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Lo stadio di Wimbledon di Del Giudice

 

Dove si va alla ricerca di uno scrittore che non ha mai scritto, dove il silenzio domina l’azione e nel libro si custodisce la vita ma forse non viceversa. E dove il filo dei ricordi ci dice che non siamo più come allora, non siamo più come l’istante appena trascorso né saremo come nell’istante a venire. Dove la modifica di sé è un processo lento, talvolta non voluto, incidentale o accidentale. Dove l’appoggio si dice fragile, come il contenuto che stenta a starsene in piedi. Dove Daniele Del Giudice inizia il portentoso cammino.

 

“Forse non c’è un percorso, ma solo un’intermittenza tra la probabilità e l’improbabilità. E’ come se ogni spostamento lo decidessi lì per lì, per vedere dove porta, e questa scoperta, poi, non fosse altro che l’inizio che cercavo. Vorrei mantenere una certa inerzia, con piccole spinte indispensabili e sufficienti.” [p.9-10]

“Bisogna tenere i libri distinti dai dolori” [p.16]

“Cambiava pelle spesso, e qui anche stava la sua incapacità di realizzare; dimenticava ciò che aveva fatto, non per volere superare, ma per lasciar cadere.” [p.35]

“Per un attimo ho pensato invece alla tolleranza del passato, all’ammettere che si è stati anche in un modo diverso; alla cura della continuità: di sé, delle cose, dei rapporti – modificanti, modificati, ma in maniera impercettibile e progressiva.” [p.61]

“Ha capito di sé… che tutto è niente, ha capito che alla fine non avrebbe lasciato neppure una traccia. Niente.” [p.65]

“… è un buon modo, credo, quello di avvicinarsi alle cose misurando sempre quanto se né è lontani.” [p. 89]

“Tutti i nostri esperimenti per restare in equilibrio senza appoggi hanno come limite la malattia o la casa.” [p.105]

“Forse si deve avere cura delle storie che non ci appartengono”. [p.111]

“Ho pensato che il silenzio costringe a lunghi viaggi per vedere.” [p.136]

 

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