{"id":6108,"date":"2023-02-22T12:07:05","date_gmt":"2023-02-22T11:07:05","guid":{"rendered":"https:\/\/www.massimilianocitta.it\/blog\/?p=6108"},"modified":"2023-04-24T20:19:28","modified_gmt":"2023-04-24T18:19:28","slug":"marco-drago","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.massimilianocitta.it\/blog\/marco-drago\/","title":{"rendered":"Marco Drago"},"content":{"rendered":"<p><a href=\"https:\/\/www.massimilianocitta.it\/blog\/wp-content\/uploads\/2023\/02\/323094582_1769741313407603_7982370244052070330_n.jpg\"><img decoding=\"async\" class=\"aligncenter wp-image-6109\" src=\"https:\/\/www.massimilianocitta.it\/blog\/wp-content\/uploads\/2023\/02\/323094582_1769741313407603_7982370244052070330_n-300x300.jpg\" alt=\"\" width=\"246\" height=\"246\" srcset=\"https:\/\/www.massimilianocitta.it\/blog\/wp-content\/uploads\/2023\/02\/323094582_1769741313407603_7982370244052070330_n-300x300.jpg 300w, https:\/\/www.massimilianocitta.it\/blog\/wp-content\/uploads\/2023\/02\/323094582_1769741313407603_7982370244052070330_n-150x150.jpg 150w, https:\/\/www.massimilianocitta.it\/blog\/wp-content\/uploads\/2023\/02\/323094582_1769741313407603_7982370244052070330_n.jpg 320w\" sizes=\"(max-width: 246px) 100vw, 246px\" \/><\/a><\/p>\n<p style=\"text-align: center;\"><span style=\"font-size: 8pt;\">(foto tratta dal profilo FB dell&#8217;autore)<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">&#8220;Cinque domande, uno stile&#8221; ospita Marco Drago. Scrittore, autore e conduttore di programmi radiofonici (ha collaborato negli anni con radio RAI e RADIO24), per Laurana editore cura la collana ebook &#8220;Reloaded&#8221;. Come scrittore ha esordito alla fine degli anni novanta con la raccolta di racconti &#8220;L&#8217;amico del pazzo&#8221; (1998, Feltrinelli) cui hanno fatto seguito, tra gli altri, &#8220;Domenica sera&#8221; (2001, Feltrinelli) e &#8220;Zolle&#8221; (2005, Feltrinelli), Da poco in libreria con l&#8217;ultimo romanzo &#8220;Innamorato&#8221; edito da Bollati Boringhieri.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Quando accade, quando un\u2019idea, l\u2019Idea, giunge e prende forma, si rappresenta nel suo immaginario, pronta ad essere modellata per diventare una storia, che sensazione si prova?<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><em>Ho un rapporto piuttosto pragmatico con la scrittura: per anni ho scritto le sceneggiature di programmi radiofonici che erano a tutti gli effetti delle fiction, dialoghi interpretati da attori e attrici e tante volte uno degli attori ero io. Erano puntate quotidiane, andavano in onda dal luned\u00ec al venerd\u00ec, nove mesi all\u2019anno. Potevo stare bene, male, averne voglia o no, essere ispirato o assolutamente a secco, dovevo scrivere circa 6500 battute a puntata. Moltiplicato cinque fa 37.500 battute alla settimana, spesso da scrivere in un paio di giorni al massimo. Capirete quindi che la sensazione che si prova quando arriva l\u2019idea non potr\u00e0 essere che di gratitudine. Non \u00e8 facile scrivere 37.500 battute senza avere idee, \u00e8 molto faticoso, si pu\u00f2 fare \u2013 ve lo posso assicurare \u2013 ma quando uno straccio di idea si manifesta all\u2019orizzonte tutto diventa pi\u00f9 armonioso.