Di guerre stellari


La mattina s’alza presto, non che sia un ragazzo metodico ma le urla e lo sbattere imprecante della madre per la casa lo costringono ad aprire gli occhi e a puntarli sul tetto scrostato, in cui volteggiano disegni d’ogni tipo generati dalle continue perdite del bagno della signora Giselli, condomina dell’appartamento di sopra.
La madre di Giulio e la vedova Giselli sono in causa da anni, almeno così gli ripete spesso la madre, mentre la vedova, che Giulio incontra talvolta per le scale, si ostina a sorridergli e a salutarlo sempre molto cortesemente.
Eppure sua madre dice che è una gran maleducata quella tipa lì, e da anni le rimprovera di fregarsene di quelle infiltrazioni che hanno completamente rovinato il tetto del loro piccolo appartamento.
«Vecchiaccia sinistroide che gioca a fare la gentile, a sorridere a tutti, a dire che siamo tutti fratelli e dobbiamo volerci bene, poi, quella baldracca lì, mi lascia da anni l’acqua del suo cesso scivolarmi sulla testa e insozzare il tetto, che avevamo appena tinteggiato nemmeno dieci anni fa. Troia del cazzo. Facile a sorridere con quella dentiera posticcia comprata con i soldi che il marito c’ha conservato. Facile. A me quell’inetto di Sandro m’ha lasciato solo debiti e bollette da pagare. Altro che sorridere.»
Giulio s’alza col sottofondo stridulo della madre che spazza il cucinino. Con occhi cisposi e passi incerti apre la porta della sua cameretta e ne incrocia lo sguardo rabbioso. La donna, da anni, riesce, con una capacità creativa fuori dal comune, ad imprecargli contro,
quotidianamente, sempre qualche nuova colpa.
«Il destino m’ha messo in croce come a Cristo. E gliene ho fatti di fioretti e preghiere e processioni, ma niente, più lo invoco più il destino mi colpisce. E tu con questa faccia, la solita, ogni mattina e quel pigiama sempre umido. Smettila! Trovati una ragazza e sopratutto svegliati!»
Giulio scrolla le spalle e s’avvia verso il bagno. Ormai da tempo non fa più caso alle invettive della madre e a dire il vero non è mai riuscito a comprenderne il senso. Come di moltissime altre cose.
Frequenta la seconda classe della scuola alberghiera. Anche se da tempo non si chiama più così, resta un punto di riferimento con quel nome. Molti ragazzini per inerzia, dopo la licenza media, non sapendo cosa fare finiscono per riempire sale e aule di quella struttura fatiscente, sopravvissuta a generazioni di camerieri e cuochi che hanno invaso il territorio dalla collina giù fino al mare. Riferimenti pochi in quella cittadina, pochi ma inossidabili, così come il centro commerciale in fondo alla grande via. Inizialmente fu Conad, ma nel corso del tempo ha cambiato decine di gestioni con altrettanti fallimenti commerciali che non hanno scoraggiato mai i nuovi imprenditori, per la gioia della famiglia proprietaria dei magazzini sempre più carichi di muffe e dalle finestre oscurate.
Giulio ha diciassette anni, qualche chilo di troppo, una barba a macchia di leopardo disegna un viso tozzo dall’aspetto innocuo, buffo perfino. I compagni di classe, di qualche anno più giovani, lo hanno preso a bersaglio di scherzi e sfottò che, come i rimproveri della madre, si rinnovano di giorno in giorno ai danni dell’inerme ragazzone che nulla fa per dissipare le energie negative che lo colpiscono.
Perso nel suo mondo interiore, di difficile scalfitura, accenna qualche sorriso distratto anche ai più arditi e feroci giochi che gli rivolgono contro.
Ha tolto più volte puntine da disegno conficcate nella pelle flaccida di glutei poco allenati, adagiate dai sorrisi sordidi dei compagni pronti a raccogliere il disappunto della vittima, a filmarlo per postarlo in giro, tra le chat e i social, di cui è divenuto, a sua insaputa, un piccolo fenomeno di condivisione.
Giulio cammina con gli occhi bassi. Certe volte segue un immaginario percorso dettato dai disegni che riesce a tirar fuori dalla trama del pavimento di quella vecchia struttura, quando si ritrova per i corridoi scolastici, altre volte inciampa, ma per sua fortuna accade solitamente lungo la via di casa, quando i bulli hanno perduto le sue tracce per noia.
