Poeticherie

L’ascesa

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L’atto di fede è una delle azioni più difficili da compiere. Soprattutto quando è consapevole. Affidarsi a qualcuno è, in fondo, un gesto irrazionale, forse di vigliaccheria o paura per un’esistenza da affrontare senza gli opportuni mezzi, materiali e morali. Paura d’andare, ovunque. Paura di saperlo scegliere quell’ovunque cui andare. Paura di scegliere. Più banalmente, l’atto di fede è un gesto d’amore. Ma l’amore in sé non esiste, né potrebbe essere altrimenti, nonostante le meravigliose e sconfinate lande di parole che hanno dissertato sulla questione negli ultimi due millenni. Esiste, invece, come antidoto al dolore. E alla solitudine.
Ci sono viaggi che sono cammini semplici, umili e carichi di fatica. Percorsi costruiti sull’esile filo di un sorriso, uno schiamazzo tirato via a gran voce, per sentirsi al mondo. Ci sono cammini che scivolano sulla prepotente volontà di una parola, la parola che si fa sostanza e incide tra le maglie della ferita aperta che nominiamo vita.
E poi, ci sono salite. Ripide, irte, che giocano a sfiorare il cielo in un crogiolo di bestemmie e gioie. E ascendono per quel che è concesso all’umana razza, animal d’alto rango.
Dunque saliamo.
Gradino su gradino.
Ed ogni passo è fatica, la fatica del prossimo andare. Meta che giunge improvvisa a ritrovare l’abbraccio tra altre braccia e dita dentro altre dita, speranze d’altre speranze. Perle di sudore senza alcun valore che scivolano a terra vergando pelle e giorni, solcando pelle e giorni.
E poi scoviamo i silenzi, tra un parlottio e l’altro, banale distrazione di un andazzo che soggioga ogni pensiero. Sono i silenzi serrati che ci portiamo dentro nella costruzione difficile, pressochè utopica, di un personale io. Quei silenzi che a stento trattengono le intimità che vale la pena dirsi. E fare.
Poi, tutto il resto è morte. Ma a noi non importa.

Massimiliano Città, nasce in quel di Cefalù (chè Castelbuono, dove la famiglia risiede, non ha ospedali e le levatrici hanno smesso d’esser tali) in un’afosa giornata di luglio del 1977 con un blues in Eb sulla pelle. Inciampa e si rialza nel cortile di nonna, dove fantasmi e amici iniziano ad affollare la mente. Viaggia da solo. Cresce artisticamente nel gruppo Kiroy, accolita palermitana di scrittori, pittori e musici. Nel 2004, sotto lo pseudonimo di VagabondoEbbro, pubblicato da CUT-UP Edizioni di La Spezia, esce il racconto «Delirio di un Assassino», inserito nella raccolta “Lost Highway Motel”. Ha pubblicato «Keep Yourself Alive» (2009, Lupo Editore), «Tremante» (2018, Castelvecchi) «Rumori» (2017, Bookabook), «Incisioni» (2023, L’Erudita) e «Agatino il guaritore» (2024, Il ramo e la foglia). Sul blog massimilianocitta.it conduce periodicamente alcune rubriche letterarie tra cui «Cinque domande, uno stile».

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