<\/em><br \/>\n<em>Se invece parliamo di romanzi o racconti, io non lavoro molto con le scalette per cui il tempo in cui scrivo e in cui mi vengono le idee coincidono, mi vengono le idee mentre scrivo. Non \u00e8 semplicissimo perch\u00e9 non \u00e8 possibile sostenere ritmi di scrittura molto elevati: si tratta di mezz\u2019ora ogni tanto di scrittura sfibrante, un\u2019ora al massimo, mai saputo scrivere quattro ore filate come fanno certe autrici o certi autori. Forse se mi costruissi delle belle scalette precise e tutte coerenti potrei anche mettere il pilota automatico e l\u2019Idea di cui si parla nella domanda sarebbe quella che mi ha portato a stendere la scaletta. Il mio metodo invece \u00e8 pi\u00f9 dispendioso, nel senso che le idee mi devono venire di continuo, non ho alcuna contezza di un disegno a priori, quindi da un momento all\u2019altro posso trovarmi con mezzo romanzo fatto, ma \u00e8 un mezzo romanzo che non pu\u00f2 pi\u00f9 letteralmente andare avanti, e allora lo butto via. Mi \u00e8 successo tantissime volte. \u00c8 un mio difetto strutturale: non so progettare quasi niente in astratto, le cose io devo farle in fila da A a Z, non ho il dono dell\u2019astrazione.<\/em><\/p>\n<p><a href=\"https:\/\/www.massimilianocitta.it\/blog\/wp-content\/uploads\/2023\/02\/9788833938110_0_536_0_75.jpg\"><img decoding=\"async\" class=\"aligncenter size-medium wp-image-6110\" src=\"https:\/\/www.massimilianocitta.it\/blog\/wp-content\/uploads\/2023\/02\/9788833938110_0_536_0_75-196x300.jpg\" alt=\"\" width=\"196\" height=\"300\" srcset=\"https:\/\/www.massimilianocitta.it\/blog\/wp-content\/uploads\/2023\/02\/9788833938110_0_536_0_75-196x300.jpg 196w, https:\/\/www.massimilianocitta.it\/blog\/wp-content\/uploads\/2023\/02\/9788833938110_0_536_0_75.jpg 536w\" sizes=\"(max-width: 196px) 100vw, 196px\" \/><\/a><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>La consapevolezza che la parola appena scritta costituisca la conclusione di un racconto \u00e8 evidente o necessaria?<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><em>La fine di un racconto o di un romanzo pu\u00f2 arrivare in molti modi diversi, di solito ci lavoro meno che sull\u2019attacco. A volte anzi il finale mi succede di buttarlo un po\u2019 via, senza pensarci troppo. Credo ci voglia un talento specifico per i finali, cos\u00ec come per gli incipit, non sempre scrittori bravi a cominciare una storia in modo fulminante sono altrettanto bravi a chiuderla. In musica mi viene in mente il grande Frank Zappa, notoriamente scarsissimo nei finali, tanto che preferiva suonare tutti i brani senza pause tra l\u2019uno e l\u2019altro, due ore e mezza di concerto senza un secondo di silenzio. Poi per\u00f2, il finale dei concerti era spesso volutamente stupido o confuso, oppure echeggiante un clich\u00e9, una parodia di finale. Evidentemente non gli riusciva nemmeno di inventarne uno. Mi sento sempre un po\u2019 ridicolo a usare frasi a effetto, \u00e8 una mia pecca, e si sa che se chiudi un capitolo o, meglio ancora, un libro intero con una frase a effetto, i lettori restano pi\u00f9 soddisfatti, come un buon caff\u00e8 alla fine del pasto rende sempre il cliente pi\u00f9 contento. Ci sono storie che hanno un meccanismo tale per cui il finale non pu\u00f2 che essere uno, altre che potrebbero continuare all\u2019infinito e quindi diventa necessario troncare in qualche modo, e a quel punto un modo vale l\u2019altro. In generale penso che il finale non sia cos\u00ec importante nell\u2019economia di un romanzo, pu\u00f2 esserlo di pi\u00f9 nell\u2019economia di un racconto o di una poesia. Sicuramente \u00e8 fondamentale nell\u2019economia di una barzelletta.