{"id":6148,"date":"2023-03-26T22:35:01","date_gmt":"2023-03-26T20:35:01","guid":{"rendered":"https:\/\/www.massimilianocitta.it\/blog\/?p=6148"},"modified":"2023-04-19T23:41:50","modified_gmt":"2023-04-19T21:41:50","slug":"la-societa-senza-dolore-di-han","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.massimilianocitta.it\/blog\/la-societa-senza-dolore-di-han\/","title":{"rendered":"La societ\u00e0 senza dolore di Han"},"content":{"rendered":"<p style=\"text-align: justify;\">\u2013 Han, Byung-chul, 2022 \u2013 Einaudi \u2013 pp. 88 \u2013 \u20ac 10,00.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><a href=\"https:\/\/www.massimilianocitta.it\/blog\/wp-content\/uploads\/2023\/03\/9788806252946_0_350_0_75.jpg\"><img decoding=\"async\" class=\"aligncenter size-medium wp-image-6149\" src=\"https:\/\/www.massimilianocitta.it\/blog\/wp-content\/uploads\/2023\/03\/9788806252946_0_350_0_75-195x300.jpg\" alt=\"\" width=\"195\" height=\"300\" srcset=\"https:\/\/www.massimilianocitta.it\/blog\/wp-content\/uploads\/2023\/03\/9788806252946_0_350_0_75-195x300.jpg 195w, https:\/\/www.massimilianocitta.it\/blog\/wp-content\/uploads\/2023\/03\/9788806252946_0_350_0_75.jpg 350w\" sizes=\"(max-width: 195px) 100vw, 195px\" \/><\/a><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00abIl dolore \u00e8 un\u2019esperienza fondamentale dell\u2019essere umano, ma cosa succederebbe se scomparisse del tutto dalla societ\u00e0? \u00bb<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il filosofo e sociologo Han si pone questa domanda in modo provocatorio.<br \/>\nPassando in rassegna, criticamente, la societ\u00e0 contemporanea e i suoi modelli comportamentali, Han asserisce quanto la cultura dell\u2019abbondanza e del consumo abbia portato alla negazione del<br \/>\ndolore &#8211; che appare sempre pi\u00f9 come un tab\u00f9 da eludere o ignorare &#8211; e alla ricerca costante del piacere e del benessere. A suo parere tale ricerca del piacere si rivela illusoria e priva di senso, poich\u00e9 il dolore e la sofferenza sono parte integrante della vita umana e della nostra crescita personale.<br \/>\nIl filosofo invita a riflettere sull\u2019importanza del dolore come strumento di crescita e di consapevolezza di noi stessi e del mondo circostante e analizza anche le conseguenze concrete della negazione del dolore nella societ\u00e0 contemporanea, dalle dipendenze alle malattie psicologiche.<br \/>\nIl testo \u00e8 un\u2019amara riflessione sulla condizione umana in una societ\u00e0 in cui la negazione del dolore e la ricerca spasmodica del piacere si sono impadronite delle coscienze.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Appunti &#8211;&nbsp;<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00abSolo un\u2019ideologia del benessere permanente pu\u00f2 far s\u00ed che farmaci originariamente utilizzati nella medicina palliativa vengano impiegati in grande stile anche su persone sane.\u00bb<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00abLa societ\u00e0 palliativa coincide con la societ\u00e0 della prestazione. Il dolore viene interpretato come un segno di debolezza, qualcosa da nascondere o da eliminare in nome dell\u2019ottimizzazione. Esso<br \/>\nnon \u00e8 compatibile con la performance. La passivit\u00e0 della sofferenza non ha alcun posto nella societ\u00e0 attiva dominata dal poter fare. Oggi il dolore viene privato di qualsiasi possibilit\u00e0 di espressione: viene condannato a tacere. La societ\u00e0 palliativa non permette di animare, verbalizzare il dolore facendone una passione.\u00bb<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00abLa societ\u00e0 palliativa \u00e8 inoltre una societ\u00e0 del mi piace, che cade vittima della mania di voler piacere. Ogni cosa viene lucidata finch\u00e9 non suscita approvazione. Il like \u00e8 l\u2019emblema, il vero e proprio analgesico della contemporaneit\u00e0. Non domina solo i social media, ma anche tutti gli ambiti della cultura. Nulla deve pi\u00fa far male.\u00bb<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00abNon solo l\u2019arte, ma anche la vita stessa dev\u2019essere instagrammabile, ovvero priva di angoli e spigoli, di conflitti e contraddizioni che potrebbero provocare dolore. Ci si scorda che il dolore purifica, emana un effetto catartico. Alla cultura della compiacenza manca la possibilit\u00e0 della catarsi. Per cui si soffoca tra le scorie della positivit\u00e0 che vanno accumulandosi sotto la superficie della cultura della compiacenza.