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L'uomo allo specchio

Ora che sono morto
sento la vita scorrere dentro le vene
quasi a volerne uscire fuori.


Si svegliò che non era mattino. La luce tenue della luna lasciava una scia sinistra dentro la cella. Le nuvole riverberavano in cielo, come sospese in attesa del giudizio. Ma non si udiva il grido del corvo nell’aria a mozzare il respiro. Nè gli occhi brillanti della nottola appollaiata sul ramo, soltanto il brillare dei suoi.
Il condannato a morte.
Aveva trascorso del tempo là dentro, ma a primo impatto non sarebbe stato in grado di dire quanto. Aveva smesso fin da subito di contare i giorni, l’alternare delle stagioni e l’incedere degli anni. Tutto scorreva dentro, silenziosamente come se niente passasse in quell’esile corpo. Nei muscoli tesi e scarni di un vivere modesto. Dormiva e leggeva. Pisciava. E mangiava poco, aveva perduto fin dall’inizio il gusto per le cose. Non c’era niente da scoprire là, in quella stanza che da secoli accoglieva gelo e scirocco alla stessa maniera. Pochi metri quadri dentro cui racchiudere un mondo. Scambiava qualche parola con i vicini di cella, sempre diversi, sempre con storie intense da raccontare. Loro. Storie che si svolgevano aldilà del fiume.
Quando gli altri dormivano di sogni profondi avvertiva la sensazione che il suo respiro tremasse oltre le sbarre, e sentiva le voci dell’infanzia nelle notti di tempesta acquietare le sue paure. Per il resto vedeva, oltre ciò che gli era dato vedere. Oltre il limite imposto dalla legge che l’aveva infilato senza farsi troppe domande al fresco.
Prigioniero.
Condannato per un delitto che non ricordava aver commesso.
Quel mattino si svegliò presto, ma senza paura. Altre volte aveva avuto stizza per il tremore nelle labbra incontrollato, per l’angoscia delle viscere che urlavano d’esser liberate, per lacrime che non sapeva d’avere eppure solcavano le gote.
Quel mattino si svegliò con un sorriso strano disegnato sul volto. Se i due prigionieri che l’accompagnavano in cella avessero avuto modo di vederlo ne avrebbero avuto timore.
Si cercò nel frammento di vetro appeso alla parete, si guardò allo specchio senza vedersi.
Aveva rigorosamente evitato di farlo prima d’allora.
Non si riconobbe e pensò che in fondo a morire sarebbe andato quell’uomo davanti ai suoi occhi, non di certo lui. Sentì un sollievo profondo nell’animo, quasi la voglia di cantare. Ma il silenzio attorno gli chiuse la voce sulle labbra. Ripensò a qualcosa che non seppe bene definire nella memoria, capì che la mente non gli rendeva grazia in quegli ultimi istanti, avvertì sentore di morte provenire dalla sua pelle. Come in un romanzo dell’orrore la campana segnò il tocco delle sei. Entro pochi istanti la porta scricchiolante sarebbe stata spalancata dal secondino. Sperava in cuor suo di ritrovarsi davanti il tipo simpatico, che tante volte l’aveva trattato come un essere umano, non come uno scarto da far ammuffire. Così non fu. Lo prelevò un ragazzetto mai visto, uno nuovo. Il prete era stato pregato di tenersi alla larga. Era la sua ultima preghiera. Durante il cammino lungo il corridoio avvolto dal respiro muto degli altri prigionieri che lo sostenevano in quei passi pesanti pensò al mare, lì dove da un altra prospettiva aveva vissuto pienamente, con la scia di sale sulle labbra a lenire la fatica del suo dolore. Ricordò d’essere stato pescatore un tempo. Ricordò lo scrosciare delle onde sulle spalle, e il calore del sole sulle gambe. Ricordò le mareggiate che lo tenevano a terra, e le notti trascorse ad inseguire l’eco delle lampare.
Ricordò d’essere stato vivo, e fu allora che lentamente ritornò indietro lasciando a morire l’uomo allo specchio.

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