<\/em><\/p>\n<p><a href=\"https:\/\/www.massimilianocitta.it\/blog\/wp-content\/uploads\/2023\/02\/2560668065714_0_0_536_0_75.jpg\"><img decoding=\"async\" class=\"aligncenter size-medium wp-image-6112\" src=\"https:\/\/www.massimilianocitta.it\/blog\/wp-content\/uploads\/2023\/02\/2560668065714_0_0_536_0_75-224x300.jpg\" alt=\"\" width=\"224\" height=\"300\" srcset=\"https:\/\/www.massimilianocitta.it\/blog\/wp-content\/uploads\/2023\/02\/2560668065714_0_0_536_0_75-224x300.jpg 224w, https:\/\/www.massimilianocitta.it\/blog\/wp-content\/uploads\/2023\/02\/2560668065714_0_0_536_0_75.jpg 536w\" sizes=\"(max-width: 224px) 100vw, 224px\" \/><\/a><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>C&#8217;\u00e8 stato, nel suo percorso di vita, netto e distinto, un momento di scelta in cui ha affermato a s\u00e8 stesso \u201cdevo scrivere?\u201d<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><em>Forse s\u00ec, verso i 16 anni, dopo aver letto le poesie di Georg Trakl. Mi aveva colpito la descrizione dei paesaggi della campagna austriaca nelle diverse stagioni dell\u2019anno. Ricordo che cominciai a scrivere poesie subito, come mosso da un bisogno. Naturalmente quelle poesie erano imitazioni di Trakl, le ho ancora su un quaderno, ogni tanto le rileggo. Devo dire che a quell\u2019et\u00e0 non ero un grande lettore, ero molto pi\u00f9 attirato dalla musica rock e il mio sogno era quello di suonare in una rock band, avevo studiato il pianoforte da bambino e me la cavavo discretamente, per\u00f2 mi portavo appresso anche una certa indolenza e la tendenza a starmene da solo per intere settimane, mettere su una rock band era troppo complicato, non ci provai nemmeno. Dopo aver scoperto Trakl e, successivamente, Gottfried Benn, mi trovai quindi a scrivere poesie. Sia Trakl sia Benn si sposavano bene a una mia gi\u00e0 consolidata fascinazione per certa musica cupa e cimiteriale che in quei primi anni \u201880 andava di moda nel Regno Unito. L\u00e0 veniva definita \u201cgothic\u201d, in Italia invece \u201cdark\u201d. Ero un \u201cdark\u201d, mi vestivo di nero o grigio, leggevo i poeti tedeschi espressionisti e Baudelaire, ascoltavo The Cure, Bauhaus, Siouxsie and the Banshees. Poi per lunghi anni provai anche a scrivere racconti, senza successo. Non leggevo la narrativa contemporanea, le mie fonti erano ancora tedesche ed erano tutte di epoche magari non lontanissime dalla mia, ma abbastanza lontane da non poter essere considerate prettamente contemporanee: Thomas Mann, Hermann Hesse e i pi\u00f9 moderni Heinrich B\u00f6ll e G\u00fcnter Grass. Questo per parlare degli anni giovanili, i 16-17-18 anni. Scrivevo senza metterci un vero e proprio impegno, era un passatempo adolescenziale, pi\u00f9 una posa che altro. Per fare sul serio ho dovuto aspettare una manciata di anni. Direi che i primi raccontini passabili li ho scritti intorno ai 23-24 anni: avevo cominciato a leggere Hemingway e Bukowski e poi scrittori pi\u00f9 vicini alla mia generazione come P. V. Tondelli, Bret Easton Ellis, Jay McInerney, Raymond Carver. L\u2019imitazione di quei modelli consentiva di raggiungere piuttosto agevolmente risultati accettabili perch\u00e9, checch\u00e9 se ne dica, \u00e8 infinitamente pi\u00f9 facile creare un apocrifo di Carver che un aprocrifo di Thomas Mann. Nel frattempo avevo fondato una piccola rivista di poesie e racconti che si chiamava Il Maltese e i miei primissimi racconti li ho pubblicati proprio l\u00ec. A 25 anni lavoravo come impiegato commerciale a Canelli (Asti), la cittadina in cui sono nato. Nell\u2019ufficio in cui lavoravo c\u2019era un computer