\u00bb<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00abLa cultura della compiacenza ha svariate origini. Rimanda prima di tutto all\u2019economicizzazione e alla mercificazione della cultura. I prodotti culturali finiscono in maniera sempre pi\u00fa pronunciata sotto l\u2019influsso della coazione al consumo. Devono assumere una forma che li renda consumabili, cio\u00e8 compiacenti. Tale economicizzazione della cultura collima con la culturalizzazione dell\u2019economia. I beni di consumo vengono dotati di un valore aggiunto culturale. Promettono esperienze culturali, estetiche.\u00bb<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00abL\u2019ambito del consumo invade quello artistico. I beni di consumo si presentano come opere d\u2019arte. In tal modo l\u2019ambito artistico e quello di consumo si mischiano, con la conseguenza che ora l\u2019arte serve a sua volta l\u2019estetica del consumo. Diventa compiacente.\u00bb<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00abSi abbatte cos\u00ed la separazione tra cultura e commercio, tra arte e consumo, tra arte e pubblicit\u00e0. Gli stessi artisti vengono messi sotto pressione affinch\u00e9 s\u2019impongano come marchi. Diventano conformi al mercato, compiacenti.\u00bb<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00abFinch\u00e9 l\u2019ambito artistico, nettamente separato da quello del consumo, seguiva una propria logica, non ci si attendeva alcuna compiacenza. Gli artisti si tenevano alla larga dal commercio. Il motto di Adorno, secondo cui l\u2019arte \u00e8 \u201cestraneit\u00e0 al mondo\u201d, aveva ancora validit\u00e0. Ne segue che l\u2019arte che fa star bene \u00e8 una contraddizione in termini. L\u2019arte deve sconcertare, disturbare, inquietare, anche saper far male.\u00bb<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00ab\u00c8 da qualche altra parte. \u00c8 a casa nell\u2019estraneo. \u00c8 proprio l\u2019estraneit\u00e0 a caratterizzare l\u2019aura dell\u2019opera d\u2019arte. Il dolore \u00e8 lo strappo attraverso il quale fa breccia il completamente Altro.\u00bb<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00ab\u00c8 proprio la negativit\u00e0 del completamente Altro a mettere l\u2019arte in condizione di offrire una narrazione antagonistica rispetto all\u2019ordine vigente. La compiacenza, invece, perpetua l\u2019Uguale.\u00bb<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00abLa coscienza che non riesce a rabbrividire \u00e8 reificata. \u00c8 incapa ce di fare esperienza [&#8230;] Anche la vita che rifiuta qualsiasi dolore \u00e8 reificata.\u00bb<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00abSolo \u201cl\u2019essere toccato dall\u2019altro\u201d mantiene viva la vita. Altrimenti essa resta prigioniera nell\u2019inferno dell\u2019Uguale.\u00bb<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00abIn un manifesto futurista di Aldo Palazzeschi intitolato Il controdolore si legge: \u201cMaggior quantit\u00e0 di riso un uomo riuscir\u00e0 a scoprire dentro il dolore, pi\u00fa egli sar\u00e0 un uomo profondo. Non si pu\u00f2 intimamente ridere se non dopo aver fatto un lavoro di scavo nel dolore umano\u201d\u00bb<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00abNella societ\u00e0 della prestazione neoliberista, negativit\u00e0 come gli obblighi, i divieti o le punizioni cedono il passo a positivit\u00e0 come la motivazione, l\u2019auto-ottimizzazione o l\u2019autorealizzazione. Gli spazi disciplinari vengono sostituiti da aree di benessere. Il dolore perde qualsiasi appiglio col potere e il dominio. Viene depoliticizzato, diventando una questione medica.\u00bb<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00abLa nuova formula di dominio recita: Sii felice. La positivit\u00e0 della contentezza scaccia la negativit\u00e0 del dolore. In forma di capitale emotivo positivo, la felicit\u00e0 deve garantire un\u2019ininterrotta capacit\u00e0 di prestazione.\u00bb<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00abIl subordinato non \u00e8 nemmeno consapevole della propria subordinazione. Crede di essere libero. Senza alcuna costrizione esterna, si sfrutta volontariamente credendo di realizzarsi. La libert\u00e0 non viene oppressa, bens\u00ed sfruttata. Il Sii libero crea una costrizione pi\u00fa disastrosa del Sii obbediente.