In quelle occasioni, quando i pensieri annebbiano la vista a tal punto da non fargli scorgere il marciapiede luogo d’inciampo, sembra restarsene sospeso per alcuni istanti sui pesanti talloni. Li carica fino a dolersene, riuscendo a non cascare. Poi, si risolleva riacquistando la giusta postura, con aria soddisfatta. L’addestramento segreto che conduce lontano da sguardi indiscreti in camera sua sta dando gli sperati frutti.
La forza scorre in lui, non così potente come nella famiglia Skywalker, ma ci sono frammenti di energia sospesi nell’universo che è riuscito ad intercettare. Non è facile, questo Giulio lo sa. Non è affatto semplice riuscire a governare tale potere e a condurlo verso il bene.
Sa, anche, che quella sua prerogativa non può – nè deve – essere rivoltata contro chi lo bullizza, altrimenti anche lui finirebbe per cedere al lato oscuro. Fin da bambino l’unico argomento che ha destato l’attenzione di Giulio è stato il mondo espanso di Guerre Stellari. La sua intelligenza assente in ogni comparto dello scibile umano veniva sollecitata solamente nelle occasioni in cui si ritrovava ad immergersi completamente nelle vicende della saga.
Pensava al padre – l’aveva abbandonato che non aveva tre anni – e lo pensava come maestro Jedi, non poteva che essere così. Quelle assurde convinzioni l’avevano accompagnato lungo la sua personalissima crescita.
Il mondo interiore, scandito da maestri Jedi, spade laser, mondi lontani e terribili oscurità, l’aveva tenuto fuori dal mondo reale, e in qualche modo era anche riuscito a proteggerlo. Non c’era traccia di sofferenza in lui per la violenza con la quale la madre lo trattava in
casa, verbale e persino fisica, contro cui non osava mai ribellarsi. Il terrore che l’odio covato dentro potesse esplodere in un gesto compiuto, e così allontanarlo definitivamente dalla via che lo avrebbe condotto a diventare uno Jedi, era così forte da trattenere ogni accenno di reazione. Così, i suoi compagni, inconsapevoli di questo lavorio interno, ne approfittavano, considerando poco quanto la stazza imponente di Giulio avrebbe potuto con un semplice gesto afflosciare quegli attacchi bellicosi nei confronti del povero ragazzo.
Giulio non leggeva, a casa guai a trovarci un libro. Quei pochi lasciati in dote dal marito Sandro, scomparso nel vuoto di debiti da saldare più di dieci anni prima, erano stati gettati via, come molte delle cose che avrebbero potuto ridestare il suo ricordo in casa.
L’unica cosa che lo attirava erano i fumetti di guerre stellari. Nella sua sillabazione lenta e stentata li conosceva a memoria citandoli a se stesso parola per parola.
Nulla delle accuse morbose rivoltegli dalla madre rispondeva al vero, non nascondeva sotto al materasso giornaletti sconci ma fumetti. Storie in cui era definita la distanza tra il bene e il male. Separazione che era chiara, tra le poche cose chiare, nella piccola mente del ragazzo. Sapeva che non era giusto strangolare i gattini, così come faceva il suo amico Germano nel giardinetto davanti casa, sapeva che non era bene fregare oggetti dagli espositori dei negozi, sapeva che un Jedi non l’avrebbe mai fatto.
I ragazzi che frequentava facevano di questo ed altro.
Giulio se ne ritornava a casa e in quelle occasioni rifletteva su quanto il lato oscuro fosse dentro i suoi amici e come poterli aiutare. Ma non aveva ancora la capacità di riuscirci, doveva continuare il lungo cammino dell’addestramento per potere diventare un cavaliere.
Viveva esclusivamente per quello, e per i panini.
Fagocitava panini d’ogni genere, combinazioni che il più eccentrico dei nutrizionisti avrebbe bandito a vita. Farciva il pane acquistato sotto casa dalla storico “Focacce e biscotti” con qualsiasi cosa trovasse in frigo.
Sottaceti, würstel e ricottina fresca all’acquisto, poco fresca al consumo, visto che erano già trascorsi cinque giorni. Stratificava ogni ingrediente, uno sull’altro, poi richiudeva le fette e le metteva a tostare, infine untuosamente ne raccoglieva il risultato e metà in bocca, metà sulla maglietta, consumava davanti al pc il lauto pasto.