con un word processor e quando avevo dei momenti liberi scrivevo. Cominciai a lavorare a un lungo racconto strampalato a imitazione dello stile di Thomas Pynchon, il mio nuovo idolo letterario. Il racconto fin\u00ec sulla rivista e la rivista fin\u00ec nelle mani di Sandro Veronesi, che mi scrisse una lettera facendomi mille complimenti per il racconto. Quella lettera mi diede cos\u00ec tanta fiducia (diceva qualcosa come \u00absecondo me, lei, Drago, \u00e8 un vero scrittore\u00bb) che da quel momento presi il mio hobby molto pi\u00f9 seriamente di quanto avessi fatto fino ad allora. E cos\u00ec sono arrivato piano piano a scrivere racconti sempre migliori fino a pubblicare la mia prima raccolta per Feltrinelli nel 1998, a 31 anni.<\/em><\/p>\n<p><a href=\"https:\/\/www.massimilianocitta.it\/blog\/wp-content\/uploads\/2023\/02\/content.jpeg\"><img decoding=\"async\" class=\"aligncenter size-medium wp-image-6114\" src=\"https:\/\/www.massimilianocitta.it\/blog\/wp-content\/uploads\/2023\/02\/content-191x300.jpeg\" alt=\"\" width=\"191\" height=\"300\" srcset=\"https:\/\/www.massimilianocitta.it\/blog\/wp-content\/uploads\/2023\/02\/content-191x300.jpeg 191w, https:\/\/www.massimilianocitta.it\/blog\/wp-content\/uploads\/2023\/02\/content-653x1024.jpeg 653w, https:\/\/www.massimilianocitta.it\/blog\/wp-content\/uploads\/2023\/02\/content-768x1204.jpeg 768w, https:\/\/www.massimilianocitta.it\/blog\/wp-content\/uploads\/2023\/02\/content-980x1536.jpeg 980w, https:\/\/www.massimilianocitta.it\/blog\/wp-content\/uploads\/2023\/02\/content.jpeg 1280w\" sizes=\"(max-width: 191px) 100vw, 191px\" \/><\/a><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>Lo stile \u00e8 un passaggio che ciascun autore percorre, pu\u00f2 in qualche modo divenire un vincolo?<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><em>Ogni scrittore ha (o dovrebbe avere) uno stile di scrittura unico, esattamente come ogni essere umano ha un timbro di voce unico. Lo scrittore, per\u00f2, \u00e8 un essere umano che pu\u00f2 camuffare il proprio timbro di voce, \u00e8 come un imitatore. Se il successo (commerciale quando va bene, di critica quando va male) arriva con un libro in cui uno scrittore tratta un materiale che lo costringe a usare un timbro di voce artefatto, non autenticamente suo, allora quel timbro di voce diventa un vincolo perch\u00e9 quello scrittore tender\u00e0 di suo o sar\u00e0 persuaso dagli editori a replicarlo. Sottolineo, della frase sopra, le parole \u00abun materiale che lo costringe a usare un timbro di voce\u00bb perch\u00e9 stile e contenuto non sono separabili. Il contenuto influenza la forma, inutile provare a ribellarsi. Certo, in tempi di letteratura postuma come quella di oggi, si saranno anche visti esperimenti in cui un autore tratta un certo argomento usando consapevolmente uno stile inadatto o in contrasto con quello che racconta, per\u00f2 generalmente lo stile si adatta al contenuto, quindi ragionare in astratto sullo stile mi pare un\u2019operazione ad alto rischio di aria fritta.<\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><strong>In quale misura crede che la letteratura oggi riesca ad incidere nella societ\u00e0 e con quale forza lo scrivere costituisca un gesto politico?