\u00bb<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00abLa comunicazione totale e la sorveglianza totale, il denudamento pornografico e la sorveglianza panottica finiscono per collimare. La libert\u00e0 e la sorveglianza diventano indistinguibili.\u00bb<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00abIl dispositivo neoliberista della felicit\u00e0 ci distrae dai rapporti di dominio vigenti costringendoci all\u2019introspezione.\u00bb<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00abFa s\u00ed che ognuno si tenga occupato solo con s\u00e9 stesso, con la propria psiche, invece di indagare criticamente le questioni sociali. La sofferenza, della quale sarebbe responsabile la societ\u00e0, viene privatizzata e psicologizzata. Le condizioni da migliorare non sono sociali, bens\u00ed psichiche. Lo slancio verso un\u2019ottimizzazione dell\u2019anima, che in realt\u00e0 costringe a un adeguamento ai rapporti<br \/>\ndi dominio, vela i malcostumi sociali. Cos\u00ed la psicologia positiva sigilla la fine della rivoluzione.\u00bb<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00abA salire sul palco non sono i rivoluzionari, bens\u00ed i trainer motivazionali che impediscono il diffondersi del malumore o anche della rabbia.\u00bb<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00abL\u2019assoluta medicalizzazione e farmacologizzazione del dolore impediscono che esso si faccia linguaggio, anzi critica. Sottrae al dolore il suo carattere oggettivo, sociale. Mediante un\u2019anestesia indotta per via medicamentosa o mediale, la societ\u00e0 si rende immune alla critica. Anche i social media e i videogiochi fungono da anestetici. L\u2019anestesia permanente della societ\u00e0 impedisce la scoperta e la riflessione, opprime la verit\u00e0.\u00bb<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00abIl dispositivo della felicit\u00e0 isola l\u2019essere umano e conduce a una spoliticizzazione e desolidarizzazione della societ\u00e0.\u00bb<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00abCos\u00ed, invece della rivoluzione, c\u2019\u00e8 la depressione. Mentre cerchiamo di sistemare alla meno peggio la nostra anima, perdiamo di vista le questioni legate alla societ\u00e0, il che provoca fratture sociali. Se siamo tormentati da paure e insicurezze, ecco che colpevolizziamo non la societ\u00e0, bens\u00ed noi stessi. Il fermento della rivoluzione \u00e8 per\u00f2 il dolore percepito insieme. Il dispositivo neoliberista della felicit\u00e0 lo soffoca sul nascere. La societ\u00e0 palliativa spoliticizza il dolore medicalizzandolo e privatizzandolo. In tal modo si opprime e si rimuove la dimensione sociale del dolore.\u00bb<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00abLa vera felicit\u00e0 \u00e8 possibile solo se infranta. \u00c8 proprio il dolore a salvaguardare la felicit\u00e0 dalla reificazione[&#8230;] Inoltre, le conferisce una durata. Il dolore regge la felicit\u00e0. La felicit\u00e0 dolorosa non \u00e8 un ossimoro. Ogni intensit\u00e0 \u00e8 dolorosa. La passione unisce il dolore e la felicit\u00e0. La profonda felicit\u00e0 contiene un attimo di sofferenza. L\u2019infelicit\u00e0 e la felicit\u00e0 sono, secondo Nietzsche, \u201cdue sorelle, e gemelle, che diventano grandi insieme o [&#8230;] restano piccole insieme\u201d. Se il dolore viene soffocato, ecco che la felicit\u00e0 si appiattisce riducendosi a un apatico torpore. La profonda felicit\u00e0 resta inaccessibile a chi non \u00e8 aperto al dolore.\u00bb<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00abLa vita viene spogliata di qualsiasi narrazione capace di generare senso: non \u00e8 pi\u00fa ci\u00f2 che si pu\u00f2 raccontare, bens\u00ed ci\u00f2 che si pu\u00f2 misurare e conteggiare. La vita diventa nuda, oscena. Nulla promette durata.\u00bb<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00abLa societ\u00e0 dominata dall\u2019isteria della sopravvivenza \u00e8 una societ\u00e0 di non morti. Siamo troppo vivi per morire e troppo morti per vivere.