{"id":788,"date":"2011-05-10T22:46:28","date_gmt":"2011-05-10T21:46:28","guid":{"rendered":"http:\/\/vagabondoebbro.altervista.org\/blog\/?p=788"},"modified":"2011-05-10T22:46:28","modified_gmt":"2011-05-10T21:46:28","slug":"da-allora-non-canta-piu","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.massimilianocitta.it\/blog\/da-allora-non-canta-piu\/","title":{"rendered":"Da allora non canta pi\u00f9"},"content":{"rendered":"<p><center><br \/>\n<a href=\"http:\/\/vagabondoebbro.altervista.org\/blog\/wp-content\/uploads\/2011\/05\/Grata-prigioni.jpg\" target=\"_blank\" rel=\"noopener\"><img decoding=\"async\" class=\"aligncenter size-medium wp-image-789\" title=\"Grata-prigioni\" src=\"http:\/\/vagabondoebbro.altervista.org\/blog\/wp-content\/uploads\/2011\/05\/Grata-prigioni-300x225.jpg\" alt=\"\" width=\"300\" height=\"225\" srcset=\"https:\/\/www.massimilianocitta.it\/blog\/wp-content\/uploads\/2011\/05\/Grata-prigioni-300x225.jpg 300w, https:\/\/www.massimilianocitta.it\/blog\/wp-content\/uploads\/2011\/05\/Grata-prigioni.jpg 500w\" sizes=\"(max-width: 300px) 100vw, 300px\" \/><\/a><br \/>\n<\/center><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Ho trascorso quarant&#8217;anni della mia vita in prigione. E per questo credo di non essere in grado di definire il tempo. Fuori, fuori da qui quaranta lunghi anni costituiscono un peso consistente sulle spalle di chiunque. Qui dentro invece non saprei dire. In questa misera cella non c&#8217;\u00e8 alternanza di stagioni, n\u00e9 freddo pi\u00f9 di quanto riesca a sopportare il caldo. Forse eccessiva \u00e8 l&#8217;umidit\u00e0, ma ho dimenticato bene cosa possa essere l\u00e0 fuori, pertanto non ho termini di paragone. Conosco poche parole. E poche sono le cose che mi girano intorno. Conosco la miseria, e forse ricordo l&#8217;odore del sangue. Conosco lo squittio dei topi, e i segni del loro passaggio. Conosco poche parole. E poche sono le cose che mi girano intorno. Non conosco il sapore dei frutti di stagione, n\u00e9 i colori dell&#8217;alba e il tramonto che ho letto qui al buio. Non conosco musica che le mie orecchie possano immaginare. E le voci del mondo le sento tutte dentro la mia.<br \/>\nQualcuno si lamenta del puzzo di piscio, e chiama putrido questo luogo. Accade nelle prime notti, poi ci si abitua. Io non saprei definirlo in nessun modo. E&#8217; parte di me forse, da tantissimo tempo certo. Tutto il tempo che ricordo. Ogni cosa che ho fatto l&#8217;ho fatta tra queste mura larghe e senza vento. Ogni cosa che mi manca sta oltre quella grata.<br \/>\nScorgo parte del paesino che ci accoglie.<br \/>\nUno scorcio del campanile, che si sveglia anche di notte a ricordarci l&#8217;ora, come se qui dentro un&#8217;ora valga pi\u00f9 d&#8217;un&#8217;altra. E vedo pure qualche casa prima della piazza, o prima del posto che immagino possa essere la piazza, il centro di questa cittadina.Da quarant&#8217;anni rinchiuso dentro e non ricordo pi\u00f9 nemmeno perch\u00e9. Eppure una ragione ci sar\u00e0, lo sento dire in giro, avranno pur ragione.<br \/>\nLoro.<!--more--><br \/>\nNel tempo che il buon dio m&#8217;ha dato di conoscere ne ho incontrato di tipi bizzarri. E gente da evitare. E forse per alcuni anch&#8217;io ai loro occhi apparivo tale. Uno strano e da evitare.<br \/>\nAdesso non saprei dirvi.<br \/>\nConosco poche parole, e con quelle provo ad esprimermi.<br \/>\nRaccontare la storia di Libero non \u00e8 facile.<br \/>\nVorrei poterlo fare mettendo insieme pi\u00f9 situazioni, e parole, e descrizioni, credo si dica cos\u00ec, descrizioni. Ma con quel poco che mi rimane nella mente prover\u00f2.