma anche prima, prima che finissi in questa lettiga d&#8217;ospedale m&#8217;ero ripromessa la stessa cosa. Le mie promesse non valgono granch\u00e9, me ne rendo conto. 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