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Alberto Schiavone

 

“Cinque domande, uno stile” ospita lo scrittore Alberto Schiavone. Autore, tra gli altri, dei romanzi “La libreria dell’armadillo” (2012, Rizzoli), “Ogni spazio felice” (2017, Guanda) e “Dolcissima abitudine” (2019, Guanda) e del fumetto “Alfabeto Simenon” (2020, Bd).

 

Quando accade, quando un’idea, l’Idea, giunge e prende forma, si rappresenta nel suo immaginario, pronta ad essere modellata per diventare una storia, che sensazione si prova?
E’ una sensazione esaltante, di sicuro. Eppure mette di fronte, in pochi attimi, alla vera fatica che si avrà da fare, quella di officina, di scrittura e riscrittura. L’intuizione purtroppo non basta. La scintilla non basta a mantenere il fuoco a lungo.

La consapevolezza che la parola appena scritta costituisca la conclusione di un racconto è evidente o necessaria?
La risposta unica può essere: dipende. dai tempi, dallo scrittore, dalle esigenze editoriali etc.

C’è stato, nel suo percorso di vita, netto e distinto, un momento di scelta in cui ha affermato a sé stesso “devo scrivere?”
L’attitudine mi si è palesata sin dalle scuole medie. Sapevo leggere e scrivere benissimo, e una certa predisposizione a quella maniera di comunicare (scrivere) mi è venuta facile. Volevo fare il giornalista. Poi le cose sono cambiate. L’idea del professionismo è giunta più avanti, dopo la metà dei vent’anni, quando sono iniziate ad essere tante le persone farmi i complimenti.

Lo stile è un passaggio che ciascun autore percorre, può in qualche modo divenire un vincolo?
Lo stile probabilmente può cambiare, cambiano così tante cose importanti nella nostra vita! Vero però che una maniera di raccontare le cose si può scorgere sempre, in una carriera. Da principio a fine. Lo scrittore in fondo ha uno sguardo e quello replica nei suoi lavori. Cambia la qualità, l’energia, la voglia, ma quello che si ha da dire, se si ha qualcosa da dire, rimane.

In quale misura crede che la letteratura oggi riesca ad incidere nella società e con quale forza lo scrivere costituisca un gesto politico?
Letteratura intesa in senso novecentesco per nulla. Basta pensare a quanti e quali scrittori entrano con forza e credibilità nel dibattito pubblico, nel centro del mondo. Scrivere resta una modalità di comunicazione che permette di raggiungere delle persone, ancora tante per fortuna. Con i libri, con i testi per altri linguaggi, con le vetrine che abbiamo a disposizione. Mal che vada, scrivere è un buon modo per risparmiare i soldi dell’analista. Anche se spesso le nevrosi vengono amplificate. E siamo al punto di partenza, all’incapacità di essere soddisfatti nel mettere un punto.

 

 

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