<br \/>\nPer primo \u00e8 giusto dire che Libero non era il suo nome. Lo chiamavano cos\u00ec. E non ricordo il motivo. E&#8217; stato mio compagno di cella per ben tre anni, ma non ho la minima idea del tono di voce che aveva, n\u00e9 se ne aveva uno. Non posso accertarlo con certezza. Non parlavamo mai. Lui almeno. Per i primi tempi provavo a tirarlo dentro i miei discorsi, anche se senza senso, ma pur sempre discorsi che nascondevano il silenzio asfissiante di questa cella. Mai che lui intervenisse dicendo la sua. Se ne stava zitto e muto riverso nel letto.<br \/>\nQuando il secondino lo spinse a calci in culo dentro ebbi la strana sensazione di conoscerlo. Ovviamente mi sbagliavo. Non aveva che vent&#8217;anni allora, forse qualcosa in pi\u00f9, ma io stavo chiuso da almeno trenta.<br \/>\nNon era possibile.<br \/>\nAnche le sensazioni ingannano qui dentro, come i fantasmi di volti e voci, e profumi che credi attraversino le tue giornate, quando sai bene d&#8217;esser condannato a rimanere inevitabilmente solo. Io solo lo sono rimasto per quarant&#8217;anni. Anche nelle giornate in cui avevo compagnia. Libero era completamente assente. Si muoveva come se le gambe portassero avanti della zavorra difficile da spostare, con una lentezza che mai avevo visto. I suoi occhi avevano un riflesso sinistro, non che fosse cattivo nel profondo, non l&#8217;ho mai creduto, n\u00e9 mai ne ho avuto paura, ma c&#8217;era una luce particolare che veniva fuori e t&#8217;invitava a stare in disparte, lontano da lui.<br \/>\nAlla larga.<br \/>\nNon ricordo bene in che occasione ho sentito dire di ferocia. Be&#8217; il significato preciso di questa parola non saprei spiegarvelo, ma credo che sia quello pi\u00f9 vicino a quel riflesso, ma forse m&#8217;inganno, come tutto qui dentro. In questa cella, che conserva la memoria di ci\u00f2 che sono. Raramente i suoi occhi incontravano i miei, poco durante il giorno rimanevano aperti a scrutare il mondo. Quella misera porzione di mondo che a chi sta dentro \u00e8 concessa. Talvolta guardava oltre la grata. Credo sia stato verso il secondo anno di prigione che sollev\u00f2 il capo alla ricerca di qualcosa di diverso.<br \/>\nE cos\u00ec fu.<br \/>\nNessuno ci crederebbe, ma \u00e8 andata davvero nel modo che sto per raccontare.<br \/>\nAd una cinquantina di passi dalla grate della nostra ristretta prigione c&#8217;era una casa. Un&#8217;abitazione modesta, comune, come credo ce ne siano tante l\u00e0 fuori. Ma con certezza non potrei dirlo, ne ho perduto la memoria. E dentro quella casa abitava una famiglia. A dire il vero io di quella famiglia non avevo mai avuto sentore prima dell&#8217;arrivo di Libero. Ma una famiglia c&#8217;era, e l\u00e0 dentro viveva. Una donna, anziana, ingobbita, dal passo trascinato per il cortile. E poi una donna pi\u00f9 giovane ma anche lei con lo sguardo rivolto per terra, a camminare lentamente col cesto colmo di roba sulle spalle, e poi ancora un altra donna. Una donna bambina, dal passo leggero e veloce, e senza gobba alcuna. Le vidi tutte insieme quando iniziai a spiare i movimenti di Libero, che s&#8217;alzava e con una luce rinnovata negli occhi puntava oltre la prigione.<br \/>\nIo giuro al mondo che sta l\u00e0 fuori che ho sentito Libero parlare senza dire nessuna parola. E lei, la donna bambina, dall&#8217;altra parte della strada rispondeva con le stesse parole silenziose. E cos\u00ec trascorrevano le loro giornate, e le mie, perch\u00e9 una prigione accomuna in qualche modo. Anche se non sapevo parlare alla loro maniera, anche se ero fuori dal discorso, fuori per la prima volta da qualcosa l\u00e0 dentro, anche se non m&#8217;era mai riuscito d&#8217;incontrare gli occhi di lei, io vivevo in un modo speciale quel loro particolare dialogo. Che and\u00f2 avanti per giorni e settimane a ancora mesi. Poi lui spense i suoi occhi, dando la sensazione di non voler vedere. Di non volersi vedere in quella