\u00bb<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00abOggi viviamo in un\u2019epoca post-narrativa. Non \u00e8 il racconto, bens\u00ed il conteggio a influenzare la nostra vita. La narrazione \u00e8 la capacit\u00e0 dello spirito di superare la contingenza del corpo. Quindi l\u2019idea di Benjamin che il racconto possa guarire qualsiasi malattia non \u00e8 poi cos\u00ed assurda. Anche gli sciamani scacciano la malattia e il dolore mediante evocazioni magiche aventi un carattere narrativo.\u00bb<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00abTutto ci\u00f2 che \u00e8 vero \u00e8 doloroso.\u00bb<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00abSenza dolore non abbiamo n\u00e9 amato n\u00e9 vissuto.\u00bb<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00abLa digitalizzazione \u00e8 anestesia.\u00bb<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00abNell\u2019epoca post-fattuale, con le fake news o i deep fake nasce un\u2019apatia nei confronti della realt\u00e0, anzi un\u2019anestesia della realt\u00e0.\u00bb<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00abIl dolore acuisce la percezione di s\u00e9. Esso contorna il s\u00e9. Disegna i suoi contorni.\u00bb<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00abIn una societ\u00e0 anestetizzata occorrono stimoli sempre pi\u00fa forti perch\u00e9 si abbia il senso d\u2019esser vivi. La droga, la violenza e l\u2019orrore diventano degli stimolanti che, in dosi sempre pi\u00fa potenti, riescono ancora a suscitare un\u2019esperienza dell\u2019Io\u00bb<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00abMalgrado mi amareggi il fatto di dover patire dolori fisici cos\u00ed insopportabili, divenuti soprattutto negli ultimi mesi inesorabili accompagnatori delle mie ambasce, io m\u2019aggrappo a questi miei dolori e detesto il sol pensiero che possano andarsene.\u00bb<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00abOggi non abbiamo pi\u00fa la volont\u00e0 di esporci al dolore. Il dolore per\u00f2 \u00e8 una levatrice del Nuovo, un\u2019ostetrica del completamente Altro. La negativit\u00e0 del dolore interrompe l\u2019Uguale.\u00bb<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00abNella societ\u00e0 palliativa come inferno dell\u2019Uguale non \u00e8 possibile alcuna lingua del dolore, alcuna poetica del dolore. Essa permette solo la prosa della compiacenza, cio\u00e8 la scrittura alla luce del sole.\u00bb<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00abIl dolore \u00e8 vita [&#8230;] Senza dolore non \u00e8 possibile alcuna conoscenza capace di rompere radicalmente col passato. Anche l\u2019esperienza nel senso enfatico del termine presuppone la negativit\u00e0 del dolore. \u00c8 un doloroso processo di trasformazione. Contiene una fase di patimento o sopportazione. In questo si distingue dall\u2019evento, che non conduce ad alcun cambio di stato poich\u00e9 diverte invece di trasformare. Solo il dolore produce un reale cambiamento.\u00bb<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00abSolo la vita che vive, che \u00e8 capace di provare dolore riesce a pensare [&#8230;] noi dobbiamo generare costantemente i nostri pensieri dal nostro dolore e maternamente provvederli di tutto quel che abbiamo in noi di sangue, cuore, fuoco, piacere, passione, tormento, coscienza, destino, fatalit\u00e0.\u00bb<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00abE per quanto riguarda la mia lunga infermit\u00e0, non le devo infinitamente di pi\u00fa che alla mia salute? Le devo una superiore salute, una salute che da tutto ci\u00f2 che non la uccide \u00e8 resa pi\u00fa forte!\u00bb<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00abSennonch\u00e9 quanto pi\u00fa gioiosa \u00e8 la gioia, tanto pi\u00fa pura \u00e8 la tristezza che in essa si nasconde. Quanto pi\u00fa profonda la tristezza, tanto pi\u00fa forte la gioia, che \u00e8 in essa, fa udire il suo richiamo. Tristezza e gioia si intrecciano. Il gioco che accorda l\u2019una all\u2019altra, avvicinando ci\u00f2 che \u00e8 lontano e allontanando ci\u00f2 che \u00e8 vicino, \u00e8 il dolore. Per questo entrambe, la gioia pi\u00fa alta e la tristezza pi\u00fa profonda, sono, ciascuna a modo proprio, dolorose.\u00bb<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00abI media digitali non sono media disciplinari. Oggi non viviamo nella societ\u00e0 disciplinare, bens\u00ed in quella del consumo, che rende ogni cosa consumabile. Persino nei confronti delle immagini di violenza abbiamo una relazione pornografica. Coi film e i videogiochi ci dedichiamo letteralmente al porno della violenza, che rende addirittura l\u2019atto di uccidere una circostanza priva di dolore. Le immagini di violenza pornografiche sortiscono l\u2019effetto di un analgesico. Ci rendono insensibili nei confronti del dolore altrui.