<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><em>Da quando pubblico libri (25 anni quest\u2019anno) la letteratura non ha mai avuto alcun peso sulla societ\u00e0. Parlo per l\u2019Italia. Sar\u00e0 perch\u00e9 ci si legge tra colleghi e poco pi\u00f9, sar\u00e0 perch\u00e9 i politici non hanno idea di chi siano gli scrittori del loro tempo, resta il fatto che le migliaia di libri che escono ogni anno sembrano scritti da cani che abbaiano in una stanza vuota. Ma non da oggi. Forse (forse) Pasolini, Moravia, Calvino, avevano un uditorio leggermente meno deprimente. Ma non posso saperlo perch\u00e9 non ero ancora nato o ero un bambino, devo fidarmi delle cronache e della mia percezione. La letteratura ha perso la sua presa sulla societ\u00e0 molto tempo fa, credo. Nel \u2018900 prima i registi cinematografici, poi i musicisti rock e infine i tecnici hanno avuto un peso molto maggiore degli scrittori. Scrivere un romanzo oggi \u00e8 deliziosamente inutile e anacronistico. Purtroppo per loro ci sono persone che sanno solo fare quello e continuano a farlo senza ricavarne altro che quel po\u2019 di (puerile) soddisfazione personale che viene spesso travestita da qualcosa di pi\u00f9 nobile. La percentuale di autori che riesce a ricavarne anche soddisfazione materiale \u00e8 infima. Personalmente rifuggo l\u2019idea che la scrittura sia un atto politico. Io leggo e scrivo solo per intrattenermi e intrattenere. Sono un figlio degli anni \u201880 e da l\u00ec non sono mai riuscito a uscire. Vado al cinema, leggo libri e ascolto musica per ottenerne godimento estetico. Per tutto il resto c\u2019\u00e8 la vita. \u00c8 dal rapporto con le altre persone, dai fatti reali che mi succedono ogni giorno, che traggo le informazioni che mi consentono di sopravvivere come meglio posso. Quello che chiamiamo \u201cpolitica\u201d \u00e8 impermeabile a tutto, l\u2019unica cosa che fa muovere il mondo sono gli interessi economici. Ad altissimi livelli (Hollywood?) il giro di denaro generato dall\u2019industria culturale, forse, si riverbera anche sulla politica, ma a quegli altissimi livelli \u00e8 difficile distinguere le cose, per esempio il cinema dalla finanza. Quelli come me \u00e8 come se vivessero su un altro pianeta.<\/em><\/p>\n<p>[the_ad_placement id=&#8221;spot&#8221;]<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>(foto tratta dal profilo FB dell&#8217;autore) &#8220;Cinque domande, uno stile&#8221; ospita Marco Drago. Scrittore, autore e conduttore di programmi radiofonici (ha collaborato negli anni con radio RAI e RADIO24), per Laurana editore cura la collana ebook &#8220;Reloaded&#8221;. Come scrittore ha esordito alla fine degli anni novanta con la raccolta di racconti &#8220;L&#8217;amico del pazzo&#8221; (1998, Feltrinelli) cui hanno fatto seguito, tra gli altri, &#8220;Domenica sera&#8221; (2001, Feltrinelli) e &#8220;Zolle&#8221; (2005, Feltrinelli), Da poco in libreria con l&#8217;ultimo romanzo &#8220;Innamorato&#8221; edito da Bollati Boringhieri. Quando accade, quando un\u2019idea, l\u2019Idea, giunge e prende forma, si rappresenta nel suo immaginario, pronta ad essere modellata per diventare una storia, che sensazione si prova? Ho un rapporto piuttosto pragmatico con la scrittura: per anni ho scritto le sceneggiature di programmi radiofonici che erano a tutti gli effetti delle fiction, dialoghi interpretati da attori e attrici e tante volte uno degli attori ero io. Erano puntate quotidiane, andavano in onda dal luned\u00ec al venerd\u00ec, nove mesi all\u2019anno. Potevo stare bene, male, averne voglia o no, essere ispirato o assolutamente a secco, dovevo scrivere circa 6500 battute a puntata. Moltiplicato cinque fa 37.500 battute alla settimana, spesso da scrivere in un paio di giorni al massimo. Capirete