prigione, ad un passo da lei, eppure cos\u00ec lontano. E distante, nell&#8217;impossibilit\u00e0 di poterla sfiorare. Allora ritorn\u00f2 sui suoi passi, e riverso nel letto se ne rest\u00f2 zitto e muto per un bel po&#8217;. Fino a quando un mattino per la prima volta in vita mia, in quello che m&#8217;avevano detto essere il mio cinquantatreesimo compleanno sentii una donna cantare, almeno credevo fosse cos\u00ec. Perch\u00e8 dai corridoi le bestie urlavano che a cantare era una sirena, qualcuno diceva una puttana, altri invocavano le madonne e i santi d&#8217;ogni dove, altri piangevano. Altri ancora gridavano ch\u00e9 non era giusto doverla ascoltare senza potere rispondere nulla, con la stessa voce, allo stesso modo. Eppure lei continu\u00f2 a cantare senza sosta, fino a quando Libero s&#8217;alz\u00f2 ancora e ritorn\u00f2 a parlarle senza parole. Non saprei dire per quante volte e quanto tempo Libero ritorn\u00f2 indietro e quante volte la donna inton\u00f2 nuove canzoni per riportarlo a s\u00e9.<br \/>\nPoi un bel mattino sentimmo le campane, e un insetto dalle ali screziate di colori che non saprei dire, si pos\u00f2 invadente sul bordo della finestra. Libero rimase assorto con gli occhi chiusi e una striscia sul viso che ho pensato fosse una lacrima. Il campanile impennava alto verso il cielo, e il rumore sembrava spaccarmi i timpani. Non c&#8217;era rimedio, eppure m&#8217;alzai per guardare. Il villaggio festante portava via in sposa la donna bambina.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Di Libero non ho pi\u00f9 avuto notizie, usc\u00ec qualche mese dopo.<br \/>\nSe lo incontrassi dall&#8217;altra parte della strada non saprei con che nome chiamarlo, e se davvero mai \u00e8 stato Libero.<br \/>\nDella donna bambina so di certo che da allora non canta pi\u00f9.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Ho trascorso quarant&#8217;anni della mia vita in prigione. E per questo credo di non essere in grado di definire il tempo. Fuori, fuori da qui quaranta lunghi anni costituiscono un peso consistente sulle spalle di chiunque. Qui dentro invece non saprei dire. In questa misera cella non c&#8217;\u00e8 alternanza di stagioni, n\u00e9 freddo pi\u00f9 di quanto riesca a sopportare il caldo. Forse eccessiva \u00e8 l&#8217;umidit\u00e0, ma ho dimenticato bene cosa possa essere l\u00e0 fuori, pertanto non ho termini di paragone. Conosco poche parole. E poche sono le cose che mi girano intorno. Conosco la miseria, e forse ricordo l&#8217;odore del sangue. Conosco lo squittio dei topi, e i segni del loro passaggio. Conosco poche parole. E poche sono le cose che mi girano intorno. Non conosco il sapore dei frutti di stagione, n\u00e9 i colori dell&#8217;alba e il tramonto che ho letto qui al buio. Non conosco musica che le mie orecchie possano immaginare. E le voci del mondo le sento tutte dentro la mia. Qualcuno si lamenta del puzzo di piscio, e chiama putrido questo luogo. Accade nelle prime notti, poi ci si abitua. Io non saprei definirlo in nessun modo. E&#8217; parte di me forse, da tantissimo tempo certo. Tutto il tempo che ricordo. Ogni cosa che ho fatto l&#8217;ho fatta tra queste mura larghe e senza vento. Ogni cosa che mi manca sta oltre quella grata. Scorgo parte del paesino che ci accoglie. Uno scorcio del campanile, che si sveglia anche di notte a ricordarci l&#8217;ora, come se qui dentro un&#8217;ora valga pi\u00f9 d&#8217;un&#8217;altra. E vedo pure qualche casa prima della piazza, o prima del posto che immagino possa essere la piazza, il centro di questa cittadina.Da quarant&#8217;anni rinchiuso dentro e non ricordo pi\u00f9 nemmeno perch\u00e9. Eppure una ragione ci sar\u00e0, lo sento dire in giro, avranno pur ragione. 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