\u00bb<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00abl\u2019eccesso d\u2019immagini di dolore e violenza nei mass media e in rete ci costringe alla passivit\u00e0 e all\u2019indifferenza tipiche dello spettatore che tace. La loro massa \u00e8 tale che non riusciamo a elaborarle cognitivamente. S\u2019impongono alla percezione. Da esse non emana pi\u00fa quell\u2019imperativo morale cui tiene fede Susan Sontag: \u201cL\u2019immagine dice: ponigli fine, intervieni, agisci\u201d\u00bb<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00abLa crescente perdita di empatia rimanda al fatto, carico di conseguenze, che l\u2019Altro sta scomparendo. La societ\u00e0 palliativa sconfigge l\u2019Altro in veste di dolore.\u00bb<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00abOggi siamo dominati, intontiti, inebriati dall\u2019ego. L\u2019ego narcisistico che va rafforzandosi incontra soprattutto s\u00e9 stesso nell\u2019Altro. Anche i media digitali favoriscono la scomparsa dell\u2019Altro. Riducono la resistenza dell\u2019Altro rendendolo disponibile. Riusciamo sempre meno a percepire l\u2019Altro nella sua alterit\u00e0. Se ne viene spogliato, ecco che l\u2019Altro si lascia solo consumare.\u00bb<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00abHo amato le persone per la cui vita sono stato in angoscia.\u00bb<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">\u00abOggi il capitalismo si sviluppa diventando un capitalismo della sorveglianza. La sorveglianza genera capitale. Siamo continuamente sorvegliati e influenzati dalle piattaforme digitali. I nostri pensieri, sentimenti e obiettivi vengono selezionati e sfruttati. L\u2019Internet delle cose estende la sorveglianza alla vita reale.\u00bb<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">[the_ad_placement id=&#8221;spot&#8221;]<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>\u2013 Han, Byung-chul, 2022 \u2013 Einaudi \u2013 pp. 88 \u2013 \u20ac 10,00. \u00abIl dolore \u00e8 un\u2019esperienza fondamentale dell\u2019essere umano, ma cosa succederebbe se scomparisse del tutto dalla societ\u00e0? \u00bb Il filosofo e sociologo Han si pone questa domanda in modo provocatorio. Passando in rassegna, criticamente, la societ\u00e0 contemporanea e i suoi modelli comportamentali, Han asserisce quanto la cultura dell\u2019abbondanza e del consumo abbia portato alla negazione del dolore &#8211; che appare sempre pi\u00f9 come un tab\u00f9 da eludere o ignorare &#8211; e alla ricerca costante del piacere e del benessere. A suo parere tale ricerca del piacere si rivela illusoria e priva di senso, poich\u00e9 il dolore e la sofferenza sono parte integrante della vita umana e della nostra crescita personale. Il filosofo invita a riflettere sull\u2019importanza del dolore come strumento di crescita e di consapevolezza di noi stessi e del mondo circostante e analizza anche le conseguenze concrete della negazione del dolore nella societ\u00e0 contemporanea, dalle dipendenze alle malattie psicologiche. Il testo \u00e8 un\u2019amara riflessione sulla condizione umana in una societ\u00e0 in cui la negazione del dolore e la ricerca spasmodica del piacere si sono impadronite delle coscienze. Appunti &#8211;&nbsp; \u00abSolo un\u2019ideologia del benessere permanente pu\u00f2 far s\u00ed che farmaci originariamente utilizzati nella medicina palliativa vengano impiegati in grande stile anche su persone sane.\u00bb \u00abLa societ\u00e0 palliativa coincide con la societ\u00e0 della prestazione. Il dolore viene interpretato come un segno di debolezza, qualcosa da nascondere o da eliminare in nome dell\u2019ottimizzazione. Esso non \u00e8 compatibile con la performance. La passivit\u00e0 della sofferenza non ha alcun posto nella societ\u00e0 attiva dominata dal poter fare. Oggi il dolore viene privato di qualsiasi possibilit\u00e0 di espressione: viene condannato a tacere. La societ\u00e0 palliativa non permette di animare, verbalizzare il dolore facendone una passione.