Quel pc non aveva nulla in comune con i ritrovati della tecnologia propri ai suoi coetanei. A pensarci bene aveva poco anche del pc, un vecchio processore su uno schermo che il prete della parrocchia aveva dismesso anni addietro e che invece di finire in discarica era stato
prelevato dalla madre per far contento quell’idiota.
Era così che definiva il figlio alle orecchie degli altri.
«Quell’idiota», aggiungendo, «lasciato dal balordo di suo padre in eredità. Che gran culo c’ho avuto io a nascere! Che se morivo in fasce c’avrei guadagnato, e invece no! Qui, su questa terra, in questo paese di merda che non fa altro che giudicarmi e ridere alle spalle
dell’idiota.»
Antonia Miscellari faceva la parrucchiera. Girava di casa in casa per rendere più presentabili a modiche cifre le sue clienti. Non molte in verità. Aveva ricevuto spesso minacce dalle parrucchiere “ufficiali” del paese, quelle due o tre che tenevano aperto un salone con tutti i
santi crismi della legge. Quelle che talvolta ci pagavano pure le tasse per la loro attività.
Antonia, invece, andava sempre di fretta, svicolando agli sguardi, lesta e tagliente nel lavoro, così come nella risposta. Quel caratteraccio che si portava dietro, dalla nonna, diceva, non la rendeva simpatica, e le riduceva nel tempo la clientela. L’incapacità d’essere diplomatica
l’aveva messa alla porta più volte da parte di signore che non accettavano le sue impertinenze. Eppure Antonia pensava d’essere schietta e libera, ma risultava spesso e volentieri volgare e senza alcun tatto. Fino a quando si sentiva dire che non era il caso di continuare quel rapporto di lavoro.
Il carattere lagnante di Antonia esplodeva in quelle circostanze riversando sul figlio tutto il livore per una vita misera che non le concedeva alcuno spiraglio di serenità.
Negli anni s’era intrattenuta in relazioni di poco conto con una decina di persone, qualche amante, qualche marito di cliente, un professore di suo figlio. Non era bella, nè affascinante, ma si lasciava andare a soddisfare le voglie degli uomini che incrociandone lo sguardo intuivano quanto la rabbia repressa per un’esistenza sbagliata potesse sfociare in una furia di piaceri a letto. Così era in realtà e tale veniva percepita dalle comari del vicinato, come una belva.
“La selvaggia” le dicevano dietro, ma a distanza di sicurezza, guai a farsi sentire. Antonia, svelta di lingua e di forbici, lo era anche di mani, e qualcuna delle commentatrici aveva avuto in sorte la possibilità di assaggiarne il palmo sulla bocca.
Lo sfogo ad ogni frustrazione di una vita misera, che Antonia ripeteva a se stessa esser tale, risaliva dalle profondità delle viscere biliose fino ad esplodere sulle spalle del figlio, che venivano colpite a ripetizione, mentre Giulio, senza proferire lamento alcuno, attendeva che
la madre stemperasse la rabbia.
Anche quel subire era parte del percorso di addestramento per diventare uno Jedi, riuscire a placare il dolore della madre era strada di quel cammino.
Gli occhi calmi e grandi del ragazzo sapevano leggere l’animo delle persone. Senza alcun tentennamento, senza balbuzie, senza lentezze. Quegli occhi inespressivi penetravano a fondo lo sguardo altrui. Sebbene lo stesso Giulio non riuscisse a comprender bene quel tipo di conoscenza, risultava fastidioso in chi, invece, capiva bene d’esser stato scoperto dai suoi occhi bovini.
Antonia si riprende a fatica dalla scarica di pugni con cui ha colpito il figlio. Sente d’aver esagerato, ha male ai polsi, le gambe stanche, s’è accasciata sul tappeto. Guarda il ragazzo, inerme all’angolo della saletta. Ha un moto di dolore, un rigurgito di lacrime viene su. Cerca di controllarsi. Mette freno a quella melancolia. Antonia non piange da una vita, non ricorda d’averlo fatto neppure quel pomeriggio in cui Sandro la lasciò definitivamente sola, con l’idiota, il loro figlio. Senza un soldo, né aiuto da parte di nessuno. Non aveva avuto tempo per rimboccarsi le maniche, aveva imbracciato un paio di forbici, e con occhi infossati e braccia tese, come diventata completamente pazza, aveva bussato pietosamente alle porte delle condomine.
