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Ilide Carmignani

L’appuntamento odierno di “Cinque domande, uno stile” fa un’incursione nel mondo degli interpreti. Così come accade per la musica, l’opera letteraria viene, anch’essa eseguita da scrittori d’altra lingua che la traducono, in una personale interpretazione. L’ospite di questa puntata è Ilide Carmignani. Brillante Voce (volutamente in maiuscolo) italiana di autori quali Roberto Bolaňo (tra i tanti: 2666, Notturno cileno, La pista di ghiaccio), Luis Sepulveda, J.L. Borges, Julio Cortázar e Gabriel García Márquez nel suo splendido “Cent’anni di solitudine”.

 

Tradurre è interpretare. Riscrivere. Con quale animo si pone di fronte ad un nuovo lavoro?

Vorrei poter restituire tutto in italiano – senso, suono, ritmo – senza perdere nulla e senza aggiungere nulla, anche se le lingue sono diverse fra loro ed è impossibile. Ogni tanto però riesco a far dire all’italiano cose che non aveva mai detto prima, e allora è molto bello.

Le è mai accaduto di ripensare ad un frammento narrativo che, a distanza di tempo, avrebbe voluto volgere in maniera diversa?

La domanda giusta è: Le è mai accaduto di ripensare ad un frammento narrativo che, a distanza di tempo, non avrebbe voluto volgere in maniera diversa? La traduzione cambia di continuo: su un piano generale cambia l’italiano, cambiano le strategie di mediazione linguistico-culturali, cambia il modo in cui la nostra società guarda a un testo, a uno scrittore, a una cultura straniera; sul piano personale cambia la sensibilità del traduttore nel leggere e nello scrivere, perché è questo in fondo la traduzione.

Qual è il libro che ha amato di più da lettrice e quale le ha dato maggiori soddisfazioni da traduttrice?

Per certi versi 2666 di Roberto Bolaño, un meraviglioso romanzo-mondo da cui non volevo più uscire: il giorno in cui ho consegnato la traduzione mi sono quasi sentita male. Per altri versi Cent’anni di solitudine di Márquez, perché è il Libro delle letterature di lingua spagnola. Per altri ancora, la Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare di Sepúlveda, che ho letto ai miei figli da piccoli e su cui si sono formati e si formeranno milioni di bambini.

C’è stato, nel suo percorso di vita, netto e distinto, un momento di scelta in cui ha affermato a se stesso “voglio vivere tra i libri e di libri?”

Non mi ricordo più ma in quarta elementare facevo la bibliotecaria per poter prendere un libro appena entravo in classe, leggerlo di nascosto sotto il banco, restituirlo a fine mattinata e prenderne un altro in prestito per il pomeriggio.

In quale misura crede che la letteratura oggi riesca ad incidere nella società e con quale forza lo scrivere costituisca un gesto politico?

La letteratura ci fa vivere vite che non sono la nostra, quindi cambia il nostro modo di vedere il mondo, e questo è un gesto profondamente politico. Per Octavio Paz (ho appena finito di tradurre Il labirinto della solitudine) è politico addirittura lo stile, perché “è sempre qualcosa che va oltre un modo di parlare: è un modo di pensare e, quindi, un giudizio implicito o esplicito sulla realtà che ci circonda”.

 

 

 

 

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