\u00bb \u00abLa societ\u00e0 palliativa \u00e8 inoltre una societ\u00e0 del mi piace, che cade vittima della mania di voler piacere. Ogni cosa viene lucidata finch\u00e9 non suscita approvazione. Il like \u00e8 l\u2019emblema, il vero e proprio analgesico della contemporaneit\u00e0. Non domina solo i social media, ma anche tutti gli ambiti della cultura. Nulla deve pi\u00fa far male.\u00bb \u00abNon solo l\u2019arte, ma anche la vita stessa dev\u2019essere instagrammabile, ovvero priva di angoli e spigoli, di conflitti e contraddizioni che potrebbero provocare dolore. Ci si scorda che il dolore purifica, emana un effetto catartico. Alla cultura della compiacenza manca la possibilit\u00e0 della catarsi. Per cui si soffoca tra le scorie della positivit\u00e0 che vanno accumulandosi sotto la superficie della cultura della compiacenza.\u00bb \u00abLa cultura della compiacenza ha svariate origini. Rimanda prima di tutto all\u2019economicizzazione e alla mercificazione della cultura. I prodotti culturali finiscono in maniera sempre pi\u00fa pronunciata sotto l\u2019influsso della coazione al consumo. Devono assumere una forma che li renda consumabili, cio\u00e8 compiacenti. Tale economicizzazione della cultura collima con la culturalizzazione dell\u2019economia. I beni di consumo vengono dotati di un valore aggiunto culturale. Promettono esperienze culturali, estetiche.\u00bb \u00abL\u2019ambito del consumo invade quello artistico. I beni di consumo si presentano come opere d\u2019arte. In tal modo l\u2019ambito artistico e quello di consumo si mischiano, con la conseguenza che ora l\u2019arte serve a sua volta l\u2019estetica del consumo. Diventa compiacente.\u00bb \u00abSi abbatte cos\u00ed la separazione tra cultura e commercio, tra arte e consumo, tra arte e pubblicit\u00e0. Gli stessi artisti vengono messi sotto pressione affinch\u00e9 s\u2019impongano come marchi. Diventano conformi al mercato, compiacenti.\u00bb \u00abFinch\u00e9 l\u2019ambito artistico, nettamente separato da quello del consumo, seguiva una propria logica, non ci si attendeva alcuna compiacenza. Gli artisti si tenevano alla larga dal commercio. Il motto di Adorno, secondo cui l\u2019arte \u00e8 \u201cestraneit\u00e0 al mondo\u201d, aveva ancora validit\u00e0. Ne segue che l\u2019arte che fa star bene \u00e8 una contraddizione in termini. L\u2019arte deve sconcertare, disturbare, inquietare, anche saper far male.\u00bb \u00ab\u00c8 da qualche altra parte. \u00c8 a casa nell\u2019estraneo. \u00c8 proprio l\u2019estraneit\u00e0 a caratterizzare l\u2019aura dell\u2019opera d\u2019arte. Il dolore \u00e8 lo strappo attraverso il quale fa breccia il completamente Altro.\u00bb \u00ab\u00c8 proprio la negativit\u00e0 del completamente Altro a mettere l\u2019arte in condizione di offrire una narrazione antagonistica rispetto all\u2019ordine vigente. La compiacenza, invece, perpetua l\u2019Uguale.\u00bb \u00abLa coscienza che non riesce a rabbrividire \u00e8 reificata. \u00c8 incapa ce di fare esperienza [&#8230;] Anche la vita che rifiuta qualsiasi dolore \u00e8 reificata.\u00bb \u00abSolo \u201cl\u2019essere toccato dall\u2019altro\u201d mantiene viva la vita. Altrimenti essa resta prigioniera nell\u2019inferno dell\u2019Uguale.\u00bb \u00abIn un manifesto futurista di Aldo Palazzeschi intitolato Il controdolore si legge: \u201cMaggior quantit\u00e0 di riso un uomo riuscir\u00e0 a scoprire dentro il dolore, pi\u00fa egli sar\u00e0 un uomo profondo. Non si pu\u00f2 intimamente ridere se non dopo aver fatto un lavoro di scavo nel dolore umano\u201d\u00bb \u00abNella societ\u00e0 della prestazione neoliberista, negativit\u00e0 come gli obblighi, i divieti o le punizioni cedono il passo a positivit\u00e0 come la motivazione, l\u2019auto-ottimizzazione o l\u2019autorealizzazione. Gli spazi disciplinari vengono sostituiti da aree di benessere. Il dolore perde qualsiasi appiglio col potere e il dominio. Viene depoliticizzato, diventando una questione medica.\u00bb \u00abLa nuova formula di dominio recita: Sii felice. La positivit\u00e0 della contentezza scaccia la negativit\u00e0 del dolore. In forma di capitale emotivo positivo, la felicit\u00e0 deve garantire un\u2019ininterrotta capacit\u00e0 di prestazione.\u00bb \u00abIl subordinato non \u00e8 nemmeno consapevole della propria subordinazione. Crede di essere libero. Senza alcuna costrizione esterna, si sfrutta volontariamente credendo di realizzarsi. La libert\u00e0 non viene oppressa, bens\u00ed sfruttata. Il Sii libero crea una costrizione pi\u00fa disastrosa del Sii obbediente.