Poche le risposte, molte le perplessità. Qualcuna l’accolse, altre misero in giro la voce che quella povera donna aveva bisogno, e in fondo, oltre ad avere modi spicci, riusciva a disegnar tagli dignitosi a prezzi vantaggiosi. Aveva iniziato a lavorare, lentamente. S’era tirata su dai guai, aveva tirato su anche quel figlio strampalato che la sorte le aveva concesso in dono. Adesso quel figlio, l’idiota, l’unico uomo che le sarebbe rimasto fedele a vita, per tutta la sua misera vita, se ne sta all’angolo, occhi spenti e fiato tremante, tra le luci e le ombre che
s’alternano dalla finestra. Il negozietto dirimpetto ha addobbato l’ingresso in occasione del Natale. Molte lampadine avranno smesso d’esser tali anni addietro, altre imperterrite resistono alle folate di vento, alle folate del tempo. Le intermittenze della vita si spengono negli occhi di un ragazzo di un metro e ottanta, robusto, forte, incapace d’averne consapevolezza. Mite come il bue del presepe rimane all’angolo, dopo esser stato caricato di colpi come mai prima.
Antonia s’alza, gli va incontro, l’accarezza, e avverte di non averlo fatto mai, di non averne ricordo, almeno. Poi gli prende il faccione tra le mani, sorride, prova a farlo, senza alcuni denti, vittime di scontri amorosi furenti. Lo guarda negli occhi e avverte la dolorosa sensazione d’aver fatto poco anche quello durante la sua vita.
«Giulietto mio, andiamo. Andiamo a far la spesa. Ti compro le patatine, quelle che ami mettere in forno. Poi prendiamo un paio di panini, freschi freschi come piacciono a te. Te l’imbottisco io. Ti faccio due panini di quelli che non hai mangiato mai in vita tua.»
Anche Giulio sorride e come sempre capisce poco. Stavolta ancora meno. Non ha mai visto quegli occhi in sua madre, che se avesse capacità di dire li chiamerebbe carichi di dolcezza. Ma Giulio non sa, non l’ha mai conosciuta la dolcezza, neppure quella, così continua a non capire.
Indossa il suo vecchissimo bomber rosso, che ne fa un fagotto natalizio, un babbo natale senza cappello né barba. Scendono insieme le rampe senza passar per l’ascensore. Antonia da sempre soffre i luoghi angusti. Escono per la strada e una folata gelida taglia i loro visi. Negli ultimi due giorni la temperatura s’è di molto abbassata, poca gente in giro, anche se manca qualche ora al Natale.
Antonia entra nel negozietto, Giulio dietro a farle ombra, quasi fosse un cagnolino.
«Buona sera Sabrina.»
«Buona sera Antonia. Giulio, come stai? Da un bel po’ non ti si vede in giro.»
Giulio abbozza un sorriso di risposta e si indirizza verso il banco frigo per prendere le patatine mentre Antonia si spinge qualche reparto oltre in cerca d’altro. Manca poco alla chiusura, quasi le 20, il negozietto è pressoché deserto. Antonia, Giulio, una coppia di anziani, i condomini dell’interno 5 di Vico Vegetti dirimpetto al loro appartamento, il 2. Poi, un signore distinto che se ne rimane a fissare la vetrina dei salumi confezionati trattenendo la mano della probabile figlia, una bambina di cinque o sei anni e nulla più.
«Fermi tutti o vi spacco il cervello!»
«Non vi muovete! Non vi muovete!»
Due uomini in tuta nera e volto coperto dai passamontagna balzano sulla cassa urlando. Il salumiere si getta per terra, Sabrina, la cassiera, non ha neppure il tempo di pensare, rimane congelata, come il pacco di patate che scivola dalle mani di Giulio non appena i due
entrano con le pistole spianate. Antonia è indietro, ha paura, le gira la testa, s’abbassa senza lasciarsi andare del tutto a
terra.
«Non vi muovete cazzo! Ho detto non vi muovete!» urla il primo, un po’ tarchiato, mentre l’altro gira tra i due corridoi dell’emporio in cerca di qualcuno che possa fargli un brutto scherzo.