quindi che la sensazione che si prova quando arriva l\u2019idea non potr\u00e0 essere che di gratitudine. Non \u00e8 facile scrivere 37.500 battute senza avere idee, \u00e8 molto faticoso, si pu\u00f2 fare \u2013 ve lo posso assicurare \u2013 ma quando uno straccio di idea si manifesta all\u2019orizzonte tutto diventa pi\u00f9 armonioso. Se invece parliamo di romanzi o racconti, io non lavoro molto con le scalette per cui il tempo in cui scrivo e in cui mi vengono le idee coincidono, mi vengono le idee mentre scrivo. Non \u00e8 semplicissimo perch\u00e9 non \u00e8 possibile sostenere ritmi di scrittura molto elevati: si tratta di mezz\u2019ora ogni tanto di scrittura sfibrante, un\u2019ora al massimo, mai saputo scrivere quattro ore filate come fanno certe autrici o certi autori. Forse se mi costruissi delle belle scalette precise e tutte coerenti potrei anche mettere il pilota automatico e l\u2019Idea di cui si parla nella domanda sarebbe quella che mi ha portato a stendere la scaletta. Il mio metodo invece \u00e8 pi\u00f9 dispendioso, nel senso che le idee mi devono venire di continuo, non ho alcuna contezza di un disegno a priori, quindi da un momento all\u2019altro posso trovarmi con mezzo romanzo fatto, ma \u00e8 un mezzo romanzo che non pu\u00f2 pi\u00f9 letteralmente andare avanti, e allora lo butto via. Mi \u00e8 successo tantissime volte. \u00c8 un mio difetto strutturale: non so progettare quasi niente in astratto, le cose io devo farle in fila da A a Z, non ho il dono dell\u2019astrazione. La consapevolezza che la parola appena scritta costituisca la conclusione di un racconto \u00e8 evidente o necessaria? La fine di un racconto o di un romanzo pu\u00f2 arrivare in molti modi diversi, di solito ci lavoro meno che sull\u2019attacco. A volte anzi il finale mi succede di buttarlo un po\u2019 via, senza pensarci troppo. Credo ci voglia un talento specifico per i finali, cos\u00ec come per gli incipit, non sempre scrittori bravi a cominciare una storia in modo fulminante sono altrettanto bravi a chiuderla. In musica mi viene in mente il grande Frank Zappa, notoriamente scarsissimo nei finali, tanto che preferiva suonare tutti i brani senza pause tra l\u2019uno e l\u2019altro, due ore e mezza di concerto senza un secondo di silenzio. Poi per\u00f2, il finale dei concerti era spesso volutamente stupido o confuso, oppure echeggiante un clich\u00e9, una parodia di finale. Evidentemente non gli riusciva nemmeno di inventarne uno. Mi sento sempre un po\u2019 ridicolo a usare frasi a effetto, \u00e8 una mia pecca, e si sa che se chiudi un capitolo o, meglio ancora, un libro intero con una frase a effetto, i lettori restano pi\u00f9 soddisfatti, come un buon caff\u00e8 alla fine del pasto rende sempre il cliente pi\u00f9 contento. Ci sono storie che hanno un meccanismo tale per cui il finale non pu\u00f2 che essere uno, altre che potrebbero continuare all\u2019infinito e quindi diventa necessario troncare in qualche modo, e a quel punto un modo vale l\u2019altro. In generale penso che il finale non sia cos\u00ec importante nell\u2019economia di un romanzo, pu\u00f2 esserlo di pi\u00f9 nell\u2019economia di un racconto o di una poesia. Sicuramente \u00e8 fondamentale nell\u2019economia di una barzelletta. C&#8217;\u00e8 stato, nel suo percorso di vita, netto e distinto, un momento di scelta in cui ha affermato a s\u00e8 stesso \u201cdevo scrivere?