\u00bb \u00abLa comunicazione totale e la sorveglianza totale, il denudamento pornografico e la sorveglianza panottica finiscono per collimare. La libert\u00e0 e la sorveglianza diventano indistinguibili.\u00bb \u00abIl dispositivo neoliberista della felicit\u00e0 ci distrae dai rapporti di dominio vigenti costringendoci all\u2019introspezione.\u00bb \u00abFa s\u00ed che ognuno si tenga occupato solo con s\u00e9 stesso, con la propria psiche, invece di indagare criticamente le questioni sociali. La sofferenza, della quale sarebbe responsabile la societ\u00e0, viene privatizzata e psicologizzata. Le condizioni da migliorare non sono sociali, bens\u00ed psichiche. Lo slancio verso un\u2019ottimizzazione dell\u2019anima, che in realt\u00e0 costringe a un adeguamento ai rapporti di dominio, vela i malcostumi sociali. Cos\u00ed la psicologia positiva sigilla la fine della rivoluzione.\u00bb \u00abA salire sul palco non sono i rivoluzionari, bens\u00ed i trainer motivazionali che impediscono il diffondersi del malumore o anche della rabbia.\u00bb \u00abL\u2019assoluta medicalizzazione e farmacologizzazione del dolore impediscono che esso si faccia linguaggio, anzi critica. Sottrae al dolore il suo carattere oggettivo, sociale. Mediante un\u2019anestesia indotta per via medicamentosa o mediale, la societ\u00e0 si rende immune alla critica. Anche i social media e i videogiochi fungono da anestetici. L\u2019anestesia permanente della societ\u00e0 impedisce la scoperta e la riflessione, opprime la verit\u00e0.\u00bb \u00abIl dispositivo della felicit\u00e0 isola l\u2019essere umano e conduce a una spoliticizzazione e desolidarizzazione della societ\u00e0.\u00bb \u00abCos\u00ed, invece della rivoluzione, c\u2019\u00e8 la depressione. Mentre cerchiamo di sistemare alla meno peggio la nostra anima, perdiamo di vista le questioni legate alla societ\u00e0, il che provoca fratture sociali. Se siamo tormentati da paure e insicurezze, ecco che colpevolizziamo non la societ\u00e0, bens\u00ed noi stessi. Il fermento della rivoluzione \u00e8 per\u00f2 il dolore percepito insieme. Il dispositivo neoliberista della felicit\u00e0 lo soffoca sul nascere. La societ\u00e0 palliativa spoliticizza il dolore medicalizzandolo e privatizzandolo. In tal modo si opprime e si rimuove la dimensione sociale del dolore.\u00bb \u00abLa vera felicit\u00e0 \u00e8 possibile solo se infranta. \u00c8 proprio il dolore a salvaguardare la felicit\u00e0 dalla reificazione[&#8230;] Inoltre, le conferisce una durata. Il dolore regge la felicit\u00e0. La felicit\u00e0 dolorosa non \u00e8 un ossimoro. Ogni intensit\u00e0 \u00e8 dolorosa. La passione unisce il dolore e la felicit\u00e0. La profonda felicit\u00e0 contiene un attimo di sofferenza. L\u2019infelicit\u00e0 e la felicit\u00e0 sono, secondo Nietzsche, \u201cdue sorelle, e gemelle, che diventano grandi insieme o [&#8230;] restano piccole insieme\u201d. Se il dolore viene soffocato, ecco che la felicit\u00e0 si appiattisce riducendosi a un apatico torpore. La profonda felicit\u00e0 resta inaccessibile a chi non \u00e8 aperto al dolore.\u00bb \u00abLa vita viene spogliata di qualsiasi narrazione capace di generare senso: non \u00e8 pi\u00fa ci\u00f2 che si pu\u00f2 raccontare, bens\u00ed ci\u00f2 che si pu\u00f2 misurare e conteggiare. La vita diventa nuda, oscena. Nulla promette durata.\u00bb \u00abLa societ\u00e0 dominata dall\u2019isteria della sopravvivenza \u00e8 una societ\u00e0 di non morti. Siamo troppo vivi per morire e troppo morti per vivere.\u00bb \u00abOggi viviamo in un\u2019epoca post-narrativa. Non \u00e8 il racconto, bens\u00ed il conteggio a influenzare la nostra vita. La narrazione \u00e8 la capacit\u00e0 dello spirito di superare la contingenza del corpo. Quindi l\u2019idea di Benjamin che il racconto possa guarire qualsiasi malattia non \u00e8 poi cos\u00ed assurda. Anche gli sciamani scacciano la malattia e il dolore mediante evocazioni magiche aventi un carattere narrativo.\u00bb \u00abTutto ci\u00f2 che \u00e8 vero \u00e8 doloroso.\u00bb \u00abSenza dolore non abbiamo n\u00e9 amato n\u00e9 vissuto.\u00bb \u00abLa digitalizzazione \u00e8 anestesia.