Graziano Delorda


“Cinque domande, uno stile”, ospita oggi Graziano Delorda, eclettico artista siciliano che spazia dalle narrazioni attraverso parole ai fumetti.
Esordisce nel 2010 con il romanzo “Pace” (Pungitopo Edizioni), cui seguono “Little Olive” (2016, Ferrari editore) e il fortunatissimo salto nella fantascienza di “Droide è la notte” (2017, Augh Edizioni).

Quando accade, quando un’idea, l’Idea, giunge e prende forma, si rappresenta nel suo immaginario, pronta ad essere modellata per diventare una storia, che sensazione si prova?

Inizialmente diffidenza, poi tanta confusione, infine sollievo. Le idee sono infingarde, si presentano suadenti e convincenti sin da subito. Ogni spunto all’inizio sembra quello giusto, da sviluppare narrativamente. Prendi le idee migliori, le annoti e le metti in un angolo a decantare. Se poi sopravvivono al tempo e nel tempo, ecco allora che la sensazione di confusione si trasforma in spinta concreta e ci si può sedere davanti al pc con gran sollievo.

La consapevolezza che la parola appena scritta costituisca la conclusione di un racconto è evidente o necessaria?

La consapevolezza diventa necessaria e si fortifica con le parole, scrittura dopo scrittura. L’evidenza di ciò, ancora mi manca.

C’è stato, nel suo percorso di vita, netto e distinto, un momento di scelta in cui ha affermato a se stesso “devo scrivere?”

Erano gli anni universitari, nessun momento in particolare, nessun dovere, solo la voglia di creare qualcosa.

Lo stile è un passaggio che ciascun autore percorre, può in qualche modo divenire un vincolo?

Ritengo lo stile un NON problema. Si crea e si sviluppa con lo scrivere e per lo scrivere. Resta la parte inconscia della scrittura, da non sindacare troppo, proprio per non renderla un vincolo bensì – al massimo – un semplice elemento distintivo.

In quale misura crede che la letteratura oggi riesca ad incidere nella società e con quale forza lo scrivere costituisca un gesto politico?

Ogni forma d’arte, che crea dal nulla qualcosa, è in sé un atto di forza, pertanto politicamente interpretabile. Dall’avvento del villaggio globale, proprio la letteratura è rimasta tra le arti meno veicolabili da nuovi media e social. Odora sempre più di vecchio, reazionaria, pagando dazio e sopravvivendo ai margini della società moderna. Percepisco un fossato (invalicabile?) tra generazioni: l’uso delle parole è stato rivoluzionato, il metterle in ordine e narrarle sembra essere rimasto un mero esercizio di stile gradito a pochi, la comunicazione ha vinto sul racconto.

 

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