\u201d Forse s\u00ec, verso i 16 anni, dopo aver letto le poesie di Georg Trakl. Mi aveva colpito la descrizione dei paesaggi della campagna austriaca nelle diverse stagioni dell\u2019anno. Ricordo che cominciai a scrivere poesie subito, come mosso da un bisogno. Naturalmente quelle poesie erano imitazioni di Trakl, le ho ancora su un quaderno, ogni tanto le rileggo. Devo dire che a quell\u2019et\u00e0 non ero un grande lettore, ero molto pi\u00f9 attirato dalla musica rock e il mio sogno era quello di suonare in una rock band, avevo studiato il pianoforte da bambino e me la cavavo discretamente, per\u00f2 mi portavo appresso anche una certa indolenza e la tendenza a starmene da solo per intere settimane, mettere su una rock band era troppo complicato, non ci provai nemmeno. Dopo aver scoperto Trakl e, successivamente, Gottfried Benn, mi trovai quindi a scrivere poesie. Sia Trakl sia Benn si sposavano bene a una mia gi\u00e0 consolidata fascinazione per certa musica cupa e cimiteriale che in quei primi anni \u201880 andava di moda nel Regno Unito. L\u00e0 veniva definita \u201cgothic\u201d, in Italia invece \u201cdark\u201d. Ero un \u201cdark\u201d, mi vestivo di nero o grigio, leggevo i poeti tedeschi espressionisti e Baudelaire, ascoltavo The Cure, Bauhaus, Siouxsie and the Banshees. Poi per lunghi anni provai anche a scrivere racconti, senza successo. Non leggevo la narrativa contemporanea, le mie fonti erano ancora tedesche ed erano tutte di epoche magari non lontanissime dalla mia, ma abbastanza lontane da non poter essere considerate prettamente contemporanee: Thomas Mann, Hermann Hesse e i pi\u00f9 moderni Heinrich B\u00f6ll e G\u00fcnter Grass. Questo per parlare degli anni giovanili, i 16-17-18 anni. Scrivevo senza metterci un vero e proprio impegno, era un passatempo adolescenziale, pi\u00f9 una posa che altro. Per fare sul serio ho dovuto aspettare una manciata di anni. Direi che i primi raccontini passabili li ho scritti intorno ai 23-24 anni: avevo cominciato a leggere Hemingway e Bukowski e poi scrittori pi\u00f9 vicini alla mia generazione come P. V. Tondelli, Bret Easton Ellis, Jay McInerney, Raymond Carver. L\u2019imitazione di quei modelli consentiva di raggiungere piuttosto agevolmente risultati accettabili perch\u00e9, checch\u00e9 se ne dica, \u00e8 infinitamente pi\u00f9 facile creare un apocrifo di Carver che un aprocrifo di Thomas Mann. Nel frattempo avevo fondato una piccola rivista di poesie e racconti che si chiamava Il Maltese e i miei primissimi racconti li ho pubblicati proprio l\u00ec. A 25 anni lavoravo come impiegato commerciale a Canelli (Asti), la cittadina in cui sono nato. Nell\u2019ufficio in cui lavoravo c\u2019era un computer con un word processor e quando avevo dei momenti liberi scrivevo. Cominciai a lavorare a un lungo racconto strampalato a imitazione dello stile di Thomas Pynchon, il mio nuovo idolo letterario. Il racconto fin\u00ec sulla rivista e la rivista fin\u00ec nelle mani di Sandro Veronesi, che mi scrisse una lettera facendomi mille complimenti per il racconto. Quella lettera mi diede cos\u00ec tanta fiducia (diceva qualcosa come \u00absecondo me, lei, Drago, \u00e8 un vero scrittore\u00bb) che da quel momento presi il mio hobby molto pi\u00f9 seriamente di quanto avessi fatto fino ad allora. E cos\u00ec sono arrivato piano piano a scrivere racconti sempre migliori fino a pubblicare la mia prima raccolta per Feltrinelli nel 1998, a 31 anni. Lo stile \u00e8 un passaggio che ciascun autore percorre, pu\u00f2 in qualche modo divenire un vincolo? Ogni scrittore ha (o dovrebbe avere) uno stile di scrittura unico, esattamente