Ma i pochi clienti presenti sono immobili. L’uomo distinto è rimasto a fissare la vetrina mentre la bambina è esplosa in un pianto
inconsolabile.
«Fai stare zitta quella lì! Falla stare zitta!»
Ma la bimba strilla ancor di più.6
«Gesù santissimo, falla stare zitta ti ho detto, falla stare zitta! cazzo!»
Urla come un forsennato il rapinatore mentre accanto, quasi non visto fino ad allora, mette il suo musone fuori Giulio.
«E tu che cazzo vuoi? Da dove spunti? Mettiti giù o ti faccio saltare quella faccia di minchia!»
Giulio lo guarda con la solita calma bovina, non accenna a muoversi.
«Ti ho detto di metterti a terra, ciccione!»
Ma il ragazzo non fiata né si scosta d’un passo.
«Hai capito che ti faccio un buco in fronte? L’hai capito? Sì o no? Coglione, a terra!»
«Voi non ci farete del male, voi siete amici.»
La voce viene via placida, un poco roca ma senza tentennamenti dalle labbra di Giulio.
Antonia non ne riconosce il tono, non può essere la voce di suo figlio, sembra un vecchio a parlare, mentre i due rapinatori si scambiano un’occhiata inquieta e perplessa.
«Che cazzo dici coglione? Io ti sfondo quel giubbotto ridicolo se parli ancora!»
«Voi non ci farete del male, voi siete amici.», ripete il ragazzo.
«Senti coglione, dici ancora una parola e ti faccio saltare quella testa di cazzo che hai!»,
risponde il rapinatore che nel frattempo s’è avvicinato di qualche passo a Giulio puntandogli sempre la pistola al petto.
Il ragazzo non risponde né esegue l’ordine.
«A terra ti ho detto, cazzo!», urla sempre più agitato il rapinatore.
Allora Giulio muove lentamente le mani a disegnare un vortice davanti a sé. E ripete quei gesti più volte. Una danza silenziosa di mani e braccia, un rito arcaico senza nome. Con le dita tende verso la pistola, come se una forza invisibile dovesse portarla fino a lui.
«Tu sei completamente fuori, mettiti a terra bamboccione.» gli intima spazientito l’uomo che ancora tiene saldamente la pistola in mano.
Ma il ragazzo insiste, continua quel rito, le mani a mulinello, le dita ad attrarre la pistola, il corpo proteso verso il rapinatore, tanto da perdere per un istante l’equilibrio. Giulio fa un passo, quasi uno scatto in avanti per riassestarsi, ma il rapinatore non sa.
Non sa nulla quell’uomo con la pistola in mano e il passamontagna a coprire il volto. Non conosce Jedi, Tatooine, Luke Skywalker, Obi-Wan Kenobi, Yoda. Il rapinatore è lì, senza che la via della forza l’abbia condotto dentro quel piccolo negozio. Sta lì, con il braccio tremante, nell’intento di razziare la cassa, nella speranza che quella cassa possa contenere qualche centinaio d’euri, così da poter passare un Natale dignitoso in famiglia.
Il rapinatore non sa nulla della forza, e per questo ha paura, e al repentino scatto di Giulio risponde con un colpo secco, istintivo, involontario, al petto.
«Via, via via! Cazzo, via, andiamo!»
E così rapidamente com’erano entrati i due escono e si disperdono per la strada.
La bambina che ha strillato tutto il tempo, adesso ha smesso. Piccoli singulti le vengono fuori dal petto gracile mentre il padre, in preda allo choc cerca solamente adesso di consolarla. Il salumiere ha scavalcato in un balzo il bancone e s’è portato all’uscita col cellulare in mano. Chiama insistentemente il 118 dicendo che c’è un ragazzo disteso per terra, con un colpo d’arma da fuoco in petto, dei rapinatori. No, non sa dove siano finiti, e cosa importa urla, venite, presto, Vico Vegetti, 27, presto, urla.
Antonia barcolla, e senza averne memoria è lì, sul petto che ansima di Giulio, il figlio.
Il ragazzo gronda sangue dalla bocca, mentre prova a dire qualcosa, ma Antonia non riesce a capirlo. Così com’è accaduto per tutta la vita, quel ragazzino di sedici anni le sta davanti senza riuscire a farsi capire.
La madre si piega sul figlio, la voce spezzata, un sibilo, l’ultimo, dice:
«Non sapete, voi non sapete quello che sono.»

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