\u00bb \u00abNell\u2019epoca post-fattuale, con le fake news o i deep fake nasce un\u2019apatia nei confronti della realt\u00e0, anzi un\u2019anestesia della realt\u00e0.\u00bb \u00abIl dolore acuisce la percezione di s\u00e9. Esso contorna il s\u00e9. Disegna i suoi contorni.\u00bb \u00abIn una societ\u00e0 anestetizzata occorrono stimoli sempre pi\u00fa forti perch\u00e9 si abbia il senso d\u2019esser vivi. La droga, la violenza e l\u2019orrore diventano degli stimolanti che, in dosi sempre pi\u00fa potenti, riescono ancora a suscitare un\u2019esperienza dell\u2019Io\u00bb \u00abMalgrado mi amareggi il fatto di dover patire dolori fisici cos\u00ed insopportabili, divenuti soprattutto negli ultimi mesi inesorabili accompagnatori delle mie ambasce, io m\u2019aggrappo a questi miei dolori e detesto il sol pensiero che possano andarsene.\u00bb \u00abOggi non abbiamo pi\u00fa la volont\u00e0 di esporci al dolore. Il dolore per\u00f2 \u00e8 una levatrice del Nuovo, un\u2019ostetrica del completamente Altro. La negativit\u00e0 del dolore interrompe l\u2019Uguale.\u00bb \u00abNella societ\u00e0 palliativa come inferno dell\u2019Uguale non \u00e8 possibile alcuna lingua del dolore, alcuna poetica del dolore. Essa permette solo la prosa della compiacenza, cio\u00e8 la scrittura alla luce del sole.\u00bb \u00abIl dolore \u00e8 vita [&#8230;] Senza dolore non \u00e8 possibile alcuna conoscenza capace di rompere radicalmente col passato. Anche l\u2019esperienza nel senso enfatico del termine presuppone la negativit\u00e0 del dolore. \u00c8 un doloroso processo di trasformazione. Contiene una fase di patimento o sopportazione. In questo si distingue dall\u2019evento, che non conduce ad alcun cambio di stato poich\u00e9 diverte invece di trasformare. Solo il dolore produce un reale cambiamento.\u00bb \u00abSolo la vita che vive, che \u00e8 capace di provare dolore riesce a pensare [&#8230;] noi dobbiamo generare costantemente i nostri pensieri dal nostro dolore e maternamente provvederli di tutto quel che abbiamo in noi di sangue, cuore, fuoco, piacere, passione, tormento, coscienza, destino, fatalit\u00e0.\u00bb \u00abE per quanto riguarda la mia lunga infermit\u00e0, non le devo infinitamente di pi\u00fa che alla mia salute? Le devo una superiore salute, una salute che da tutto ci\u00f2 che non la uccide \u00e8 resa pi\u00fa forte!\u00bb \u00abSennonch\u00e9 quanto pi\u00fa gioiosa \u00e8 la gioia, tanto pi\u00fa pura \u00e8 la tristezza che in essa si nasconde. Quanto pi\u00fa profonda la tristezza, tanto pi\u00fa forte la gioia, che \u00e8 in essa, fa udire il suo richiamo. Tristezza e gioia si intrecciano. Il gioco che accorda l\u2019una all\u2019altra, avvicinando ci\u00f2 che \u00e8 lontano e allontanando ci\u00f2 che \u00e8 vicino, \u00e8 il dolore. Per questo entrambe, la gioia pi\u00fa alta e la tristezza pi\u00fa profonda, sono, ciascuna a modo proprio, dolorose.\u00bb \u00abI media digitali non sono media disciplinari. Oggi non viviamo nella societ\u00e0 disciplinare, bens\u00ed in quella del consumo, che rende ogni cosa consumabile. Persino nei confronti delle immagini di violenza abbiamo una relazione pornografica. Coi film e i videogiochi ci dedichiamo letteralmente al porno della violenza, che rende addirittura l\u2019atto di uccidere una circostanza priva di dolore. Le immagini di violenza pornografiche sortiscono l\u2019effetto di un analgesico. Ci rendono insensibili nei confronti del dolore altrui.\u00bb \u00abl\u2019eccesso d\u2019immagini di dolore e violenza nei mass media e in rete ci costringe alla passivit\u00e0 e all\u2019indifferenza tipiche dello spettatore che tace. La loro massa \u00e8 tale che non riusciamo a elaborarle cognitivamente. S\u2019impongono alla percezione. Da esse non emana pi\u00fa quell\u2019imperativo morale cui tiene fede Susan Sontag: \u201cL\u2019immagine dice: ponigli fine, intervieni, agisci\u201d\u00bb \u00abLa crescente perdita di empatia rimanda al fatto, carico di conseguenze, che l\u2019Altro sta scomparendo. La societ\u00e0 palliativa sconfigge l\u2019Altro in veste di dolore.\u00bb \u00abOggi siamo dominati, intontiti, inebriati dall\u2019ego. L\u2019ego narcisistico che va rafforzandosi incontra soprattutto s\u00e9 stesso nell\u2019Altro. Anche i media digitali favoriscono la scomparsa dell\u2019Altro. Riducono la resistenza dell\u2019Altro rendendolo disponibile. 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