come ogni essere umano ha un timbro di voce unico. Lo scrittore, per\u00f2, \u00e8 un essere umano che pu\u00f2 camuffare il proprio timbro di voce, \u00e8 come un imitatore. Se il successo (commerciale quando va bene, di critica quando va male) arriva con un libro in cui uno scrittore tratta un materiale che lo costringe a usare un timbro di voce artefatto, non autenticamente suo, allora quel timbro di voce diventa un vincolo perch\u00e9 quello scrittore tender\u00e0 di suo o sar\u00e0 persuaso dagli editori a replicarlo. Sottolineo, della frase sopra, le parole \u00abun materiale che lo costringe a usare un timbro di voce\u00bb perch\u00e9 stile e contenuto non sono separabili. Il contenuto influenza la forma, inutile provare a ribellarsi. Certo, in tempi di letteratura postuma come quella di oggi, si saranno anche visti esperimenti in cui un autore tratta un certo argomento usando consapevolmente uno stile inadatto o in contrasto con quello che racconta, per\u00f2 generalmente lo stile si adatta al contenuto, quindi ragionare in astratto sullo stile mi pare un\u2019operazione ad alto rischio di aria fritta. In quale misura crede che la letteratura oggi riesca ad incidere nella societ\u00e0 e con quale forza lo scrivere costituisca un gesto politico? Da quando pubblico libri (25 anni quest\u2019anno) la letteratura non ha mai avuto alcun peso sulla societ\u00e0. Parlo per l\u2019Italia. Sar\u00e0 perch\u00e9 ci si legge tra colleghi e poco pi\u00f9, sar\u00e0 perch\u00e9 i politici non hanno idea di chi siano gli scrittori del loro tempo, resta il fatto che le migliaia di libri che escono ogni anno sembrano scritti da cani che abbaiano in una stanza vuota. Ma non da oggi. Forse (forse) Pasolini, Moravia, Calvino, avevano un uditorio leggermente meno deprimente. Ma non posso saperlo perch\u00e9 non ero ancora nato o ero un bambino, devo fidarmi delle cronache e della mia percezione. La letteratura ha perso la sua presa sulla societ\u00e0 molto tempo fa, credo. Nel \u2018900 prima i registi cinematografici, poi i musicisti rock e infine i tecnici hanno avuto un peso molto maggiore degli scrittori. Scrivere un romanzo oggi \u00e8 deliziosamente inutile e anacronistico. Purtroppo per loro ci sono persone che sanno solo fare quello e continuano a farlo senza ricavarne altro che quel po\u2019 di (puerile) soddisfazione personale che viene spesso travestita da qualcosa di pi\u00f9 nobile. La percentuale di autori che riesce a ricavarne anche soddisfazione materiale \u00e8 infima. Personalmente rifuggo l\u2019idea che la scrittura sia un atto politico. Io leggo e scrivo solo per intrattenermi e intrattenere. Sono un figlio degli anni \u201880 e da l\u00ec non sono mai riuscito a uscire. Vado al cinema, leggo libri e ascolto musica per ottenerne godimento estetico. Per tutto il resto c\u2019\u00e8 la vita. \u00c8 dal rapporto con le altre persone, dai fatti reali che mi succedono ogni giorno, che traggo le informazioni che mi consentono di sopravvivere come meglio posso. Quello che chiamiamo \u201cpolitica\u201d \u00e8 impermeabile a tutto, l\u2019unica cosa che fa muovere il mondo sono gli interessi economici. Ad altissimi livelli (Hollywood?) il giro di denaro generato dall\u2019industria culturale, forse, si riverbera anche sulla politica, ma a quegli altissimi livelli \u00e8 difficile distinguere le cose, per esempio il cinema dalla finanza. Quelli come me \u00e8 come se vivessero su un altro pianeta. 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